Gli eroi e il profitto

Di: - Pubblicato: 30 Marzo 2020

Di Maurizio Anelli.

“Sventurata la Terra che ha bisogno di eroi” (Bertolt Brecht).

Amo questo Paese, comunque e nonostante, al punto che tante volte mi chiedo il perché io stesso. Allora provo a scavare dentro di me alla ricerca di quei perché. Potrei trovarli nella bellezza della natura e nell’arte, nella cultura e nella poesia. Ma poi mi guardo allo specchio e, per quanto innegabile sia il valore di tutto questo, non è il mio perché. Sono figlio del Novecento e sfoglio il libro di quel secolo con avidità, come se il tempo non mi potesse bastare per leggero fino in fondo. Quel secolo parla di guerre volute dai padroni del Paese e subite dalla sua gente. Fame e miseria, e poi il riscatto in quella Resistenza che non ha eguali in Europa. Le fabbriche e la montagna, culla e teatro di una rivolta di liberazione sociale e umana. Poi la ricostruzione di quel tessuto che poteva andare in cancrena ma che è stato salvato, ricucito e restituito alla vita. Fatica e lacrime, migrazione di massa dal sud al nord e all’estero, in paesi stranieri e tante volte ostili. E poi le lotte per conquistare quei diritti che i padroni del vapore hanno negato e contrastato con ogni mezzo. La stagione delle bombe e delle stragi, la mafia e quel fascismo mai morto per davvero, le strade e le piazze da studente, e quella voce e quel corpo che diventavano adulti un giorno alla volta insieme alla consapevolezza che credere nei sogni è bellissimo. Questo è stato il Novecento.

Io, figlio di contadini prestati alla fabbrica, trovo in quel secolo i miei perché: le radici e le ragioni di quello che provo oggi, di quel sentimento dove amore e rabbia si fondono e si confondono.

Considero un privilegio le origini contadine della mia famiglia, mi hanno permesso di conoscere e capire le stagioni della mietitura del grano e della vendemmia: il pane e il vino. Le stagioni della semina e del raccolto, e poi la nascita di un vitello e la morte del maiale: il lavoro e i salumi per tutto l’anno. Le serate nell’aia della casa in pietra dei miei vecchi, a tirare tardi con un bicchiere di vino e gli amici.

Considero un privilegio l’essere entrato in fabbrica a vent’anni. Fino a quel momento la fabbrica per me erano i racconti di mio padre, e in quei racconti c’erano tante cose: l’odore dello smalto e del ferro che mio padre portava dentro casa nelle tute che mia madre lavava, le storie dei suoi colleghi e amici di reparto, la rabbia e gli scioperi, il cottimo e i turni di notte. Entrare in fabbrica per me voleva dire, a vent’anni, prendere il suo testimone e continuare in un certo senso la sua storia.

Oggi guardo questo Paese. Provo a guardarlo con occhi asciutti e con quelle briciole di lucidità che conservo nelle mie tasche, ma non è facile. Ne respiro il dolore e la tristezza, la solitudine e la rabbia. Osservo la sua reazione di fronte a qualcosa che ha cambiato tutta la partita, consapevole che siamo appena al primo tempo e che il secondo sarà una salita durissima, da mettere i brividi. Consapevolezza, una parola dura da imparare e da accettare. Perché la consapevolezza esige di guardarsi allo specchio e ricominciare daccapo, superando il presente.

Nei balconi delle case la gente canta l’inno di Mameli, applaude i medici e gli infermieri che ai nostri occhi appaiono come “eroi”. È vero, lo sono. Ma perché lo sono diventati? La risposta più immediata è anche la più semplice: salvano vite e per salvare le nostre vite bruciano la loro. Si contagiano, si ammalano a loro volta, e se ne vanno in silenzio diventano a loro volta numeri che continuano a salire, senza fermarsi. Ma in quali condizioni sono costretti a lavorare questi “eroi”, e chi li ha costretti a diventare eroi? La risposta più facile e scontata sarebbe quella di dare tutta la colpa a un virus maledetto, ma sarebbe una risposta troppo facile. Medici e infermieri: chiunque scelga questa professione è consapevole dei rischi cui andrà incontro ogni giorno, ma si aspetta di avere dietro di sé quella cortina di protezione che sappia tutelare il loro lavoro. Quella cortina si chiama Stato, ma lo Stato esiste solo a parole, si è defilato per decenni nascondendosi e ignorando il proprio compito. Quello Stato che oggi invita ad applaudire i suoi “eroi” è lo stesso che per anni ha umiliato e ferito a morte la sanità pubblica e la ricerca, preferendo rivolgere investimenti e attenzioni al miraggio della sanità privata, spogliando gli ospedali pubblici di ogni bene e di ogni attenzione. Lo Stato, e le sue regioni più ricche, hanno costruito tutte le condizioni che oggi obbligano i medici a curare e a morire da “eroi”. Una “classe dirigente” onnivora ha divorato tutto quello che poteva. Ma lo Stato, prima di tutto, siamo noi e non ce lo ricordiamo. Siamo noi, cittadini che con il loro voto hanno permesso agli sciacalli di mangiare, prima il meglio e poi quello che ne rimaneva. Chi ha scelto i governi, locali e nazionali, che hanno permesso questo scempio siamo stati noi: Lombardia e Veneto più di tutti oggi conoscono i numeri, o almeno quei numeri che ci vengono raccontati ogni giorno, e i numeri sono sempre il risultato di una scelta a cui in troppi hanno contribuito nel tempo, con il proprio perbenismo e le proprie scelte “politicamente corrette”. Oggi è il momento di asciugare le lacrime e stare in piedi, lo capisco, per noi e per tutti quelli che rappresentano il nostro vivere, i nostri affetti. Domani, perché un domani dovrà pur esserci, verrà il momento di raccogliere i cocci di noi stessi e riprendere un discorso che dovrà cambiare, che non potrà mai più essere uguale a ieri. Ci conteremo, ci guarderemo in faccia, e capiremo davvero chi è disposto a mettere in campo tutto quello che è nelle sue possibilità per cambiare un modello totalmente sbagliato.

Ma gli “eroi” di questo Paese sono anche altri. Hanno la faccia dei lavoratori della grande distribuzione e la gentilezza delle cassiere dei supermercati, hanno la divisa dei tranvieri che ogni giorno salgono su metropolitane, tram e autobus e trasportano migliaia di persone. Hanno la tuta degli operai che ogni giorno entrano in fabbrica e costruiscono, con le loro mani e con la loro fatica. Lo fanno perché sulle fabbriche, in queste settimane, si è aperto il più vergognoso dei dibattiti. E, come in tutti i balletti, c’è sempre una regia che muove le fila e decide quando andare in scena: in questo spettacolo i profitti contano sempre più delle vite umane. Ecco allora che, come per magia, si scopre che la quasi totalità delle fabbriche produce beni di prima necessità e un fermo, anche solo di due settimane, diventa una tragedia per il Paese. Strano, le fabbriche di armi sono aperte a pieno regime, sempre. Difficile capire come la produzione delle armi possa essere considerato un bene primario, e questo vale tutti i giorni dell’anno indipendentemente dalla presenza di un virus. Per decenni le aziende hanno chiuso i cancelli ad agosto per almeno 2/3 settimane, per decenni hanno chiesto e ottenuto la possibilità di utilizzare la cassa integrazione a fronte di crisi, vere o presunte, del settore di competenza. Ora sembra che quei provvedimenti se applicati oggi porterebbero alla catastrofe.

Infine, gli “eroi” di cui ci si accorge solamente adesso: i lavoratori stagionali dell’agricoltura, molti dei quali immigrati e pagati come gli schiavi. Oggi qualcuno si accorge che servono e che mancano. Chissà se domani quel “qualcuno” si ricorderà ancora di loro: chi sono, come vivono e dove dormono, quali diritti non hanno mai avuto finché lavoravano nei campi, controllati dai “caporali”, fino a morirci.

Sono figlio del Novecento: origini contadine e operaie mi hanno insegnato che ogni vita vale più di qualunque profitto o fatturato. Credo sia giusto proseguire su una strada che forse può essere considerata un’utopia, ma che percorrerò finché ne sarò capace. E penso che sì, il vecchio Bertolt Brecht aveva ragione: un Paese civile non dovrebbe mai avere bisogno di eroi.