Gramsci, La Cultura E La Lotta Di Classe

Di: - Pubblicato: 22 gennaio 2018

Antonio Gramsci affermava che “…la cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri … Cosicché essere colto, essere filosofo, lo può essere chiunque voglia.”

Antonio Gramsci dovrebbe essere studiato nelle scuole italiane tutti i giorni, ma questo non avviene. Lo spazio che gli viene riservato assomiglia ad una goccia d’acqua nel mare, eppure la sua lezione e il suo insegnamento hanno saputo andare oltre il valore di  padre di quel Partito Comunista Italiano nato in un teatro di Livorno il 21 gennaio del 1921. Quel Partito non nasceva per caso ma perché qualcuno aveva un’idea molto chiara di cosa doveva essere e dove doveva portare quella “…capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini“. È l’idea stessa della lotta di classe che non può vivere senza quella capacità, a rendere Antonio Gramsci diverso da altre figure del Novecento e che pure hanno fatto la storia della società italiana. È quell’idea ciò che manca oggi, non solo alla classe politica italiana ma anche a gran parte dei cittadini di questo Paese. Manca quel sentire “la relazione con tutti gli altri esseri” e che spinge una parte consistente del popolo italiano verso un individualismo che esclude in partenza quel tipo di relazione. Ma l’individualismo di una società non nasce mai per caso, è il risultato di un processo che parte dall’indifferenza verso il vivere in una comunità dove ognuno è funzionale all’altro. Nel momento in cui si accetta questa scelta, l’indifferenza, il primo passo è fatto e dal quel momento la strada è tutta tracciata. La linea di confine fra il bene e il male come la differenza fra il giusto e lo sbagliato non esiste più, tutto è giustificato in nome del proprio risultato. Se oggi, nell’anno 2018, si parla ancora di fascismo non come di un crimine della storia ma come di un’idea che ancora affascina e raccoglie consensi non solo fra vecchi avanzi nostalgici di quel periodo disgraziato ma anche fra generazioni infinitamente più giovani, significa che la cultura ha fatto un passo indietro. La cultura, che non deve mai essere accostata alla scolarizzazione e confusa con essa. Oggi la società italiana è infinitamente più scolarizzata rispetto alla generazione che ha vissuto il ventennio fascista, ma la cultura non ha camminato al passo con la scolarizzazione. Oggi abbiamo un esercito di donne e uomini che hanno avuto la fortuna di frequentare scuole e università dai primi anni della loro vita, conoscono algoritmi, codici, lingue. Ma molti di loro non hanno cuore, troppi di loro conoscono ogni testo di economia, di matematica, ma non hanno mai aperto un libro di storia e si rifiutano di aprirlo. Troppi di loro conoscono almeno due, tre lingue ma non sono in grado di parlare quella lingua universale che si chiama relazione umana perché per poterla parlare è indispensabile tessere una relazione umana con gli altri esseri. Quanto spazio può avere la cultura se il cuore è freddo e non sente il bisogno della curiosità  di sapere e di conoscere ? Se oggi, nell’anno 2018, i pronipoti del fascismo di allora farneticano di razza bianca e di supremazia etnica vuol dire che abbiamo un problema culturale e sociale dannatamente serio e pericoloso. Eppure, nelle scuole di questo Paese, non si studia Gramsci, ma si studia in abbondanza Gabriele D’Annunzio come grande poeta dimenticando il peso specifico che D’Annunzio ha avuto nella storia fascista di questo Paese. Nei programmi scolastici di questo Paese non si studia la mafia, eppure la mafia ha scritto pagine terribili nel libro della vita italiana, condizionando lo sviluppo e la cultura di gran parte d’Italia e del suo territorio. Oggi, nell’anno 2018, la questione meridionale è ancora una delle maggiori contraddizioni della società italiana. Antonio Gramsci la individuava e la studiava già nel 1926. In questo Paese dove si studia in abbondanza Gabriele D’Annunzio non si studia la Costituzione, evidentemente qualcuno pensa che sia un’inutile libro.

Questo Paese ha scelto, da tanto tempo, di nascondere la testa sotto la sabbia. Ha scelto la nozione, rifiutando la lezione. Questo Paese ha costruito i suoi giovani cittadini insegnando loro che è più importante avere “un magazzino ben fornito di notizie” perché è perfettamente consapevole che la cultura è un’altra cosa, la cultura è pericolosa perché porta con sé il germe della curiosità e, a volte, la curiosità conduce alla ribellione. Ecco che allora è più utile “un magazzino ben fornito di notizie” che non porta alla curiosità e soprattutto non mette in discussione nulla. Spesso il “magazzino ben fornito di notizie” è premiato con la presunta agiatezza economica, un lavoro sicuro… e altre cose ancora, messe in pericolo dalla curiosità e dalla “relazione con tutti gli altri esseri”. È per questo che da sempre ogni potere prova a isolare chi cerca una risposta al bisogno di cultura. È facile, basta creare un’idea di progresso, che non esiste, anche intorno alle cose più inutili e banali e dipingere poi chi vede tutto questo come il vero nemico della sicurezza, della tranquillità.

Nei tanti anni trascorsi nelle galere del regime fascista Antonio Gramsci, politico, filosofo, giornalista, critico letterario italiano, scrisse un’infinità di testi e libri che furono pubblicati dopo la sua morte e che hanno fatto di lui un classico del Novecento, tradotto e studiato in tutto il mondo. Dovrebbe essere studiato nelle scuole italiane tutti i giorni, ma non avviene.

“Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza. Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza” (Antonio Gramsci).

La sua lotta di classe partiva soprattutto da questo.