Il Capitalismo E La Libbra Di Carne

Di: - Pubblicato: 22 Giugno 2021

Di Maurizio Anelli.

La chiamano “guerra fra poveri” ma il suo vero nome è Lotta di classe”, solo che in molti hanno paura a chiamarla così. Forse perché sono moderni, al passo con tempi dove le lotte degli ultimi non trovano più posto. La morte di Adil Belakhdim davanti ai cancelli della Lidl di Biandrate ci ricorda invece che questi tempi sono intrisi di questa lotta: il capitalismo non ha mai avuto un’anima, il suo volto è un buco nero dove non c’è spazio per i sentimenti, per il rispetto della vita. Gli individui sono numeri e fuori dalla porta c’è un esercito di numeri pronti per il ricambio. Gli ultimi non hanno scelta, non l’hanno mai avuta: l’alternativa è morire di fame o morire di lavoro. È così da sempre, la storia del capitalismo è questa ed è ipocrita fingere di averlo dimenticato.

Il 20 febbraio 1919, viene firmato il primo accordo con la Confederazione degli industriali per la riduzione dell’orario di lavoro a 8 ore giornaliere e 48 settimanali. Quell’accordo prevede anche il riconoscimento delle Commissioni interne in ogni fabbrica. Ma la lotta per le otto ore è ancora più antica: sono le donne, le mondine di Vercelli, ad ottenere per la prima volta in Europa le otto ore.

È il 1° giugno 1906 ma la loro lotta era cominciata molto tempo prima, nel giugno del 1882, quando le mondine di Vercelli diedero vita al primo grande sciopero delle risaie. È lunga la storia della lotta di classe in Italia e nel mondo, ha radici profonde e antiche, attraversa secoli di ingiustizie e di conquiste.

Ma il capitalismo non ha un’anima, non l’ha mai avuta. Sfrutta ogni pietra del pianeta e ogni goccia di sudore, di dignità e di fatica. È la logica del profitto, più forte e più arrogante di qualunque legge dello Stato, soprattutto quando lo Stato diventa sistema e sceglie di non intervenire, di lasciare che le “cose” seguano il loro corso: accade ogni anno nelle campagne in mano alle mafie e ai caporali, che si muovono nell’assenza dello Stato tollerante e compiacente, quindi complice. Accade a Taranto, e oggi accade in particolare nel settore della logistica diventato il girone dantesco del capitalismo.

In questi lunghi mesi di pandemia la “voce del padrone” non ha mai smesso di farsi sentire, ha dettato le condizioni: lo ha fatto nelle aziende della bergamasca e della val Seriana, nell’inverno dell’anno passato, imponendo di fatto allo Stato la non-chiusura delle sue fabbriche. Il prezzo pagato è stato altissimo, ma la vita delle persone non vale l’utile di un fatturato.

La voce del padrone oggi chiede a gran voce la fine del blocco sui licenziamenti perché “…è necessario ripartire”. Ripartire per andare dove, e come? Il settore della logistica paga, più di altri, quella logica del profitto che impone di avere tutto e subito: non sono ammessi tempi morti perché il modello produttivo esige la massima efficienza nel minor tempo. La questione non riguarda solamente l’orario di lavoro, riguarda i ritmi, il rispetto dei diritti dei lavoratori, la sicurezza. E allora in discussione è tutto il modello produttivo imposto dal capitalismo e accettato da una grandissima parte dei cittadini, cioè noi. A chi interessano davvero le condizioni di quella parte di umanità che lavora in condizioni di “moderna” schiavitù? Adil Belakhdim aveva a cuore la sorte di quella parte di umanità così vulnerabile e così emarginata, composta in gran parte da lavoratori migranti. Adil era coordinatore della sezione di Novara del Sindacato Intercategoriale Cobas, aveva 37 anni, una compagna e due figli a cui qualcuno dovrà raccontare perché non lo vedranno più tornare a casa. Qualcuno dovrà spiegare loro che difendere la dignità e il diritto diventa tante volte uno scontro mortale con il sistema. La storia di Adil sembra la “cronaca di una morte annunciata”, solo pochi giorni prima, a Tavazzano, c’erano state le prove generali: l’attacco squadristico agli operai della Fedex TNT che presidiavano i cancelli della fabbrica contro il licenziamento di 40 lavoratori. Un attacco violento e premeditato, posto in essere davanti agli occhi delle forze dell’ordine che nulla hanno fatto per impedire le violenze, concluso con un operaio ricoverato per grave trauma facciale.

https://www.milanotoday.it/cronaca/video-scontri-tavazzano.html

Adil è stato travolto e ucciso da un camion che ha deciso di forzare un blocco di lavoratori in lotta per la difesa dei propri diritti, chi guidava quel camion ha scelto di forzare quel blocco, di ignorare le ragioni di quel picchetto e di quella protesta nel giorno in cui i lavoratori della logistica protestavano anche contro quel contratto nazionale di lavoro firmato dai Sindacati confederali e giudicato negativamente. Questo accordo firmato dalle sigle sindacali, ma non condiviso dalla base, è un altro punto su cui occorre soffermarsi: c’è un vuoto di rappresentanza che appare sempre più evidente e marcato, tanto più grave in quanto presente in un settore fra i più emarginati e meno emancipati del mondo del lavoro, e dove i rappresentanti più vicini alle problematiche dei lavoratori sono tenuti ai margini di ogni trattativa. Ecco, allora, che la morte di Adil Belakhdim è qualcosa che va oltre “una morte sul lavoro”: la morte di Adil diventa la punta dell’iceberg del clima di violenza e sfruttamento che i lavoratori della logistica vivono e subiscono da molto tempo e, amarezza su amarezza, è simile alla morte di Abd Elsalam, un professore egiziano, immigrato in Italia e ucciso a 53 anni davanti all’hub della GLS a Piacenza, anche lui travolto da un camion che decide di forzare il blocco degli operai.

Era il14 settembre 2016.

Amazon, DHL e FedEx… sono solo gli esempi più famosi di un settore che durante tutto il periodo della pandemia si è enormemente arricchito senza vergogna e ritegno. Ma al “padrone” non basta arricchirsi, vuole anche la sua libbra di carne.

Sulla morte di Adil Belakhdim il Presidente del Consiglio Mario Draghi si è detto “molto addolorato” e ha chiesto che “…si faccia subito luce sull’accaduto”.  Frasi di circostanza, nulla di più di un atto dovuto, che di fatto ignorano il cuore della questione: l’esasperazione di un clima sociale, politico e umano, dove la “voce del padrone” detta ancora le regole del gioco, dove la logica del profitto e dello sfruttamento compie un salto indietro nel tempo. Nessuna regola, anzi una sola: il profitto. È l’antica guerra fra il capitale e l’individuo, e le parole di circostanza gettano solo ulteriore benzina sul fuoco esasperando un clima che assomiglia sempre più ad una resa dei conti. E allora ognuno deve fare la sua parte: il Governo, il Parlamento, e anche quel Sindacato lontano anni luce da quello che Giuseppe Di Vittorio aveva saputo immaginare e costruire. Il suo discorso in Parlamento, nel 1921, dovrebbe essere imparato a memoria da tutti i leader sindacali di oggi: “…Onorevoli colleghi, questa mattina qualcuno seduto in quest’aula, per dimostrare il suo disprezzo per la mia presenza qui, ha mormorato: “Un cafone in Parlamento…”. Ebbene sappiate che questo titolo non mi offende, anzi, mi onora, infatti se io valgo qualcosa, se io sono qua, lo devo ad Ambrogio, a Nicola, a Tonino, a tutti quei braccianti analfabeti che hanno dormito insieme a me nelle cafonerie e con me hanno mangiato pane e olio, che hanno lottato duramente per i diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori, perché la fame, la fatica, il sudore non hanno colore e il padrone è uguale dappertutto”.

Ecco, l’ultima frase spiega tutto: il padrone è uguale dappertutto.