Fragile Equilibrio

Di: - Pubblicato: 13 novembre 2017

Di Giulia Deiana

 

 

Riflessi distorti di uomini, corpi che vagano per il mondo; alcune voci parlano del presidente alieno, colui che dona quasi il 90% del suo stipendio in beneficienza, che non ha accettato di vivere nella residenza presidenziale e la cui vecchia Volkswagen è divenuta simbolo del suo stile di vita sobrio. José Alberto Mujica Cordano, detto Pepe, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015, accompagna lo spettatore durante tutta la visione del documentario Frágil Equilibrio, diretto da Guillermo García López.

Il documentario, vincitore del Premio Goya 2017, parla della crisi dell’uomo, del consumismo, dell’immigrazione, alienazione, solitudine, libertà e speranza. Lo fa attraverso tre storie che si susseguono in tre parti diverse del mondo: Giappone, Europa e Africa.

Una musica drammatica e dolorosa, composta da Zeltia Montes, fa da sottofondo agli squarci di vita quotidiana dei personaggi che, nonostante la lontananza geografica e culturale, lottano tutti per vivere, ognuno a proprio modo: due dirigenti giapponesi a Tokyo, alienati e oppressi da un’esistenza che ruota intorno al lavoro e al consumismo; una comunità Sub-Sahariana nel Monte Gurugú, tra Africa ed Europa; famiglie spagnole sotto sfratto, costrette a vivere in strada a Madrid.

Pepe Mujica denuncia una società sempre più capitalizzata, che agisce contro la vita stessa poiché si dedica a inutili lotte di potere anziché preoccuparsi dei problemi dell’umanità.

Possiamo pensare che la sfortuna dell’Africa sia un problema degli africani, ma è un problema dell’umanità e l’Europa è responsabile e complice delle loro sofferenze.

Nel Monte Gurugú, in Marocco, a 10 chilometri dal confine europeo, giovani ragazzi cercano di arrivare a Melilla, città autonoma spagnola situata nella costa orientale del Marocco. Passare le barriere per entrare in territorio europeo, con la speranza di un futuro migliore, significa rischiare la vita. Le testimonianze dei ragazzi si sovrappongono alle immagini notturne di un tentativo di oltrepassare il confine: 15 chilometri percorsi di notte per raggiungere la recinzione lunga 12 chilometri e tentare di scavalcare le barriere alte fino a sei metri. Chi riesce a fuggire dalle guardie e dalla loro violenza può calpestare il territorio europeo.

Alle urla eccitate dei migranti che gridano e invocano libertà si sovrappone il silenzio e la calma della folla ordinata, riversata sulle strade di Tokyo.

I due lavoratori giapponesi si incontrano in un locale e discutono delle loro esistenze. Non sono soddisfatti della loro vita monotona, anzi, il peso delle responsabilità lavorative e lo squilibrio tra queste e la propria vita personale li rendono infelici. Se sei costretto ad andare a lavoro per guadagnarti da vivere e acquistare beni materiali, dice Mujica, durante questo tempo non sei libero, stai vendendo te stesso per avere un reddito. La società del mercato, in cui tutto ha un prezzo, crea frustrazione e infelicità.

Ci viene posto un quesito interessante: se lo stress non esiste all’interno delle tribù aborigene, chi sono i veri arretrati? Chi vive più felicemente?

Al nostro dirigente giapponese non manca nulla di materiale; se passeggia e vede qualcosa che gli piace lo compra e si sente soddisfatto. Eppure, si chiede quale sia il senso della sua vita, come se quelle azioni non fossero altro che un modo per riempire un vuoto interiore.

Le scarpe che osserva nella vetrina del negozio sono simili alle scarpe che un ragazzo africano ha modificato, applicando due viti alla suola, in modo da scavalcare più facilmente il recinto e correre verso la libertà.

Nonostante l’attrazione che il mondo sviluppato esercita su un mondo affamato e in difficoltà, anche il cosiddetto Primo Mondo conosce la povertà. Questo perché viviamo in una società bugiarda che promette eguaglianza di diritti, ma non li rispetta. Dov’è la democrazia, dice Pepe, se alla sera non hai da mangiare e sei costretto a vivere in condizioni inumane?

Un operaio di Madrid è andato in rovina in poco tempo: dopo la crisi del lavoro e la malattia della moglie, è stato sfrattato dalla casa popolare ottenuta sei anni dopo la richiesta ed è stato costretto a vivere in strada. Ora abita in un appartamento occupato e ha un amico che si reca spesso da lui per lavarsi e farsi la barba, perché anche lui ha perso la casa e ora vive in macchina.

Come può la casa non essere un diritto imprescindibile per una degna esistenza umana?

Come possono i concetti di possesso e di proprietà avere più valore delle vite umane?

Quale progresso e quale modernità dunque? Da una parte c’è chi spesso ha desiderato di morire perché oppresso dalla vita, dall’altra chi ha rischiato la pelle per continuare a vivere e sperare di farlo nel migliore dei modi.

Per Mujica, la vendetta dei poveri è la fertilità dei loro ventri. Se nei Paesi ricchi c’è una bassa natalità, i poveri mettono al mondo figli, nuove leve pronte a riscattarsi in ogni modo dalla condizione di sfortuna. L’amore è sinonimo di solidarietà, che è un atteggiamento: se pratico la solidarietà forse anche gli altri lo faranno in altre situazioni con me.

Bisogna seminare perché la prossima generazione raccolga frutti migliori.

«Non possiamo cambiare il mondo esteriore, ma possiamo cambiare quello interiore, la nostra condotta; vivere per avere il tempo di essere felici».

il film è dedicato a chi ama la vita

 

Trailerhttps://youtu.be/_L1dTO4jzjg