Il 1968, Un Ragazzo Di Cinquant’anni

Di: - Pubblicato: 7 maggio 2018

Di Maurizio Anelli

 “ … E se credete ora che tutto sia come prima, perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina,
convinti di allontanare la paura di cambiare, verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti…”

(Fabrizio De André, Storia di un impiegato,1973).

Maggio 1968-Maggio 2018. Cinquant’anni possono sembrare tanti, ma nella storia del mondo sono un battito d’ali. Non è facile parlarne soprattutto se in quel tempo eri solo un bambino di nemmeno dieci anni, eppure quell’anno l’hai sentito raccontare in mille modi e con mille sfumature. Amici più grandi, qualcuno in famiglia con qualche anno in più… una sorella, per esempio. E allora qualcosa assorbi, provi a saperne di più: leggi, cerchi, ascolti. Dieci anni dopo quei giorni attraversi e vivi qualcosa che in parte gli assomiglia o forse no, perché ognuno è figlio dei tempi che vive e allora le analogie e le differenze fra il 1968 e gli anni che vanno dal 1975 al 1978 possono avere un senso per gli storici, attraversarli è invece un’emozione troppo personale. Ogni generazione deve assaporare il valore della ribellione perché quel sapore nasce dal sogno di un mondo diverso, migliore di quello che ti è proposto quando hai vent’anni o anche meno. Ogni cambiamento nasce da una ribellione alle imposizioni del sistema preconfezionato e autoritario, fondato su cardini che non ammettono che l’obbedienza. E quel 1968 nasce dal bisogno, non più rimandabile nel tempo, di rompere un equilibrio imposto e non più accettabile, che coinvolge tutte le componenti della società: la politica, il mondo del lavoro, le Università, la famiglia, il perbenismo e l’ipocrita visione di un mondo impermeabile ad ogni cambiamento. Ma se è giusto vedere il 1968 come l’apice di un momento di contestazione globale penso che sia altrettanto giusto considerarlo il punto d’arrivo di una stagione che nasce e diventa adulta nel contesto sociale e politico di tutti gli anni ’60. Sono gli anni della guerra in Vietnam, della Rivoluzione cubana e di un mondo che vive su un equilibrio imposto dai missili delle testate nucleari. Sono gli anni in cui il volto e la storia di Ernesto Guevara, il Che, e di Hồ Chí Minh diventano un giorno dopo l’altro il simbolo della rivolta e della resistenza all’imperialismo americano. Generazioni intere di ogni angolo del mondo vedono in quei volti e nella loro storia il coraggio della sfida a un mondo che non può più essere. È l’anno del massacro di Città del Messico, quando gli studenti messicani gridavano ““No queremos Olimpiadas” contro l’uso politico e strumentale che il governo voleva fare delle olimpiadi del ’68. Moriranno a centinaia, uccisi dalla polizia e dall’esercito. Le Olimpiadi cominciarono nel sangue e finirono con il pugno chiuso in un guanto nero di Tommie Smith e John Carlos.

E quegli anni portano dritti negli Stati Uniti: all’inizio del 1960 alcuni giovani intellettuali fondano, nel Michigan, la Students for Democratic Society (Sds) il cui manifesto politico venne reso pubblico due anni più tardi. Il documento condannava il bigottismo etnico e razziale che impregnava la società americana, denunciava la proliferazione delle armi nucleari e la contraddizione tra il principio che ogni uomo nasceva uguale all’altro e la realtà degli Stati del sud e nelle grandi città del nord America. Si criticava sia l’incapacità degli Stati Uniti di impegnarsi per costruire una pace internazionale che la politica sociale interna degli USA. Si sollecitava una mobilitazione di massa per una maggiore democrazia e per la costruzione di una nuova sinistra. Si sottolineava l’importanza di forme di lotta non violenta e di disobbedienza civile. Negli anni successivi arrivò a essere la più importante organizzazione di sinistra dei giovani bianchi americani e la spinta fondamentale per la sua crescita sarà proprio il progressivo inasprimento della guerra in Vietnam.

Quella guerra diventerà fondamentale per la crescita di tutto un movimento globale che dall’America arriverà in Europa e in Italia: quel movimento studentesco processerà l’intero concetto di “democrazia” e scenderà nelle piazze dell’America anche per i diritti civili, per la lotta contro il razzismo, per affermare la crescita di un movimento  femminista.  Sono gli anni dove l’America è scossa dagli omicidi politici dei Kennedy e di Martin Luther King. È in quel contesto che è giusto cercare l’origine del movimento del 1968, nelle principali Università americane, Berkeley e Harvard per citare solo le più famose. È lì che gli studenti gettarono quel seme che crescerà poi anche in Europa e che il sociologo Daniel Bell definirà “la rivoluzione del sapere“. https://www.letturefantastiche.com/anni_60_negli_stati_uniti_1.html

E quel seme, infatti, attraversa l’oceano e arriva in Europa. È un’Europa in fermento, la “Primavera di Praga” è appena cominciata e il sogno di Alexander Dubček ancora non vede i carri armati sovietici che lo spegneranno e non immagina le fiamme che avvolgeranno il corpo di Jan Palach, studente di ventuno anni non ancora compiuti, in Piazza San Venceslao a Praga.

Il “maggio francese” è considerato il simbolo del ’68 in Europa e si manifesta in tutta la sua grandezza, nelle Università e nelle strade. Accanto a quel movimento si schierarono molti intellettuali e un nome su tutti è giusto ricordare: Jean-Paul Sartre. L’apice è probabilmente la grandissima manifestazione che riempie le strade di Parigi nei giorni successivi agli scontri fra studenti e gendarmeria avvenuti nella notte fra il 10 e l’11 maggio nel Quartiere Latino. A quella manifestazione parteciperanno un milione di persone e segnò il passaggio da “rivolta studentesca” a “rivolta sociale” di un intero Paese, perché accanto agli studenti per la prima volta si uniscono le forze sindacali, politiche e gli operai. Da quella manifestazione inizierà uno sciopero generale di parecchi giorni e che vedrà uniti più di dieci milioni di persone. Anche in Italia il sessantotto parte dagli studenti universitari. Nell’autunno del 1967 le Università di tutte le principali città del centro-nord sono occupate e nel mirino della contestazione ci sono molti elementi sociali: la discriminante classista dell’intero sistema dell’istruzione, l’autoritarismo diffuso e la critica del movimento studentesco contro il sistema capitalistico e anche contro le principali organizzazioni della sinistra storica, accusate di rinunciare alla lotta per la trasformazione della società. Da li nasce un periodo che diventa storia: sul ’68, in Italia come in Francia e nel resto del mondo, sono state scritte molte cose. A ognuno di noi il compito di leggere, studiare, sapere e capire di più su un periodo storico di questa importanza, non mancano testi, libri e testimonianze.

Cosa resta di quel periodo, oggi, cinquant’anni dopo? gran parte del mondo conservatore e moralista tende ad attaccare il movimento del sessantotto, la sua storia e le sue motivazioni, attribuendo a quel momento per tanti versi straordinario ogni successivo evento negativo: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/23/il-sessantotto-lanno-piu-sciagurato-della-storia-recente/4109922/

Lor Signori però fingono di non capire che il ‘68 è stato prima di tutto un movimento globale di contestazione e di speranza che non aveva in sé alcuna volontà di conquista illegale del potere, aveva invece dentro di sé una carica internazionalista, multiculturale e una tale varietà di componenti  capaci di assumere mille colori con una enorme fantasia e una libertà di espressione fino ad allora sconosciuti. Espresse una spinta libertaria capace di processare e travolgere una società ipocrita e che decise di guardarsi intorno alla ricerca di qualcosa di nuovo cui  ispirarsi. È stato un movimento che scelse di rifiutare una visione del mondo dei padri e capace di provocare un conflitto generazionale per molti versi liberatorio. Ci furono anche errori, eccessi, ma questo è quasi inevitabile quando un movimento di queste dimensioni assume un aspetto quasi mondiale. Da quel movimento sono nate conquiste sociali che difficilmente avremmo conosciuto: dallo Statuto dei Lavoratori alla legge sul divorzio.

Probabilmente non potrà mai esserci un altro sessantotto, gli elementi e il contesto storico che lo hanno determinato sono forse irripetibili. Ma le idee di forza e le motivazioni che lo hanno reso possibile e sostenuto  sono vive ancora oggi, anche se si manifestano in modo diverso. Io non l’ho vissuto in prima persona, l’ho conosciuto dai racconti e da quello che ho voluto cercare su libri e testimonianze. Un decennio dopo ho conosciuto un altro grande decennio di contestazione, di impegno politico e sociale. È stato diverso, ma ognuno di noi è figlio dei propri tempi e del momento che gli cammina accanto e con questi deve confrontarsi e decidere del proprio agire, ma personalmente considero Il ’68 come una delle stagioni più intense e affascinanti della storia recente di questo mondo, dove l’ipocrisia e la retorica si fanno ancora belli  con il vestito della festa. Quella stagione provò a stracciare quel vestito, merita un grande rispetto.

http://www.pernondimenticare.net/cronologia/47-il-sessantotto-breve-storia-del-movimento