Genova Per Noi

Di: - Pubblicato: 22 agosto 2018

Di Maurizio Anelli

 

Notte d’agosto, calda e sudata. Notte che schiuma rabbia per le vite rubate. Qualcuna ancora giovane e piena di speranze e di sogni, qualcun’altra magari avanti con gli anni, gli anni di chi ha già dato e aspetta qualcosa da quello che rimane. Erano vite, precipitate nel vuoto di una strada che si cancella, sparisce nella polvere insieme a un ponte che tutto a un tratto non c’è più. Rabbia per una storia che non doveva essere, figlia dell’incuria e dell’arroganza, del profitto e della colpevole incapacità di una classe dirigente di prendersi cura della sua gente, di averne rispetto. Ma nessun re ha mai avuto cura e rispetto del suo popolo, un re chiede solo obbedienza e balzelli. Il popolo è sempre e solo una pecora da tosare.

Notte che regala amarezza, malinconia e ricordi. Non sono un ingegnere che costruisce ponti, non sono un architetto che costruisce bellezze che restano nella storia e nella memoria degli uomini. Sono solo un uomo, con qualche capello bianco e mille sogni in un cassetto che ancora non voglio chiudere.  Amo i ponti, perché uniscono invece di dividere. Qualche volta sono costruiti sulla carta o sulla sabbia, al primo colpo di vento crollano e lasciano una strada tagliata a metà. Qualcuno resta da una parte di quella strada e qualcuno dall’altra, come se il destino volesse punire la bellezza dell’incontro. Qualche volta è il destino, qualche volta invece è la stupidità dell’uomo a far crollare un ponte ma forse è ingiusto chiamarla stupidità, le cose della vita hanno sempre un nome  anche quando si presentano con il vestito più bello. Qualche volta serve tempo per capire l’inganno di quel vestito, ma il tempo dell’inganno finisce sempre. Genova è sincera con tutti, lo è sempre stata. Fiera, testarda e tenace, orgogliosa e un po’ selvatica, ma solamente in apparenza. Poi piano piano impari a conoscerla e te ne innamori un giorno alla volta, perché gli amori più veri sono quelli che nascono così, imparando a scoprirsi lentamente, senza fretta. E allora ti accorgi che sì, è orgogliosa e tenace ma non è vero che è selvatica. Impari ad amare quella dignità che si nasconde nei suoi caruggi ma che si lascia scoprire lentamente. Capita spesso che le persone più vere abbiano il pudore antico di mostrare la propria dolcezza. Un amico di Genova un giorno mi raccontò la leggenda del “mugugno” di cui sembra che un vero genovese non possa farne a meno. Nasce nel ‘300 quando la Magistratura dei Conservatori del mare regolamentò il diritto al mugugno stabilendo due tipi di ingaggio: il primo garantiva una paga migliore ma pretendeva la rinuncia al mugugno, il secondo una paga peggiore ma permetteva il diritto di lamentarsi . Nessun dubbio, la scelta cadeva sempre sulla seconda scelta: meno palanche, ma nessuna rinuncia al sacrosanto diritto al mugugno.

http://www.amezena.net/storia-di/storia-di-marinai-di-magistrati/

Il ponte che faceva incontrare la città, il ponte che la univa e le permetteva di incontrare il resto del mondo non c’è più. Gli uomini l’hanno cancellato come si fa con un compito sbagliato, ma non era il compito ad essere sbagliato. Quel ponte serviva, il compito era giusto. Di sbagliato c’è l’uomo quando si dimentica di esserlo e vende l’anima al profitto, alla finanza selvaggia, al potere. Non è più stupidità ma avidità e sete di potere. Ci sono due momenti spaventosi nella storia di quel ponte, e tutti noi abbiamo imparato una parola di cui solo gli studiosi conoscevano l’esistenza: Strallo. Il primo momento spaventoso succede quando il ponte viene progettato e costruito: il tempo dimostra che quell’opera era azzardata, probabilmente folle, ma all’epoca venne salutata come un grande passo in avanti nell’ingegneria applicata alla costruzione di un ponte. Entrava nelle case come un’edera, ma si pensava che Genova potesse e dovesse accettare questa violenza del progresso. E Genova imparò ad accettare e a convivere con quell’azzardo, come qualcosa di cui non si poteva fare a meno perché univa. Quello fu il primo momento spaventoso. Poi venne il secondo e via via tutti gli altri e qui la storia diventa una brutta storia, dove si incontrano arroganza e potere, incuria, incapacità e cattiva politica. Sarà la Magistratura a stabilire colpe e responsabilità e forse questa volta si scriverà una pagina diversa dalle mille stragi e tragedie di Stato che hanno raccontato la storia d’Italia. O forse tornerà il tempo delle commissioni d’inchiesta, delle discussioni in Parlamento, delle accuse e del rimpallo delle responsabilità, dell’insabbiamento, del silenzio e dell’oblio. Forse anche questa volta si dimenticherà, come sempre è avvenuto in questo Paese dove non ci sono mai colpevoli e tutto si confonde, si perde nel tempo. Una volta di più, in ogni caso, emergono dalla palude i fantasmi che nessuno è mai riuscito a rinchiudere per sempre nell’armadio: storie di appalti e contratti, gestione del patrimonio pubblico e del bene comune, controlli e controllori. Storie di alta finanza e giochi di Borsa e di potere dove sul tavolo verde si gioca con la vita della gente in cambio di concessioni, di contratti e appalti. I Nomi sono importanti, fanno rumore: Società Autostrade, la Famiglia Benetton. E poi i governi di questi decenni, tutti e nessuno escluso. Perché di fronte a ferite profonde e terribili come quella di Genova nessuno può chiamarsi fuori. Neppure il Partito del Ministro degli Interni e Vice Presidente del Consiglio Matteo Salvini, sempre pronto a un “selfie” senza vergogna con i suoi ammiratori anche nel giorno in cui si seppelliscono i morti, perché il suo Partito non è al governo solo oggi, da pochi mesi. No, il suo partito è stato al Governo di questo Paese in tutti e quattro i Governi guidati da Silvio Berlusconi. Perché la Lega ha governato per anni la Regione Liguria e la governa ancora oggi. Se è vero che ognuno deve assumersi le proprie responsabilità, allora è anche vero che non ci sono vergini nella classe dirigente di questo Paese, né a livello politico e di Governo né a livello imprenditoriale. Anche per questo la classe dirigente di questo Paese ha il dovere di rispondere e noi Cittadini il diritto di chiedere conto. C’è un tempo per ogni cosa, oggi è il tempo del dolore di una città e di famiglie distrutte. È un dolore condiviso e che riguarda tutti noi, ci coinvolge. Ognuno di noi poteva essere su quel ponte, molti di noi l’hanno attraversato almeno una volta. Merita rispetto il dolore, merita un momento di silenzio che troppi hanno ignorato. Ma il silenzio che oggi è un doveroso atto di rispetto umano domani deve trasformarsi nella volontà di capire, denunciare e prendere decisioni e provvedimenti, ricostruire su presupposti diversi.

Sopra e intorno a quel ponte volteggiano molti avvoltoi in cerca di consensi, e gli avvoltoi da sempre si nutrono della carne morta di chi non può più difendersi. Volano scambi di accuse, carte tenute nel cassetto per anni e numeri che raccontano la storia di questi decenni di affari e malaffari. Ma è sotto quel ponte che la parte migliore e straordinaria di questo Paese dimostra quale e quanto valore abbia la dignità umana:  ha la faccia, sudata e stravolta dalla fatica e dal dolore, dei Vigili del Fuoco, dei volontari, dei soccorritori che lavorano e scavano senza sosta, estraggono corpi fra macerie e distruzione.  Hanno il viso bagnato, lacrime e sudore si confondono e si mischiano come se volessero lavare quelle facce dalla polvere. Restituiscono alle famiglie corpi cui è stata rubata a vita, sono loro a restituire dignità a un Paese che l’ha persa da tempo. E lo fanno in silenzio, da sempre. Che sia un ponte crollato, un incendio, un terremoto o un’alluvione … loro ci sono sempre e insegnano a tutti noi cosa significa la solidarietà umana. Su ogni strada dove la vita si strappa, loro lavorano in silenzio per ricucirla. Don Andrea Gallo diceva che “… La strada mi arricchisce, continuamente. Lì avvengono gli incontri più significativi, l’incontro della vera sofferenza, l’incontro di chi però ha ancora tanta speranza e allora guarda, attende. Per la strada nascono le alternative, nasce il voler conquistare dei diritti…” e aveva ragione.

C’è un Paese che cade a pezzi un giorno dopo l’altro, c’è una città che non può morire: è Genova, la Superba. Francesco Petrarca, nel 1358, descrisse Geneva in questo modo:  “ vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare”. Quella città c’è ancora, e non morirà. Con quella faccia un po’così , quell’espressione un po’ così … anche questa volta riuscirà a ritrovare la sua strada. Abbasserà la testa solo il tempo necessario per togliersi il cappello e salutare i suoi morti, poi la rialzerà per ricostruire se stessa. Fiera, testarda e tenace, orgogliosa e un po’ selvatica ma solo in apparenza, racconterà che quelle gocce che bagnano il viso non sono lacrime ma sono solo le gocce del sudore  di chi è si già rimesso al lavoro. C’è un’umana e immensa dignità sotto quel ponte ed è illuminata da una lanterna che non si spegnerà mai. https://www.youtube.com/watch?v=cPKXFc_AO7U