Gli Cercarono L’Anima A Forza Di Botte

Di: - Pubblicato: 24 settembre 2018

Di Giulia Deiana.

 

“Mi arrestarono un giorno, per le donne ed il vino, non avevano leggi per punire un blasfemo, non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima, a forza di botte”

Fabrizio De André, Un blasfemo

Sulla mia pelle, il film di Alessio Cremonini sugli ultimi giorni di Stefano Cucchi, si presenta come un’opportunità civile e sociale unica: proiettato in molte città, spesso gratuitamente e in spazi pubblici, diventa dibattito, presa di coscienza, urgenza di approfondire non il caso isolato, ma il fenomeno in sé, non estraneo alla cronaca italiana. Un fenomeno che ha portato negli anni ad una diminuzione della fiducia nei confronti delle forze armate, garanti dell’ordine pubblico e della pubblica sicurezza. Questo perché, non solo si è incappati spesso in abuso di potere, ma si è agito nella direzione dell’occultamento, della menzogna, tanto grande da cercare di infangare la figura della vittima. Come spiega bene Carlo Bonini nel suo Il corpo del Reato, è il corpo stesso che diviene “ testimone primo e ultimo della verità su quanto accaduto”.

Massacrato di botte, Stefano ha infine usato il proprio corpo martoriato come testimone non solo del sopruso subito, ma dei diritti che possedeva ma che gli venivano negati.

Come si legge alla fine del film, Stefano è stato il 148° morto in carcere sul totale di 172 morti del 2009. Quello non è stato il primo anno né l’ultimo. Come racconta la madre di Marcello Lonzi, se non fosse stato per le ferite sul volto del figlio, lei ci sarebbe “caduta”. Dopo quattro mesi di reclusione nel carcere di Livorno, viene dichiarato il decesso di Marcello per un’aritmia cardiaca, ma quando viene fatto riesumare il corpo, si scoprono otto costole rotte, il polso sinistro rotto, la mandibola fratturata e due buchi profondi alla testa.

In un meccanismo che nega la giustizia, l’unico strumento che può aiutare le famiglie in cerca di verità si rivela il mondo della rete. Così i cari di Federico Aldrovandi sono riusciti a scuotere l’opinione pubblica e la magistratura, costringendoli a mettere in atto un processo.

Federico stava rientrando a casa dopo una serata passata con gli amici, percorreva via dill’Ippodromo quando è stato fermato dalla polizia, avvisata della presenza di un ragazzo apparentemente agitato, che discuteva con una, forse due persone. Arriva un’altra pattuglia, i poliziotti sono quattro; quella che dovrebbe, nel caso, essere una manovra di contenimento diventa un accanimento. Federico è ammanettato, disteso sull’asfalto, su di lui violenti colpi, calci, pugni, due manganelli rotti su quattro. All’alba del 25 settembre 2005, Federico muore per la compressione del torace, dopo aver chiesto ripetutamente aiuto. Uno dei poliziotti dirà al centralinista del 113 “l’abbiamo bastonato di brutto”. E già. Dentro il cappuccio della felpa vengono ritrovati i capelli strappati dal bulbo, lo scroto è spappolato, il volto sfigurato. Il medico legale della parte civile individuerà cinquantaquattro lesioni. Federico è morto da due ore, ma il suo corpo è ancora a terra, scoperto. I genitori, preoccupati perché il figlio non è tornato a casa, lo chiamano al telefono. Risponde un agente che dice di aver trovato il telefono su una panchina. Solo alle 11 scopriranno della tragica morte. Federico era uno studente di 18 anni, incensurato. Eppure viene detto che sia morto per overdose, che fosse un drogato, abbandonato dagli amici dopo una serata di festa. Gli amici stessi vengono chiamati in questura e accusati di essere dei “drogati”. Viene messo su un vero e proprio teatrino, che non può reggere di fronte a tutto quel sangue. Anche i giornali decidono che Federico è morto di overdose, poi di malore. Così la madre apre un blog e pubblica la foto del viso del figlio, travolto dalle percosse. “Quello che hanno detto di lui in quei giorni i colpevoli, l’hanno ucciso molte volte. Hanno voluto annichilire persino la sua memoria piuttosto che confessare quello che avevano fatto”.

L’unica testimonianza è quella di Anne Marie Tsagueu, che dichiara di aver visto gli agenti sopra il ragazzo. I quattro poliziotti sono accusati di aver provocato con la loro condotta la morte di Federico; comincia anche un altro processo, che indaga sui favoreggiamenti, l’omissione d’atti d’ufficio e le false testimonianze.

Anziché essere la prima a denunciare, la questura copre. “Indossare una divisa sporca di sangue non è un bene per nessuno”, dichiara la figlia di Michele Ferulli in un servizio di Presa Diretta. Suo padre è morto il 30 giugno del 2011 dopo un intervento delle forze dell’ordine che lo hanno immobilizzato a terra finché il cuore non si è fermato, nonostante Michele chiedesse aiuto. La questura dichiara la morte per infarto, ma le testimonianze degli amici presenti e di chi si trovava nei paraggi parlano anche di un pestaggio. Una sorte simile è toccata a Riccardo Magherini, morto nel marzo del 2014 per asfissia da posizione, riportando anche delle fratture alle costole e allo sterno e un’emorragia al fegato e Riccardo Rasman, ammanettato, premuto contro il pavimento, colpito con calci, pugni, manganelli, una sedia, successivamente imbavagliato e legato alle caviglie con del fil di ferro. Morirà anche lui per asfissia da posizione.

Chi si è salvato, diventa testimone della violenza subita, anche se non sempre è facile, come dimostra la storia di Stefano Gugliotta, attaccato senza motivo da un agente e circondato da altri colleghi che lo colpiscono con calci, manganelli e pugni. I residenti di un condominio si affacciano e protestano, qualcuno riprende con il telefonino. Stefano viene ammanettato e condotto in carcere, passerà tre giorni in isolamento. I genitori non avranno sue notizie per una settimana, se non quella di una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Senza quel video, Stefano sarebbe stato anche accusato ingiustamente.

Sono tanti i casi irrisolti o archiviati per mancanza di prove. Quante verità sono state sepolte per difendere la colpevolezza dell’abuso del potere? Quali sono le prospettive in un Paese in cui, in nome dell’ordine e del decoro, si decide di introdurre l’utilizzo del taser piuttosto che risolvere il problema della violenza e degli interventi scorretti nei confronti degli indifesi o delle persone in stato di agitazione o ancora in caso di persone affette da disturbi psichici.

Si potrebbero aprire mille discorsi. Sui trattamenti sanitari obbligatori, sulle morti in carcere, i suicidi all’interno di queste mura, le condizioni dei detenuti, ma anche quelle dei ricoverati negli ospedali psichiatrici. Sembra quasi che in questi luoghi, in queste circostanze, venga a mancare la sensibilità verso il paziente o il detenuto e affiori come un sentimento di disprezzo che scaturisce in atti violenti e scorretti. Un paese civilizzato può accettare tutto questo? Può accettare la mancanza di atteggiamenti umani verso un altro umano?

Si potrebbero aprire mille discorsi, appunto, ma al momento voglio solo ricordare questi esseri umani che hanno perso la vita quando questa era stata affidata nelle mani dello Stato.

 

 

Per approfondire:

 

E’ stato morto un ragazzo, di Filippo vendemmiati  https://vimeo.com/50963553

 

Presa Diretta, Morti di Stato (6 gennaio 2014) https://www.raiplay.it/video/2014/01/Morti-di-Stato—Presa-diretta-del-06012014-762c5cad-4b14-4fbc-903d-1518895075dd.html

 

Per una questione puramente narrativa ho dovuto omettere tante vicende, tutte tristi, molte prive di giustizia, molte hanno coinvolto ragazzi giovanissimi. Qui un elenco con le storie di chi ce l’ha fatta e di chi, purtroppo no. http://www.acaditalia.it/abusi-in-divisa-le-storie-di-acad/