I Bambini Dimenticati E Quella Volta Che Un Treno

Di: - Pubblicato: 18 Febbraio 2020

Di Maurizio Anelli.

Afrin è una città della provincia di Aleppo e ad ovest di Afrin, in un piccolo centro che si chiama Ma’rata, c’è un campo profughi che da tempo è diventata l’unica casa per gli sfollati della guerra che sta distruggendo la Siria. È una guerra iniziata nel marzo del 2011 e che un giorno alla volta ha alzato il livello della violenza e della distruzione in un crogiuolo di trattative e di alleanze politiche e militari, che cambiano ad ogni ora, per conquistare quello che rimane delle spoglie della Siria che fu. Una catastrofe umanitaria che secondo gli ultimi rapporti delle Nazioni Unite ha già costretto milioni di persone a scappare. Dall’Inizio dell’anno ad oggi i profughi sono circa ottocentomila, le stime raccontano che oltre la metà di questi profughi sono bambini, e quando si scappa dalla guerra non ci sono scelte: si scappa e basta. Un campo profughi allora diventa l’unico rifugio dalle bombe e dalla violenza, dalle rappresaglie. Qualche volta però anche i campi profughi non bastano ad ospitare tutti e allora anche una tenda nelle campagne diventa l’unica casa possibile. Fa freddo nella Siria nordoccidentale e in questi giorni anche la neve ha deciso di scendere su quelle tende in mezzo alle campagne e, di notte, la temperatura scende parecchi gradi sotto lo zero. Quel campo profughi in mezzo agli ulivi, nelle campagne vicino al confine con la Turchia sembra il presepe sbagliato di questo millennio, ma il presepe giusto esiste solo nelle favole e nella leggenda. In questo presepe di Ma’rata, sopra quelle tende ghiacciate dalla neve, nessuna stella cometa indica la strada alla comunità internazionale. E sotto quelle tende i bambini muoiono di freddo. Iman Mahmoud Laila aveva solo un anno e mezzo. Suo padre l’ha portata in braccio, avvolta in una coperta, fino all’ospedale di Afrin, camminando ore sotto la neve ma la sua corsa è stata l’ultimo abbraccio a quella figlia uccisa tre volte: dalla guerra, dall’indifferenza del mondo e dal freddo.

Abdul Wahhab Ahmad al-Rahhal era ancora più piccolo di Iman, era un neonato di poche settimane anche lui ucciso dagli stessi assassini di Iman: guerra, indifferenza e gelo. Anche la sua famiglia scappava dalla guerra e anche per lui una tenda in un campo profughi era diventata una casa. Fa freddo in Siria e nessun bambino merita di restare al freddo, ma non hanno nessun diritto i bambini che nascono in quella parte del mondo che nessuno guarda con il cuore, in Siria come in Palestina, e come in altri angoli del pianeta dove a decidere sono altri: Governi locali e stranieri, consigli d’amministrazione, fabbricanti di armi, banche, religioni … il mondo è questo e gli equilibri globali, politici, economici e militari, hanno un prezzo da pagare. I bambini pagano il prezzo intero, nessuno sconto nemmeno a 18 mesi o una settimana di vita, e in nessuna parte di quel mondo esiste un presepe e una stella cometa a indicare la strada.

Tutti parlano dei bambini… ma in troppi ignorano il più elementare dei loro diritti: vivere da bambini, giocare, avere una famiglia che li prenda per mano per farli crescere, diventare adulti liberi e consapevoli in un mondo diverso, migliore. Ma gli adulti spesso non sanno, e non vogliono, guardare negli occhi chi sarà l’adulto di domani: in questo mondo milioni di bambini vivono in zone di guerra, dall’Africa al Medio Oriente; molti di loro sono i bambini-soldato che hanno imparato a sparare e hanno imparato subito che nella vita c’è sempre un nemico da uccidere. Poi ci sono tutti gli altri, non sono bambini-soldato ma subiscono ogni genere di maltrattamento e violenza, fisica e psicologica.  Vivono da sempre in un paese in guerra, dove il rumore delle bombe diventa una presenza fissa e quotidiana. E quando non è la guerra a ferire e offendere subentrano altre violenze: di costume e di cultura, di religione. E anche quando si parla di bambini la violenza si confonde e si adegua al mondo degli adulti, da una parte i maschi e dall’altra parte le femmine: dalla violenza del reclutamento militare alla violenza dei matrimoni per le spose bambine. Davanti a tutto questo c’è l‘infanzia rubata e violentata di intere generazioni.

Qualcuno dirà che così è sempre stato, e probabilmente è vero, ma non può bastare questa considerazione consolatoria e auto-assolutoria. Il Novecento è stata una scuola terribile per intere generazioni. I bambini di ieri hanno vissuto l’incubo di due guerre mondiali e dei lager nazisti, hanno conosciuto la lunga notte dell’Indocina e del Vietnam, gli incubi di Sabra e Shatila. Lo scempio della Ex-Jugoslavia chiudeva il libro del Novecento: Vukovar, Sarajevo, Srebrenica. Non è bastato il Novecento, i bambini di oggi vivono sotto il fuoco di Gaza e sotto la neve di Afrin. Qualcuno attraversa il Mediterraneo sui barconi, non sempre riescono a trovare una mano che li abbraccia quando arrivano. È una vita in fuga la loro, da tutto e da tutti, ma non riescono a fuggire dagli adulti che li usano, li sfruttano, li commercializzano.

C’era una volta un’ Italia maledettamente più povera e più umile di quella di oggi, ma che decise di accogliere decine di migliaia di bambini. Erano i figli di un’altra Italia ancora più povera e più umile che usciva a pezzi dalla guerra, un Italia di migranti in cerca di una vita migliore per sé e quei figli rimasti a casa. C’era una volta un treno che, dopo la fine delle Seconda guerra mondiale e fino ai primi anni ’50, si riempiva di bambini, timidi o vocianti, impacciati o spavaldi che fossero, e correva dal sud al nord del Paese verso una casa che non era la loro ma aveva il profumo dell’accoglienza e della comunità. Le donne guidarono questa storia bellissima di umanità e coraggio, erano le donne dell’UDI (Unione Donne Italiane), e lo fecero in stretta collaborazione con il Partito Comunista Italiano di quel tempo.

“… Ci sono bande musicali e bandiere rosse ad attenderli nelle città e nei paesi. Li ricevono non famiglie benestanti, ma contadine, non trovano il lusso ma il calore dell’accoglienza: perché dove si mangia in sei, si mangia anche in sette, come cantavano i Modena City Ramblers (“Sui treni del bestiame oggi partono i bambini/sui treni per l’Emilia un bambino per famiglia/…non si aprono ville abbandonate dai ricconi ma il cuore e le case di onesti lavoratori…/E pasta nera / perché dove si mangia in sei si mangia anche in sette…»).” Miriam Mafai, che partecipò attivamente all’iniziativa, osservava che allora ci fu “un entrare in contatto di mondi diversi: il mezzadro emiliano e il sottoproletario meridionale”.

Quel coordinamento di umanità e capacità organizzativa scrisse una delle pagine più belle della storia di questo Paese: furono quasi settantamila i bambini che dal Meridione d’Italia trovarono in Emilia-Romagna, in Toscana, e in misura minore anche in altre regioni, una casa e una famiglia dove ricostruire o ricominciare la propria storia. Erano bambini con una storia di povertà estrema, figlia delle conseguenze di una guerra che aveva affamato e logorato l’Italia intera e in particolare l’Italia meridionale. È una pagina quasi dimenticata della nostra storia, scritta in un momento difficile e tragico del nostro Paese. Quei bambini, cresciuti con la guerra, vissero il loro primo lungo e traumatico viaggio in treno, lasciando per la prima volta quelle madri che li avevano cresciuti fra mille sacrifici e che li accompagnarono alla stazione per quel viaggio che significava la possibilità di un’infanzia diversa. Per quelle madri salutare quei figli è stato qualcosa al confine fra la tristezza estrema e il sogno di un ultimo e grandissimo regalo.

Per quei bambini c’è stato il tempo e il giorno del ritorno a casa. Cresciuti, e con la consapevolezza che quel viaggio era stato davvero un regalo, un’occasione di crescita e di conoscenza. Quel legame profondo costruito con quelle famiglie acquisite dell’Emilia-Romagna, della Toscana, è rimasto nel tempo come una testimonianza che il mondo può qualche volta essere migliore di quello che sembra.

Il tempo cambia le cose e le persone: quelle madri dell’Italia meridionale sicuramente avevano gli occhi lucidi e il cuore a pezzi mente salutavano i figli alla stazione, ma sapevano di affidarli a qualcuno che si sarebbe preso cura di loro, li avrebbe amati e protetti come fossero figli loro. si fidavano e avevano ragione di farlo. Nei campi profughi della Siria o della Libia questa fiducia e questa certezza non possono esserci, perché il mondo ha girato la faccia da un’altra parte e finge di non vedere quell’umanità degli ultimi che ogni giorno perde un soffio di vita, sotto la neve di Afrin o sotto un’onda del Mediterraneo.