Gestire l’impresa/Sud

Di: - Pubblicato: 18 settembre 2017

«Al Sud i diritti vengono trasformati in “favori”»

Il Cavaliere del Lavoro Pippo Callipo, ex presidente della Confindustria Calabria e patron di un’industria conserviera con 100 anni di storia e numeri da prima della classe, si scaglia contro il “trittico burocrazia, malapolitica, mafia” che soffoca l’impresa e non fa crescere il tessuto sociale.

Di Francesco Condoluci

 

Non lo hanno fermato nemmeno i colpi di pistola: sei nel 2004, undici lo scorso anno. Indirizzati contro il resort quattro stelle di famiglia e contro i suoi stabilimenti a Maierato, area industriale di Vibo Valentia, ultimo avamposto della Calabria più profonda, quella che, per omogeneità geografiche, sociali e ambientali, oggi sembra più vicina all’Africa che all’Europa.

Non lo hanno fermato le difficoltà: quelle che, al primo intoppo, a queste latitudini hanno portato centinaia, forse migliaia, di altre aziende al fallimento, alla chiusura delle linee produttive, alla consegna nelle mani di un altro padrone: la ‘ndrangheta e i suoi stakeholder, mascherati da professionisti e imprenditori. Non lo ferma la paura, quella che ogni mattina, quando esce di casa e ogni sera quando vi fa ritorno, lo fa girare di scatto per guardarsi alle spalle. No, Pippo Callipo no, lui non molla di un millimetro. Da anni, da decenni. Anzi.

Qualche settimana fa, nel giorno del suo 71esimo compleanno, racconta di aver rimesso a nuovo la targhetta che aveva fatto affiggere anni fa su tutti i suoi stabilimenti. «C’è scritto “Io resto in Calabria”, l’ho fatta fare nel 2010, per ricordare l’associazione che ho fondato, dopo aver subito la prima intimidazione, per provare a raggruppare tutti quegli imprenditori e quegli uomini liberi che amano la nostra terra e non si piegano alla morsa della criminalità organizzata. Sotto la scritta, ho fatto incidere la mia firma: Pippo Callipo. Dopo sette anni, la targhetta si era un po’ sbiadita. Così l’ho fatta fare nuova, l’ho rimessa a lucido, per evitare che qualcuno potesse pensare che anche il mio impegno civile, in tutti questi anni, si fosse sbiadito». Cento anni di storia, un presente che parla di fatturati che sfiorano i 50 milioni di euro; di una crescita, nel 2016, del 5% rispetto all’anno prima e di una produzione che riesce ad esportare l’11% in oltre dieci paesi nel mondo, la Callipo Conserve Alimentari, leader nel mercato del tonno e dei prodotti ittici di alta fascia, è la plastica rappresentazione di una straordinaria eccezione: fare impresa ad alti livelli al Sud, in Calabria, si può.

 Ma a che prezzo, cavalier Callipo?

Al prezzo di riuscire a vivere nella legalità, a fare di tutto per rispettare le regole imposte dallo Stato e dalla società, a resistere alla tentazione di avvicinarsi alla ‘ndrangheta per avere facilitazioni e privilegi. Io, se ho un problema di natura “ambientale”, mi rivolgo ai carabinieri. Non conosco altri indirizzi. È questo che cerco di insegnare ai miei figli e a tutte le persone che mi circondano. A resistere alle sirene dei suggerimenti “amichevoli” che ti consigliano di fare in un certo modo perché in quel modo “si arriva prima”. Io non ho mai bussato alle porte di nessuno, le ante dei miei armadi sono di vetro, non ho scheletri, solo così posso permettermi il lusso di dire la mia, di dire cose anche scomode, ma da uomo libero.

 E i rischi personali? Le frustrazioni imprenditoriali? I rimpianti per una crescita che altrove forse sarebbe stata anche più importante?

I rischi fanno parte del gioco. Ho scelto di rimanere a fare impresa in Calabria e sono perfettamente consapevole che questo rappresenta un rischio, se non ti pieghi a certe logiche. Non nascondo di temere per la mia incolumità, dopo quello che mi è successo in passato. Ma non mi sento un eroe, è solo che ormai non posso più tirarmi indietro. Di rimpianti professionali non ne ho: ho mandato avanti un’azienda, fondata dai miei avi, che oggi, malgrado congiunture e difficoltà, è un’eccellenza italiana. Lo dicono i numeri, non io. Negli anni, al core-business delle conserve alimentari, abbiamo aggiunto investimenti sul turismo, lo sport, le attività ricettive, i servizi di consulenza. E tutto questo senza mai venire meno alla filosofia aziendale della “qualità innanzitutto”, intesa come prodotti ma anche come clima aziendale e approccio nei confronti dei dipendenti. Per noi questa è una pietra miliare. Ci ha permesso di superare la crisi riuscendo persino ad aumentare il fatturato. Nei momenti difficili non abbiamo abbassato la qualità, gli standard qualitativi, anzi, sono sempre stati crescenti. E il consumatore ci ha premiato.

 Il vostro però, resta un modello aziendale di successo pressoché unico, in Calabria…

Vuole sapere perché? Perché la più grande virtù che deve possedere un imprenditore calabrese, o del Sud, in generale, non è tanto il coraggio, ma il riuscire a stare lontano da certe logiche. Prendiamo il caso della stretta del credito bancario. La crisi ha rafforzato l’attività di usura dei clan mafiosi. Con il danaro prestato alle aziende, la ndrangheta entra nelle aziende e piano piano se ne impadronisce. Quando il piccolo imprenditore non riesce a pagare, i mafiosi prima entrano con delle quote nei pacchetti societari e poi le rilevano per intero. È il loro modo di entrare nell’economia legale, imponendo anche i loro fornitori. Io lo denuncio da 20 anni, ormai, che in Calabria il trittico malapolitica, burocrazia e ndrangheta soffoca l’economia. Per stare in piedi devi fare di tutto per non entrare in questo circolo infernale. Conosco tanti imprenditori che per riuscire a farsi liquidare un mandato di pagamento dalla Pubblica Amministrazione, si sono dovuti rivolgere al politico di turno, per poi divenirne di fatto schiavi, in termini di consenso politico. Ho visto tante aziende fallire perché non riuscivano ad incassare quanto gli spettava. Qui “i diritti” vengono trasformati in “favori”. Una regola che vale per le imprese ma anche per il poveraccio che per farsi visitare in ospedale, deve raccomandarsi al politico o al mafioso, per non aspettare sei mesi. È un sistema completamente marcio, nel quale mancano le condizioni minime di legalità. Quelli che avevano provato a cercare di cambiare le cose, come Monsignor Bregantini, l’ex vescovo di Locri che si era battuto per dare lavoro ai giovani sottraendoli alla manovalanza criminale, sono stati in qualche modo allontanati. Spero non succeda la stessa cosa con magistrati di valore come Gratteri e De Raho. Come si dice in latino? “Promoveatur ut amoveatur”, ecco, la mia paura è questa.

 Dunque non è solo la mafia il principale ostacolo allo sviluppo economico del Sud?

La mafia e chi oggettivamente la fiancheggia. Vede, qualche anno fa, coniai un’espressione che è stata ripresa molte volte dalla stampa: “la mafia con la penna”. Mi riferivo alla burocrazia malata. È quella che per farti liquidare un mandato di pagamento o farti ottenere una licenza, ti fa passare dalla politica. Ed è questo che scoraggia gli investitori. Altrove c’è più rispetto per le imprese: qui se non sottostai, o ti sparano o ti rendono la vita impossibile. Giusto qualche giorno fa, davanti alla sede di Confindustria a Vibo Valentia, hanno abbandonato del liquido infiammabile, come “avvertimento”. Io e qualcun altro come me siamo innamorati della nostra terra e resistiamo. Ma un imprenditore che viene da fuori, secondo lei, ha voglia di far fronte a tutto questo? La gran parte dei calabresi però continua a incassare, a prendere bastonate, a non reagire e preferisce affidarsi al padrone di turno.

 Non c’è speranza?

No, questo non voglio e non posso pensarlo. Ci sono tanti esempi incoraggianti. Uno di questi è il costruttore edile Gaetano Saffioti, che ha denunciato e fatto arrestare i suoi estorsori e da allora vive nel suo cantiere trasformato in un bunker, ma continua a lanciare appelli a ribellarsi alla mafia, ora anche con un libro appena pubblicato. No, il cambiamento avverrà prima o poi, ne sono certo, anche se ci vorranno generazioni. Spero solo che la Calabria e la sua economia riusciranno a resistere fino ad allora.

 Se anni fa, quando si è candidato, fosse stato eletto governatore, cosa avrebbe fatto per rilanciare l’economia della sua terra? Quali sono le politiche pubbliche necessarie a uscire da questa impasse atavica?

Nel mio programma c’erano pochi e semplici punti. Le priorità dei calabresi. La prima riguardava la riorganizzazione della Regione. La razionalizzazione degli uffici e delle risorse umane. Poi l’utilizzo ottimale dei fondi strutturali dell’Unione Europea. Ci sono tantissimi soldi a disposizione ma non si riesce a far partire i bandi e dare risorse alle imprese. Poi potenziare le vie di comunicazione per rilanciare il turismo. Qualche giorno fa hanno inaugurato in pompa magna la nuova Salerno-Reggio Calabria, ribattezzata A2, l’Autostrada del Mediterraneo. peccato che il giorno dopo sono andato a Cosenza e ho fatto 40 km a senso unico perché c’erano lavori in corso sull’altra carreggiata. Praticamente hanno tolto le transenne per far venire il ministro a tagliare il nastro e poi le hanno rimesse, facendoci credere che i lavori erano completati. Tutto inutile. Le pare che la gente si fa 2 mila km per venire in macchina al mio resort a Pizzo Calabria? In Calabria bisogna lavorare sul Porto di Gioia Tauro che avrebbe dovuto diventare il motore di tutta l’economia del Mezzogiorno e sugli aeroporti per rilanciare il turismo. L’aeroporto di Crotone non ha un volo per Roma, i crotonesi devono andare fino a Lamezia. Invece di investire su stupidi spot promozionali che fanno la parodia dei nostri magnifici Bronzi di Riace, bisognerebbe investire con i bonus sui biglietti aerei. E poi bisogna rifare le strade extraurbane che ancora oggi sembrano mulattiere. Ci sono intere aree dell’entroterra che stanno morendo a causa dell’isolamento geografico. Chi va più in Sila o a Soveria Mannelli? Nessuno. Ma i nostri politici di queste cose non se ne occupano. Sono muti, inerti, non prendono posizione. Pensano solo allo strapuntino da farsi dare dai Palazzi romani. Tanto della crescita della Calabria, non gliene importa nulla e anzi vogliono lasciarla nella sacca dei bisogni per poter mantenere il ruolo di benefattori. La lascio citandole amaramente un verso del poeta dialettale Nicola Giunta che descrive perfettamente la nostra classe politica regionale: “nani sugnu iddi, e vonnu a tutti nani”. (“Loro sono nani, e vogliono che anche tutti gli altri restino nani”).

 

(Fonte: Economy, www.economymag.it)