Il Casolare Di Peppino. Perché La Mafia è Una Montagna Di Merda

Di: - Pubblicato: 8 Set 2019

Di Maurizio Anelli.

Il casolare dove Peppino Impastato fu ucciso dalla mafia su ordine del boss Tano Badalamenti diventerà un bene pubblico. Quarantuno anni dopo, volati via dalla notte buia del 9 maggio 1978. Oggi Peppino avrebbe settantuno anni, la sua radio sarebbe più bella e più forte di sempre e la sua voce avrebbe quarantuno anni in più da raccontare: anni di mafia mai sconfitta veramente, anni di rabbia e di sconfitte di uno Stato inetto e incapace di vincere una guerra combattuta solo a parole ma che, nella realtà di tutti i giorni, lascia ancora spazio e agibilità ai signori della mafia. Anni di governi, locali e nazionali, collusi e compiacenti. Era bella quella radio, libera davvero fin dal suo primo vagito nel 1977: Radio Aut. “Onda Pazza a Mafiopoli” era il programma più ascoltato, quello dove Peppino denunciava e irrideva i mafiosi e i politici conniventi, dove Gaetano Badalamenti diventava “Tano Seduto, viso pallido esperto in lupara e traffico di eroina…”.  https://www.youtube.com/watch?v=3z9W6_qwlig

Il tempo passa e la mafia è rimasta, oggi Radio Aut correrebbe sul Web arrivando ovunque e chissà come Peppino avrebbe raccontato la primavera di Palermo, gli anni di Falcone e Borsellino, il tempo delle stragi e quelli successivi quando gli uomini di Cosa Nostra e lo Stato si sedevano allo stesso tavolo per trattare. Chissà come avrebbe raccontato quella mafia che un bel giorno decise di mettere il vestito delle grandi occasioni e di appoggiare fin dal primo momento la nascita di un partito che per anni governerà l’Italia, permettendo e promettendo l’impossibile. È una storia di mafia e potere, dove a fare da mediatore e garante è un amico di lunga data del capo indiscusso di quel partito. Quel garante ha un nome e un cognome: Marcello Dell’Utri, rinviato a giudizio a Palermo il 19 maggio 1997, quando è parlamentare di Forza Italia già da tre anni, e condannato per “concorso esterno in associazione mafiosa”. Da “Tano Seduto” ai giorni nostri. http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/02/23/news/silvio-berlusconi-e-la-mafia-20-anni-di-soldi-in-nero-di-cui-nessuno-parla-1.318643

La mafia ha ucciso due volte Peppino: la prima nella notte del 9 maggio ’78 e la seconda volta quando in troppi, dalla stampa alle forze dell’ordine e alla magistratura, avvaloravano l’ipotesi della sua morte come l’esito di un atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima durante la preparazione. Non si fermarono a questo, in seguito si arrivò a parlare anche di suicidio e anzi proprio l’ipotesi del suicidio doveva essere quella che metteva d’accordo tutti e non disturbava nessuno. Avevo diciannove anni in quei giorni che molti ricordano solo come i “giorni degli anni di piombo”, ma quei giorni sono stati qualcosa di diverso e di infinitamente migliore: quegli anni sono stati un mare in tempesta attraversato da un’onda d’impegno civile, di lotta e di passioni politiche e umane che molti non vedevano e non capivano, ipocrita e ingiusto non ricordarlo. In quei giorni Aldo Moro, Presidente della Democrazia Cristiana, era nelle mani delle Brigate Rosse. Lo Stato, e il potere tutto, aveva bisogno di mettere la parola fine sulla morte di quel ragazzo di trent’anni, militante della sinistra extraparlamentare e candidato alle elezioni comunali nelle liste di Democrazia Proletaria, un ribelle nato e cresciuto in una famiglia mafiosa. Il corpo senza vita di Aldo Moro fu ritrovato la mattina del 9 maggio, le cronache di quei giorni si occupano solo di questo e sulla morte di Peppino Impastato calò il silenzio assordante dei mass media. Si tornò a parlare di lui solo sporadicamente, in occasione delle inchieste giudiziarie e dei processi negli anni a venire e che evidenziavano sempre di più i depistaggi, gli errori e le complici omissioni. Poi l’epilogo, nell’aprile del 2002, con le condanne definitive per Gaetano Badalamenti. In tutti quegli anni solo il coraggio e la voce di Felicia e di Giovanni, la mamma e il fratello di Peppino, insieme a quelle degli amici e dei Compagni di Peppino, hanno inseguito senza sosta quella verità che sembrava così evidente fin dall’inizio.

Quante cose non ha fatto in tempo a raccontare Peppino Impastato dalla sua radio, e quante poesie gli hanno impedito di scrivere. Perché Peppino era tante cose: giornalista, poeta, militante. Peppino Impastato era un “Compagno”, una parola che non ha mai perso il suo valore e il suo significato più profondo, anche se sembra ormai in disuso e vista quasi con fastidio nell’Italia di oggi. Peppino questa parola l’ha vissuta fino in fondo, riempiendola di quei valori e di quei significati. Lui, nato a Cinisi il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa e capace di rompere con quella famiglia e di camminare la sua strada da uomo libero, consapevole che ci sarebbe stato un prezzo altissimo da pagare. Peppino l’ha pagato quel prezzo, e se la sua memoria oggi è ancora viva lo dobbiamo a chi si è sempre battuto con lui e per lui: i compagni e gli amici, il fratello Giovanni e una madre straordinaria per la sua forza e per il suo coraggio: Felicia. Difficile, forse impossibile, provare anche solo a immaginare come e dove questa donna abbia saputo trovare il coraggio di continuare per tanti anni la lotta per ottenere giustizia per un figlio ucciso da quella mafia che lei aveva visto in faccia e aveva vissuto accanto alla sua famiglia da sempre. Felicia non si è mai arresa, fino alla fine ha lottato come una tigre, difeso la memoria di quel figlio così dolce e così testardo nell’inseguire la dignità che appartiene agli uomini liberi. Felicia è morta Il 7 dicembre 2004 dopo aver visto la condanna all’ergastolo di Gaetano Badalamenti, “Tano Seduto”, come mandante dell’assassinio di Peppino. La storia non è solo quella raccontata sui testi scolastici e, spesso, nei testi scolastici non ne resta alcuna traccia. Esistono pezzi di storia che sono accaduti sotto i nostri occhi e sono stati vissuti con incredulità, rabbia, ma anche con la voglia di raccontarli a chi non c’era o era troppo piccolo per capire. Nell’epoca delle immagini, di Internet e di un’informazione sempre più manipolata e accomodante verso i Poteri tutti, nell’epoca della globalizzazione, delle guerre preventive, delle guerre di religione, della Mafia, dei muri caduti e dei muri che s’innalzano da altre parti, nell’epoca in cui si cerca di negare la storia, non si può dimenticare quello che è stato. Qualcuno dice che il mondo è sempre stato così. E’ vero, forse. Però non è detto che così sia anche giusto e che così debba continuare a essere. Non è vero che nulla cambia. Solo occorre crederlo. Anche quando sembra impossibile.

Quel Casolare che diventerà un “bene comune” racconta che ogni generazione ha portato con sé cambiamenti, uomini e donne capaci di indignarsi e di sognare un mondo diverso, di lottare sempre contro le ingiustizie e le violenze. Quel Casolare racconta che non si possono dimenticare i volti e i nomi di chi ha cercato di costruire sulle macerie lasciate da altri. Racconta la storia di un ragazzo di trent’anni, giornalista, poeta, militante della sinistra extraparlamentare, nato e cresciuto in una famiglia mafiosa, che voleva liberare la sua terra da quella “montagna di merda” che si chiama mafia. Racconta di Felicia, una madre sempre al fianco di quel figlio meravigliosamente “Ribelle”. https://www.youtube.com/watch?v=2ZGvisT73Q0.

Ecco, quel Casolare racconta una storia che appartiene a tutti quelli che hanno amato Peppino Impastato e hanno pianto di rabbia per il suo assassinio. È una storia lunga 100 passi, che troppi hanno provato a nascondere e seppellire per sempre sotto quella “montagna di merda” che è la mafia. Non ci sono riusciti.

“Fiore di campo nasce sul grembo della terra nera,

fiore di campo cresce odoroso di fresca rugiada,

fiore di campo muore

sciogliendo sulla terra gli umori segreti.”  (Peppino Impastato)

Un abbraccio Peppino, ovunque tu sia.