Estate 1960: Quei Giorni Da Genova A Reggio Emilia

Di: - Pubblicato: 2 luglio 2018

Di Maurizio Anelli

 

Era il 30 giugno 1960, io ero un bambino e non avevo ancora compiuto un anno di età. Quella storia di Genova e di Reggio Emilia l’ho solo sentita raccontare, ma in quel racconto c’erano tutta la passione e l’emozione di chi quei giorni li aveva vissuti con rabbia e passione. La rabbia giusta e il cuore gonfio della dignità e della passione antifascista di chi aveva appena messo alle spalle la stagione del regime e della guerra, la rabbia e la passione di una generazione che cominciava appena ad affacciarsi alla vita e alla politica. È stato importante l’incontro fra queste generazioni, per loro e per il Paese tutto. Era l’Italia del Governo Tambroni, avvocato democristiano amante della politica basata sulla “legge e sull’ordine”. A lui il Presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi, aveva affidato di propria iniziativa l’incarico di formare il nuovo governo e Fernando Tambroni aveva accettato. Senza nessuna consultazione con i partiti, Tambroni presenta il suo esecutivo forte di una massiccia presenza democratico-cristiana che ottiene la fiducia alla camera solo grazie al voto, decisivo, dei fascisti e dei monarchici. Quello che sembra solo un appoggio esterno diventa, in realtà, il primo tentativo dei fascisti italiani di riproporsi come forza di governo. E la prima cambiale che i fascisti presentano al governo non tarda ad arrivare: nel giugno del 1960 il Movimento Sociale Italiano decide infatti di tenere il suo congresso nazionale a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, e per aggiungere anche l’insulto alla provocazione chiama a presiedere quel congresso  Emanuele Basile, ex prefetto repubblichino e responsabile della deportazione in Germania degli antifascisti genovesi.

Foto di Massimo Gabellini Anpi ATM Milano

Il primo atto politico del Governo Tambroni dopo la decisione del MSI di tenere il congresso a Genova è però qualcosa che va oltre la provocazione e, di fatto, assume i contorni della copertura politica: Giuseppe Lutri viene nominato questore di Genova. È lo stesso Giuseppe Lutri che durante il ventennio fascista era stato il capo della squadra politica di Torino e conosciuto per avere fatto arrestare durante la Resistenza numerosi esponenti partigiani di “Giustizia e libertà”. Genova non può accettare tutto questo: Il 24 giugno in Città un comizio, convocato dalla CGIL, viene vietato dalla Questura. La rivolta comincia a prendere forma anche negli ambienti universitari: nelle facoltà di Medicina, Scienze e Fisica, sono sospesi gli esami, studenti e docenti si ritrovano in corteo alla Casa dello Studente. Genova, infine, insorge: a guidare la protesta sono i lavoratori del porto, i “camalli”, che il 30 giugno 1960 sono alla testa di migliaia di genovesi, in gran parte giovanissimi, in un’immensa manifestazione aperta dai Comandanti Partigiani. La polizia reagisce e prova a reprimere la rivolta con gli idranti e con cariche sempre più violente: lo scontro è inevitabile. Le camionette della celere inseguono i manifestanti nella piazza e sotto i portici delle vie limitrofe: la città di Genova non si ferma, non ha paura. Quel giorno Genova lo scriverà nella storia, sua e del Paese intero, costringendo i poliziotti a rientrare nelle caserme e costringendo Il prefetto di Genova ad annullare il congresso fascista.  Ma la rivolta ormai si estende, e la risposta del Governo è ulteriore benzina sul fuoco: libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza”.  Da Genova a Reggio Emilia è solo questione di giorni e sull’asfalto resteranno  undici morti e centinaia di feriti. I morti di Reggio Emilia sono l’apice di settimane di scontri con la polizia e quei morti costringeranno alle dimissioni il governo Tambroni.

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Che cosa resta, oggi, di quei giorni ? Sabato, 30 giugno 2018, la Città di Genova ha voluto ricordare quel giorno di cinquant’otto anni fa. È stata una giornata importante alla quale hanno partecipato migliaia di cittadini e di antifascisti, tanti dei quali arrivati da altre città, e alla quale i mezzi di informazione hanno dedicato uno spazio minore di quello che meritava. Penso che, prima di tutto, resti la lezione della Città di Genova, che non solo va ricordata ma soprattutto deve essere raccontata e spiegata a chi non ha conosciuto quei giorni, esattamente come è stato fatto con me. Genova, come Reggio Emilia, perché quei morti sull’asfalto non sono stati una casualità, ma una responsabilità che cade tutta sulle spalle di chi da sempre usa il potere delle Istituzioni per dimenticare la storia e riproporla magari con facce e camicie diverse.  Di quelle giornate resta una lezione indimenticabile di coraggio, di dignità e di ribellione ai giochi di potere e alla repressione civile e storica. Non è un lascito di poco conto, anzi… è un lascito su cui tutti dovremmo riflettere e capire che oggi stiamo correndo gli stessi rischi che l’Italia correva in quei giorni. Oggi questo Paese è governato da una classe politica che è stata eletta e votata, certamente. Ma le scelte politiche e sociali di questa classe politica non possono passare inosservate e non possono essere subite passivamente. Sono scelte che hanno alla base una profonda impronta razzista e xenofoba che ignora qualunque base di convivenza e di solidarietà. Sono scelte che sono appoggiate dalla destra di questo Paese. Sono scelte che parlano solo alla pancia del paese nella convinzione che la pancia sia la base di un potere economico e sociale che possa durare nel tempo. Sono scelte che ignorano accordi e trattati internazionali, e che minano alla base il concetto di convivenza civile. Si parla di razze e di etnie quando non si hanno altri argomenti, quando non si hanno le capacità politiche per elaborare piani di crescita sociale, quando mancano cultura di governo e cultura a prescindere. Serve trovare un nemico, di solito è l’anello più debole della società e allora si usano slogan volgari ma efficaci. Efficaci perché regalano l’oblio davanti ai veri problemi e alla vera politica. Si torna a parlare di schedature, si torna a parlare di ordine. Ma quanta è la voglia di una vera politica che questo Paese oggi esprime ? Sembra che questo Paese non abbia più voglia di politica vera e di un’etica della politica. È amaro dirlo, ma sembra così. Alle nostre spalle ci sono interi decenni dove l’etica e la politica hanno camminato su strade opposte e non parallele, oggi paghiamo il prezzo di tutto questo. Questo spiega l’astio e il disprezzo verso quei valori che a Genova e a Reggio Emilia sono scesi nelle piazze e nelle strade, nell’estate del 1960. Quei ragazzi che ieri hanno pagato il prezzo lasciando sangue e corpi sull’asfalto sembrano protagonisti di un libro delle favole, quelle favole che sono care a chi non vuole smettere di sognare e continua a pensare che un mondo migliore si può sempre costruire se solo si continua a crederlo.

C’è un’altra lezione che quell’estate del 1960 ci lascia: il valore della ribellione. È Sbagliato e fuorviante credere che la ribellione sia un sentimento retorico e figlio della gioventù. La ribellione non ha età, è un fiore che non appassisce con il tempo anzi, la bellezza di quel fiore è proprio nell’incontro fra le generazioni. Perché questo incontro possa avvenire bastano poche cose: la curiosità per la storia passata, l’umiltà di capire che ognuno di noi è nulla se non si è capaci di cercare l’altro. La ribellione ha bisogno di tutto questo, la sua linfa è l’insieme delle pagine scritte dalla storia dell’umanità e dalla conoscenza delle follie che l’umanità stessa ha compiuto.

Genova e Reggio Emilia, in quell’estate del 1960 e in quell’Italia uscita solo quindici anni prima dal letame fascista, avevano capito tutto questo. Avevano capito che indietro non si poteva tornare: c’era un futuro da costruire, una vita da inventare dopo essere usciti dalla guerra. Non poteva esserci spazio per un altro fascismo, così uguale a quello che si era combattuto e vinto. Quella generazione è passata alla storia con un nome dolce: “I ragazzi con la maglietta a righe”. Credo che ci abbia insegnato qualcosa d’importante, da Genova a Reggio Emilia. Dimenticarlo sarebbe un errore imperdonabile.

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