Il 25 aprile, Vittorio Feltri, i terroni e il 1 maggio

Di: - Pubblicato: 27 Aprile 2020

Di Maurizio Anelli.

Per qualcuno è solo un giorno come gli altri del calendario, per altri è una data da rimuovere, cancellare. Per me, per tanti di noi, è un giorno che profuma di libertà, conquistata con la lotta e con la vita. Il profumo dell’idea contro l’odore e la violenza di un regime che ancora oggi prova ad uscire dalle fogne della storia. No, non avevo mai vissuto un 25 Aprile come questo dell’anno 2020. Non voglio più riviverlo, ma non lo cancellerò dalla mia memoria: deve restare come il simbolo di un’idea di vita che dopo aver vinto il fascismo resiste anche ad un virus che prova a cancellarne la memoria, e mi auguro che resti nella mente e nel cuore di tutti coloro che credono in una società diversa: libera, migliore, diversa. Strano Paese il nostro, strano e diviso anche su una pagina di storia vissuta che ha restituito a un popolo una dignità soffocata da un ventennio di guerra e miseria, di negazione del diritto e della vita stessa. Eppure, dopo settantacinque anni qualcuno prova ancora a negarlo, come se non fossero mai esistiti né il fascismo né la lotta partigiana.

In queste settimane di isolamento, i balconi d’Italia si sono riempiti di applausi per i dottori e per gli infermieri che combattono per salvare tutti. È stato giusto quell’applauso, più discutibile l’ondata di patriottismo che spingeva tutti a cantare l’inno di Mameli sui balconi, anche coloro che con il loro voto e la loro idea di società hanno contribuito a dividere e impoverire questa Italia che poi si cantava dai balconi. Strano concetto il “patriottismo”, vale a seconda della posta in gioco: facile scoprirlo quando la paura entra nelle menti, facile dimenticarsene quando si tratta di ricordare chi, in nome di un’idea di libertà, ha scelto di lottare e di morire per quell’ideale. Così abbiamo sentito i tanti patrioti a tempo affermare che il 25 Aprile è una festa divisiva, che il 25 Aprile doveva diventare un giorno per ricordare tutti i caduti delle guerre e del Corona virus, che invece di cantare “Bella Ciao” si doveva cantare la “canzone del Piave”… sì, proprio la canzone che ha accompagnato la morte di tanti giovani ragazzi del “99 nella prima guerra mondiale, mandati a morire dai padroni del tempo. La canzone del “… Non passa lo straniero…”. Dispiace per i fascisti e i revisionisti, che vivono immeritatamente in questo Paese, ma il 25 Aprile racconta un’altra storia e quella storia la conosciamo molto bene. E quel “Bella Ciao” che non si è potuto cantare nelle strade e nelle piazze lo abbiamo cantato dai balconi: qualcuno ha potuto farlo in un abbraccio ideale con tanti vicini di casa, altri lo hanno cantato in solitudine, guardando le finestre chiuse e i balconi vuoti. Il 25 Aprile ci ricorda che l’indifferenza che permise al fascismo di andare al potere è ancora fra noi, ed è sempre una compagnia pericolosa per ogni libertà.

Sì, è vero: il 25 Aprile è divisivo. Da una parte ci sono vent’anni di dittatura, l’Etiopia e la Libia, il delitto Matteotti, le leggi razziale del 1938, una guerra accanto all’uomo di Monaco, la fame e le deportazioni, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema, le Fosse Ardeatine, i sette fratelli Cervi, la Risiera di San Sabba e i campi di concentramento, il binario 21 della Stazione Centrale di Milano dove partivano i treni per Auschwitz, Mauthausen, Treblinka… Dall’altra ci sono gli scioperi del 1944 nelle fabbriche, i tranvieri di Milano, la lotta di Resistenza al fascismo, quello di ieri e di oggi. A ognuno la scelta, da quale parte della strada scegliere di camminare.

Che brutta questa primavera del 2020 da guardare dalla finestra e così difficile da accettare. Torna di attualità anche l’insulto del razzismo nostrano. A riproporlo con astio è un uomo rozzo e razzista, convinto di essere un uomo colto solo perché dirige e firma come direttore un foglio di carta insulso e spregevole. Il suo nome è Vittorio Feltri, direttore di “Libero”. Nel suo delirio di onnipotenza afferma pubblicamente quello che i suoi ammiratori pensano sottovoce ma nemmeno tanto: i meridionali sono “esseri inferiori”. Lo afferma in una trasmissione televisiva, che lo ospita volentieri in quanto sintonizzata sulla stessa lunghezza d’onda.

In un momento come questo, dove tra pandemia e lockdown emergono tutti i veleni gettati nel pozzo dello Stato Sociale, occorre distogliere l’attenzione dalle nefandezze e dai delitti compiuti dalla Regione governata dai suoi amici: Vittorio Feltri si butta allora nella mischia e, lui che del fango ha fatto il suo ambiente naturale, lancia il suo schizzo di veleno contro i “terroni”. Non è una novità: quelli che lui considera “esseri inferiori” hanno camminato da sempre accanto alla bestia razzista, fin da quando con la valigia di cartone riempivano i treni dal meridione per cercare lavoro al Nord: allora servivano per arricchire i fatturati delle grandi fabbriche ma si vedevano negati una casa in affitto nel regno della FIAT, a Torino. Erano tollerati con fastidio e diffidenza, ma erano necessari nelle catene di montaggio e nelle acciaierie. Per 8 ore di lavoro erano necessari, poi … si arrangiassero.

Questo Paese non è mai uscito da quel pregiudizio, era solo stato accantonato per un po’ di tempo perché il sistema aveva individuato altri nemici: i migranti.

Davanti agli occhi di tutti c’è Il tragico bilancio dell’eccellenza “Lombardia”. È un bilancio che conta i morti e allora serve cambiare discorso, spostare l’attenzione. E così Vittorio Feltri, avvoltoio affamato e senza coscienza, si butta sui “Terroni”. Non aspettava altro.

Ho nel portafoglio la Tessera di iscrizione all’Ordine dei giornalisti: tessera N 170719.

Ho sempre creduto, e ancora credo, nel giornalismo. Ognuno di noi, nella vita, ha alcune figure di riferimento. Se penso al giornalismo penso a Pippo Fava, Ilaria Alpi, Piero Scaramucci, Enzo Baldoni…e altri che elencarli tutti sarebbe lungo. Ognuno di loro ha dato dignità al giornalismo, onorandolo ogni giorno: etica e sentimento, ricerca, inchiesta, onestà intellettuale, coraggio. Molti di loro hanno pagato con la vita il prezzo di tutto questo, erano sul posto e sul quel posto hanno lasciato tutto quello che avevano. Davvero vogliamo permettere che questi nomi possano essere accostati a quello di Vittorio Feltri e di altri come lui? Davvero vogliamo accettare che l’insulto e il disprezzo umano diventino il letame in cui intingere la penna per poi mettere nero su bianco la prima pagina? Davvero vogliamo accettare che il giornalismo sia il salotto del padrone di casa dove è permesso vomitare ogni insulto addosso agli altri?

Se questo è il prezzo non intendo accettarlo.

Il giornalismo può essere due cose: informazione e racconto delle genti, con dignità e senso di responsabilità, oppure avvelenamento dei pozzi e della storia. A ognuno di noi la scelta.

In una Democrazia reale questo signore verrebbe espulso dall’Ordine dei Giornalisti in un battito d’ali, ma questo non avviene. La libertà di stampa è una cosa, il razzismo e la violenza delle parole sono un’altra cosa. Ma questo Paese finge di non capire il peso delle parole, spesso le considera un’opinione su cui lasciarsi scappare un sorriso di compiacimento benevolo. Non è così, non può essere così.

Questo Paese dimentica in fretta, complice e ipocritamente tollerante.  

Fra pochi giorni sarà il 1° Maggio. Anche questo un giorno diverso da tutti gli altri, anche questo giorno con lo stesso profumo del 25 Aprile: profumo di lotta e di libertà. Anche questo lo vivremo dal balcone di casa, con uno straccio rosso che sventolerà ricco di storia e di orgoglio.

Coraggio Vittorio Feltri, hai un’altra occasione: perché non racconti quello che è successo a Portella della Ginestra il 1° Maggio del 1947?

Hai un’altra carta, un baro come te non può non tentare l’ultimo bluff.