Giulio Regeni, Cinque Anni Dopo

Di: - Pubblicato: 30 Novembre 2020

Di Maurizio Anelli.

“I pescatori sanno che il mare è pericoloso e la tempesta terribile, ma non hanno mai considerato questi pericoli come una ragione sufficiente per restare a riva”. (Vincent Van Gogh)

Oggi quella tempesta ci guarda in faccia con tutta la violenza che ogni tempesta porta dentro di sé.

Si tratta di una sfida che ci mette all’angolo e ci impone di scegliere se accettarla o soccombere in silenzio, rassegnati. Le sfide si accettano sempre, si possono vincere o perdere ma non si rifiutano. C’è una parola che gli uomini dovrebbero cancellare dalla propria vita: rassegnazione.

La rassegnazione è una ferita del cuore e dell’anima, entra nelle nostre menti in maniera subdola e tante volte quasi non ce ne accorgiamo, fino a diventare una compagnia che ci consola. Il modello di sviluppo di questa società ci chiede di rassegnarci. Le religioni, tutte, ci chiedono la rassegnazione, il finto progresso, i potenti della Terra… tutti ci chiedono di rassegnarci e lo fanno con disprezzo, con l’arroganza e la sicurezza di chi pensa di avere in mano tutte le carte.

Paola e Claudio Regeni non si sono rassegnati. La vita sa essere dura come nessun’altra cosa al mondo, ma credo che non ci sia dolore più grande di quello che si prova nel sopravvivere ai propri figli. Il pensiero corre ai genitori di Carlo Giuliani e di Federico Aldrovandi, di Stefano Cucchi e Vittorio “Vik” Arrigoni, e più lontano nel tempo a Peppino Impastato e Fausto e Iaio, a Ilaria Alpi e ai tanti di cui non conosciamo e non ricordiamo i nomi.

Nell’inverno del 2016 Giulio Regeni si aggiunge a quei nomi.

La sera del 25 gennaio 2016, quinto anniversario della rivoluzione egiziana, Giulio Regeni scompare al Cairo, in Egitto. Il suo corpo viene ritrovato dopo più di una settimana, il 3 febbraio, sul ciglio della strada che dal Cairo porta ad Alessandria. Giulio era un ragazzo di 28 anni, ricercatore all’Università di Cambridge, e si trovava in Egitto per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani. Un tema scottante e pericoloso: perché era, ed è ancora oggi, proprio nei sindacati indipendenti che il regime egiziano del generale Abdel Fattah al-Sisi individua gli oppositori politici più decisi e coraggiosi.

Quel giorno Giulio doveva andare in piazza Tahrir, la piazza simbolo della rivoluzione, ma in quella piazza non ci arriverà mai: scompare come per incanto ad una fermata della metropolitana.

Da quel 3 febbraio una valanga di silenzi, di bugie e di ipocrisie, si abbatte sulla sua storia. L’intero apparato di sicurezza del Governo egiziano ha da sempre depistato e ostacolato ogni accertamento della verità. Solo un piccolo e minimo cenno di collaborazione che ha coinciso con il momentaneo richiamo a Roma dell’ambasciatore italiano in Egitto. Ma è stato solo un momento e nulla di più, che ben presto ha lasciato il posto all’indifferenza. Si è tornati in un attimo alle generiche promesse di collaborazione mai mantenute, ai depistaggi e al silenzio.

E in Italia? Nel dicembre del 2019, un anno fa, si insedia ufficialmente la Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Giulio Regeni. Sei mesi prima, il 24 giugno, i genitori di Giulio avevano scritto una lettera ai deputati delle Commissioni Esteri del Parlamento tedesco in cui scrivevano di: “…Dichiarare l’Egitto Paese non sicuro e richiamare i nostri ambasciatori potrebbe essere un segnale forte di pretesa di rispetto dei diritti umani…. vi chiediamo di non lasciarci soli nella nostra pretesa di verità. Giulio era un cittadino europeo e merita l’impegno di tutte le nostre istituzioni“.

Intanto nel febbraio 2020 le agenzie di stampa battono la notizia che l’Egitto chiede un prestito milionario a cinque banche italiane. Il prestito dovrebbe servire per coprire l’acquisto da parte dell’Egitto di forniture militari dall’Italia. La televisione del Qatar “Al Jazeera” si domanda se “…L’Egitto rafforza il suo arsenale militare con un grande accordo con l’Italia. La morte di Regeni c’entra qualcosa?”.  Il dubbio che l’Egitto provi a coinvolgere l’Italia con accordi economici di alto livello per non parlare della morte di Giulio diventa molto più di un’ipotesi, e si fa strada anche fra i siti egiziani che guardano con attenzione ai diritti umani, come il giornale indipendente “Mada Masr”.

Il Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, non la pensa così e davanti alla commissione d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni afferma testuale: “…non credo che lo sviluppo di relazioni con l’Egitto sia un freno alla ricerca della verità sulla morte di Giulio Regeni”. https://www.analisidifesa.it/2020/07/il-ministro-guerini-non-vede-rischi-dalla-vendita-di-due-fremm-allegitto/

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, si spinge ancora oltre e di fronte alla stessa Commissione parlamentare d’inchiesta afferma che: “…dubito che la vendita di questi prodotti sia da intendere come un favore dell’Italia all’Egitto. Non credo che infici la ricerca della verità’ né possa essere intesa come una sorta di leva per raggiungere quell’obiettivo. Utili in questa prospettiva, ha ribadito il ministro, l’azione del governo, della magistratura, del corpo diplomatico e dell’intelligence italiana“.

Dichiarazioni pesanti, perché tutto si svolge nella penombra e, nella penombra, l’affare milionario va in porto senza nemmeno passare attraverso l’approvazione del Parlamento. Gli equilibri economici e militari, le ragioni di politica internazionale, la crisi nel Mediterraneo, contano di più della morte di un ragazzo di 28 anni e del rispetto dei diritti umani.

Giulio Regeni era nato a Fiumicello, in provincia di Udine. Un ragazzo semplice e pieno di vita come lo ricordano gli amici. Gli piaceva camminare nelle strade del mondo, da Fiumicello a Trieste, dal New Mexico agli Stati Uniti. E poi l’università in Inghilterra: Oxford, dove si laurea, e poi il dottorato a Cambridge. Infine, il Cairo, l’ultima strada. Giulio aveva la passione per il giornalismo. È negli Stati Uniti che comincia a scrivere per il mensile triestino Konrad. Collabora con diverse testate giornalistiche e in alcuni articoli scritti dall’Egitto racconta le difficoltà e le lotte del movimentosindacale dopo la rivoluzione egiziana del 2011. Non si firma con il suo nome, usa lo pseudonimo diAntonio Druis, ma questo non lo salverà perché Giulio era un osservato speciale dei Servizi egiziani, seguito e pedinato in ogni sua mossa. La tela attorno a lui era stata preparata da tempo, forse fin dal giorno del suo arrivo.

https://ilmanifesto.it/regeni-la-verita-in-parlamento-nella-rete-degli-007-egiziani/

La storia di Giulio è la storia di un omicidio di Stato, pretendere e ottenere la verità sulla sua morte è un dovere per tutti e un diritto per Paola e Claudio Regeni. Ma diventa difficile capire a chi e come chiederla: in questi anni il governo italiano si è dimostrato incapace di trattare, di imporsi e di chiedere giustizia all’Egitto ma anche a quei presunti alleati europei come l’Inghilterra; Cambridge non ha mai mostrato il desiderio di arrivare alla verità sull’assassinio di un suo ricercatore.

Nell’inverno scorso, il 23 gennaio, è uscito il libro “Giulio fa cose”, scritto da Paola Deffendi e Claudio Regeni, e pubblicato da Feltrinelli. Nel libro, i genitori raccontano gli ultimi quattro anni della lorovitasenza più quel figlio. È una testimonianza intensa, dove il dolore si incontra ad ogni riga e si mescola con una ricerca ostinata della verità. Dal febbraio 2016 uno striscione giallo fa il giro d’Italia, esposto sui muri di Comuni e Università, luoghi di cultura, piazze e strade, chiede una cosa davvero semplice: “Verità per Giulio Regeni”.

Immagine che contiene persona, bottiglia, segnale, persone

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Quello striscione è diventato un simbolo per chiunque abbia scelto di accettare la sfida della tempesta perché sì…Van Gogh aveva ragione “I pescatori sanno che il mare è pericoloso e la tempesta terribile, ma non hanno mai considerato questi pericoli una ragione sufficiente per restare a riva”.