I Pesci Ribelli E Il Mare Della Tranquillità

Di: - Pubblicato: 19 febbraio 2018

Di Maurizio Anelli

 

C’era una volta un mare, dove tutti i pesci nuotavano al loro posto: in fila per tre, ordinati e sempre sorridenti. Qualche volta a qualcuno di loro era permesso di fare un’escursione fuori dalla barriera, un po’ per vedere se sapevano cavarsela da soli e un po’ per dare loro quell’illusione di libertà di movimento che tutti gli esseri viventi cercano. Poteva capitare che qualcuno di loro si perdesse oltre la barriera in un mare che pensava di conoscere, ma il mare non si conosce mai abbastanza. Qualche volta invece qualcuno non si perdeva davvero, ma si allontanava volutamente. Cercava strade nuove, barriere diverse o forse cercava solamente qualcuno che avesse la sua stessa voglia di nuotare in libertà senza dover accettare un percorso stabilito da altri, disegnato con cura in ogni particolare e che dopo ogni piccola escursione fuori dalle acque territoriali prevedeva il ritorno all’antico punto  d’approdo, il porto sicuro.

Ma qualche volta succede che quell’antico punto di approdo cambia volto, diventa difficile da riconoscere e sembra  così lontano, così diverso da quel porto sicuro che per tanto tempo era stato un  riparo sicuro per ogni tempesta e per ogni mareggiata. Arriva un giorno in cui nascono dubbi, si pongono domande che non trovano risposte e quando le risposte arrivano sembrano  troppo lontane dalla domanda, come se la risposta fosse solo un atto dovuto e nulla di più. Sono risposte fredde, distanti da quel calore che una volta era così chiaro, vicino, o almeno così sembrava al pesce che si allontana dal porto sicuro. Per un momento il pesce ribelle rimane stupito, pensa che forse sia lui che sbaglia, non può essere diversamente. E allora passa tempo, tempo su tempo, a chiedersi perché non capisce… che forse è lui che è inadeguato, che non è all’altezza. Forse è lui che aveva aspettative eccessive, come una luna troppo in alto per poter essere anche solo accarezzata. Ma non è così, e forse tutti questi dubbi sono solo l’estremo tentativo del pesce ribelle di salvare il porto sicuro, come un ultimo e doveroso atto d’amore verso quell’approdo così necessario per continuare a credere che non tutto è corroso dall’acqua del mare.

Però ci sono tempeste che lasciano segni, mareggiate troppo forti per essere dimenticate in fretta, e i pesci non sono tutti uguali. Qualcuno nasce ribelle e qualcuno lo diventa un po’ alla volta, un giorno dopo l’altro. E il ribelle mette sempre in discussione gli equilibri, del mare e della società. E questa società, questo Paese, oggi è un mare davvero agitato. È un mare dove si agitano tutti i burattinai di un teatrino che da sempre promette uno spettacolo diverso, nuovo, ma da sempre propone lo stesso spettacolo. Cambiano i nomi degli attori e il titolo, ma non cambia la trama. E i burattinai sono tranquilli, il loro è il vero “mare della tranquillità”. Ma c’è qualcosa che potrebbe alterare questa tranquillità, qualcosa che si muove e che cambia fra quel pubblico che non è disposto all’indifferenza davanti al teatrino. È qualcosa che ha la faccia e lo spirito di una generazione nuova, giovane, in alcuni casi giovanissima. È la generazione cui i burattinai hanno rubato un futuro e forse molto di più. Ma i burattinai non si accontentano, non gli basta aver rubato il futuro. No, pretendono anche il loro silenzio e la loro rassegnazione, l’indifferenza. Ma non sarà facile, questa generazione nasce dalle sconfitte dei loro predecessori: nasce dopo la Genova del 2001, dove un’altra generazione è stata cancellata dai burattinai fra l’indifferenza del  pubblico. Hanno avuto il tempo di crescere, di ragionare sui perché di quella sconfitta. Oggi questa generazione ritrova sulla propria strada lo stesso nemico che ha rubato la vita ai loro nonni: il fascismo. Quel fascismo che questo Paese non ha mai voluto cancellare davvero. E che oggi si ripropone, alza la testa, si presenta nelle piazze e si riprende spazi che le Istituzioni concedono, complici e quindi colpevoli.

Questa generazione è cresciuta nella sconfitta e non sembra disposta ad accettare tutto questo, scende nelle strade e nelle piazze, vuole che la sua voce sia ascoltata. Lo chiede e lo pretende. E noi ? Noi cosa facciamo ? Siamo disposti a essere al loro fianco ? siamo disposti ad aprire un cassetto che forse abbiamo chiuso da molto tempo e ritrovare il coraggio e la voglia di fare sentire anche la nostra voce accanto a quella di una generazione che ci chiede di essere al loro fianco? Oppure pensiamo che gli equilibri si possano cambiare abbassando la testa, chiudendo la porta di casa, accettando le pressioni di chi parla ma non si schiera ? Davvero pensiamo che di fronte all’arroganza e alla violenza fascista la risposta giusta sia analizzare la questione fra le mura amiche chiudendo la porta che dà sulla strada, sulla piazza ?

I fatti di queste ultime settimane sono ancora freschi: il rifiuto a scendere nelle piazze a fianco dei giovani che le hanno riempite e colorate è lì a ricordarci che quando si prendono volutamente le distanze da una parte importante del mondo giovanile, studentesco, dai centri sociali, quando ci si chiama fuori da un contesto, quando si chiude una porta, ci si assume una responsabilità pesante. Non si capisce che la credibilità di fronte ai giovani si costruisce anche scendendo al loro fianco e quando necessario questo si deve fare anche con la disobbedienza a vincoli e condizioni, imposte e non negoziabili. Sono questi i “Sentieri Partigiani” che i nostri vecchi ci hanno lasciato in eredità. La memoria da sola resta un angolo di solitudine, la memoria va mantenuta in vita cercando sempre strade difficili e su cui camminano le generazioni che oggi si vogliono escludere con superbia.

Perché superbia c’è stata nei confronti di quelle piazze, superbia e non solo. Superbia nelle giustificazioni dove qualcuno si è arrogato il diritto di affermare che quelle manifestazioni non avevano uno schieramento unitario. E subalternità nei confronti di chi da tempo pretende di possedere il monopolio della verità e della democrazia, di chi non più tardi di un anno fa parlava di “partigiani veri” e “partigiani fasulli”. http://www.repubblica.it/politica/2016/05/22/news/ministra_boschi_riforme_annunziata_nuovo_senato_referendum_comunali_2016-140353301/

Quando si concedono le piazze e le strade delle nostre città ai fascisti del nuovo millennio, quando le stesse autorità che concedono questo permesso non si fanno scrupolo di usare muscoli e manganelli contro i giovani “ribelli” che non lo accettano… beh diventa facile capire da che parte stare. C’è un tempo per ognuno di noi, un tempo in cui anche molti fra gli ingessati gruppi dirigenti di oggi hanno conosciuto il valore della ribellione. È un tempo che spesso si ama ricordare con orgoglio, davanti ad una birra o a una cena con gli amici. Ma, finita la birra o la cena, molti tornano nel loro ordinato presente come nulla fosse. Ma davvero qualcuno pensa che a questa generazione si possa chiedere silenzio e obbedienza dopo che gli viene rubato tutto quello che si può rubare un giorno dopo l‘altro ?

C’era una volta un mare, dove tutti i pesci nuotavano al loro posto: in fila per tre, ordinati e sempre sorridenti … Però ci sono tempeste che lasciano segni, mareggiate troppo forti per essere dimenticate in fretta, e i pesci non sono tutti uguali. Qualcuno nasce ribelle e qualcuno lo diventa un po’ alla volta, un giorno dopo l’altro. La ribellione mette sempre in discussione gli equilibri e quasi sempre è doverosa.

Allora si tratta di scegliere da che parte stare: a fianco dei pesci ribelli o cullarsi nel “mare della tranquillità” aspettando la prossima mareggiata, la tempesta perfetta. A ognuno la sua scelta.