Genova E I Giorni Del G8 16 Anni Dopo

Di: - Pubblicato: 10 aprile 2017

A cura di Maurizio Anelli

 

Nel luglio del 2001 l’Italia conosce la sua “macelleria messicana”, si chiama Genova. I giorni che vanno dal 19 al 22 luglio sono la fotografia in bianco e nero, nitidissima, del clima che si respirava nel nostro Paese in quegli anni. Il secondo governo di Silvio Berlusconi si era appena insediato, i suoi ministri erano stati nominati il 10 giugno e vale la pena di ricordare alcuni nomi illustri di quella legislatura:

Gianfranco Fini:  Vicepresidenti del Consiglio dei ministri. Claudio Scajola Ministro degli Interni e Roberto Castelli alla Giustizia, Letizia Moratti  all’ Istruzione, Università e Ricerca, Maurizio Gasparri alla Comunicazioni, Umberto Bossi e Robert Calderoli alle Riforme Istituzionali. Sono solo alcuni dei nomi più influenti e di un Governo di destra che univa Forza Italia, la Lega Nord, Alleanza Nazionale e i Cristiani Democratici. Ricordiamoli bene questi nomi, perché nella storia recente di questo Paese li troveremo spesso. In quel mese di Luglio del 2001 Genova è scelta come sede per il G8 che vede tutti insieme i capi di governo dei maggiori paesi industrializzati. La scelta di Genova come sede non fu del governo appena nominato ma del governo precedente, presieduto da Giuliano Amato. È giusto ricordarlo perché quella scelta suscitò polemiche e perplessità dal primo momento, ma quella scelta ormai era stata fatta e il clima di violenza in cui si tenne quel G8 e la responsabilità politica di quella macelleria è tutta sulle spalle di chi decise di gestirlo in quel modo. Per chi ha vissuto quei giorni il ricordo non è affatto sfumato, tutto era stato preparato perché andasse in quel modo e in quella direzione. In quei giorni la Democrazia in Italia è stata cancellata e in tanti hanno manipolato la verità, a cominciare dagli organi d’informazione e dalle Istituzioni. Per giorni la legalità non è esistita, cancellata dalle forze dell’ordine e da uno Stato che ha lasciato ai suoi uomini peggiori la totale libertà d’azione. Dalla morte di Carlo Giuliani alle torture di Bolzaneto, passando per l’irruzione e le violenze all’interno della scuola Diaz, a Genova è successo di tutto. Tutto quello che può essere definito violenza, intimidazione, prevaricazione, insulto e spregio dei diritti umani… tutto questo è stato messo in atto senza nessuna pietà, con la copertura e la protezione dei vertici dello Stato e delle Istituzioni. Per questo si parla di “macelleria”, non a caso.

“Chi ha 30 anni o più, i fatti di Genova, li ricorda come se fosse ieri.  Quartiere Albano, Genova, 20 luglio 2001. Mancano pochi minuti alla mezzanotte e un plotone fa irruzione alla scuola Diaz. Nella palestra della scuola stanno riposando alcuni manifestanti del Genoa Social Forum, giunti fin qui per contestare la globalizzazione capitalista delle otto Grandi potenze riunite nella città ligure. Avvolti nei sacchi a pelo, molti di loro sono stranieri. E molti di loro stanno già dormendo quando il Reparto mobile di Roma dà il via all’irruzione, lo seguono poi quello di Genova e Milano mentre i Battaglioni dei Carabinieri non parteciparono attivamente all’irruzione ma si limitano a circondare l’edificio. Gli agenti di polizia irrompono e aggrediscono violentemente gli ospiti: 82 feriti e 93 arrestati. Tra gli arrestati 63 furono portati in ospedale e 19 furono portati nella caserma della polizia di Bolzaneto. Tre in prognosi riservata e uno in coma, è Mark Covell, il giornalista inglese che per primo si imbatte nel “plotone”. https://left.it/2015/07/21/g8-genova-diaz-carlo-giuliani/

Amnesty International nel suo rapporto su Genova dichiarò nero su bianco che “… nel luglio del 2001 vi fu in Italia una violazione dei diritti umani di proporzioni mai viste in Europa nella storia recente”. Non sarà questa l’unica accusa di “tortura”: nell’Aprile del 2015 la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo condanna l’Italia per tortura per il comportamento tenuto dalle forze dell’ordine durante l’irruzione alla scuola Diaz denunciando la violazione dell’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani.

E ora, sedici anni dopo quella macelleria, l’Italia riconosce tutto questo nei confronti di sei cittadini e patteggia la sua pena: 45 mila euro ciascuno per danni morali e materiali e spese processuali. Lo afferma la Corte europea dei Diritti umani in due decisioni in cui “prende atto della risoluzione amichevole tra le parti” e stabilisce di chiudere questi casi. Tutto lavato e ripulito quindi ? No, non credo affatto che sia così. Mancano troppi puntini sulle “i” di quei giorni, e sono puntini importanti: quali sono le responsabilità politiche e umane degli uomini che hanno reso possibile quella macelleria ? Come saldano il loro conto, loro che avevano il compito di rappresentare lo Stato e garantire quel rispetto dei diritti umani e civili che oggi lo Stato ammette di aver calpestato ? Com’è proseguita la carriera politica di quei Ministri, com’è proseguita la carriera professionale di chi comandava quegli aguzzini con la divisa sbagliata ? Dov’è andata la coscienza di uno Stato che pensa di risolvere tutto patteggiando una pena e pagando solo con il denaro la propria vergognosa violenza ? Davvero si pensa che il denaro possa guarire questa ferita ? Quel G8 era cominciato in un clima diverso da quello in cui poi è stato fatto cadere, era cominciato con decine di migliaia di giovani che cantavano e ballavamo insieme a Manu Chao, e poi il primo corteo insieme ai migranti. Quei canti e quei balli finiscono presto, interrotti dalle devastazioni dei Black bloc che agiscono indisturbati. E allora quella domanda, cui non è mai stata data una risposta: perché il vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, si trovava nella caserma dei carabinieri di San Giuliano ? Perché nessuno interviene contro chi sta devastando la città ? Quell’intervento ci sarà poi, durissimo e violento come non mai, solo contro chi manifesta pacificamente. Le fotografie e i filmati dell’epoca sono a disposizione di chiunque neghi questa evidenza. Quei giorni di Genova segnano la fine di un movimento, ucciso insieme alla Democrazia e alla legalità. Ma nessuno dei vertici di allora ha ammesso le proprie responsabilità. Anzi, qualcuno ha fatto carriera dopo quei fatti. Cosa resta di quei giorni oggi dopo quasi sedici anni lunghissimi ? Resta solamente il ricordo di chi ha vissuto quell’incubo, resta l’amarezza di una pagina nera in più nella storia di questo Paese, resta una targa in Piazza Alimonda per ricordare un ragazzo a cui nessuno restituirà la bellezza dei vent’anni. E resta un patteggiamento, il pagamento di una somma e di un risarcimento. Resta la vergogna di uno Stato che ha tradito una generazione e che pensa di lavarsi le mani con trenta denari.