#FoodPorn: La Pornografia Del Cibo In Uno Scatto

Di: - Pubblicato: 21 novembre 2016

Una delle tendenze più amate e più odiate. Le immagini invadono il web e il cibo diventa la nuova star dei social.

Con uno smartphone è possibile fare di tutto: controllare la mail, chattare a tempo record, navigare, creare documenti di lavoro e condividerli, giocare, scattare immagini di cibo e postarle sui social network. Condividere le foto dei piatti, propri o di altri,  quest’ultima è una delle ultime mode nate sui social media: Instagram e Tumblr sono diventate delle piattaforme dove mettere in mostra le proprie creazioni per ricevere i commenti e le critiche degli altri utenti. Piatto in tavola. Giù coltello e forchetta, in mano lo smartphone. Momento foto.

Le immagini del cibo hanno invaso le bacheche degli utenti: tutti vogliono condividere con gli amici le proprie esperienze culinarie, dalla trattoria sotto casa fino al ristorante di uno chef stellato.

 

Pietanze da mangiare con gli occhi, dita abili e veloci che scattano fotografie e condividono immagini, occhi avidi e nascosti che ammirano piatti virtuali, incantevoli, invadendo anche i confini delle mura domestiche dove ci si rifugia per cucinare, impiattare, fotografare cibi e combattere a colpi di forchetta la crisi economica; questo e molto di più è la pornografia del cibo.

Il foodporn è il voyerismo del cibo, un piacere da gustare solo con gli occhi, che il palato non riesce a cogliere e nemmeno deve. L’assaggio è negato, e così carpire gli ingredienti e la ricetta di un piatto. Un piatto, fotografato in modo spinto, è la nuova pornografia, perché il cibo è il nuovo sesso, la nuova droga, l’ultimo vizio ammesso.

 

Il termine foodporn è apparso per la prima volta nel 1984, nel libro Female Desire-Women’s. Sexuality today, della scrittrice femminista Rosalind Coward. La presentazione del cibo, l’estetica del piatto, secondo la scrittrice, assume maggiore importanza della persona che l’ha cucinato, degli ingredienti che ha utilizzato e di come ha cucinato il pasto. Il dono che consiste nel preparare una pietanza con affetto e condividerla con amore non viene contemplato nella pornografia del cibo. È la presentazione del cibo, impeccabile, ad assumere importanza, e con essa il desiderio che stimola, paragonabile a quello sessuale.

 

L’enfasi sulla presentazione del cibo è quindi figlia di un’era, quella digitale, nella quale le immagini hanno assunto un peso enorme. Tutte le fotografie condivise sui social media sono studiate nei minimi dettagli, e questo vale anche per i piatti da fotografare, condividere ed ammirare. E’ innegabile che il cibo presentato ad arte faccia gola. Ed è così allora che la fotografia della pietanza testimonia l’esistenza del piatto, ne serba il ricordo e instilla il desiderio; la condivisione dell’immagine sui principali social media, con il nome del piatto e una breve descrizione, lo share degli incantevoli piatti e i commenti di apprezzamento rende tutto molto più palpabile, più reale. Il gusto vuole la sua parte, ma qui l’attenzione è focalizzata principalmente sull’immagine, sul cibo nel suo apparire.

 

Il foodporn rappresenta una goduria visiva che si metta in risalto sotto l’aspetto estetico e che allo stesso tempo dia una scossa al cervello per risvegliare il palato. Emerge nell’utente osservatore sia la voglia di fare quel piatto, di poter plasmare con le proprie mani quella ghiotta creazione, sia naturalmente la volontà di assaggiarlo, di mangiarlo, anche se si tratta di una semplice pasta alla carbonara. L’importante è la disposizione: l’alta cucina lavora così, fa mangiare con gli occhi, prima che con la bocca. Il foodporn è l’alta cucina applicata a livello democratico: qualsiasi sia la pietanza, l’utente viene spinto da una pulsione irrefrenabile: il desiderio. Una pulsione che è simile a quella che si prova nel vedere una bella donna  o guardare un uomo prestante. La sessualità del cibo sta così nella sua ricercatezza, nel suo esotismo, nel rendere bella la semplicità. E ovviamente nella possibilità di sognare il possesso di quel piatto, di ricrearlo e infine di gustarlo.

 

Samantha Di Vito