Il Diritto Di Respirare

Di: - Pubblicato: 9 Giugno 2020

di Maurizio Anelli.

Le piazze dell’America si riempiono di un’umanità che non conosce il colore della pelle. Parla mille lingue e cammina sulle strade di quelle stesse città che un Presidente ubriaco di razzismo e di potere non è riuscito a trasformare nel campo di battaglia che aveva studiato. C’è un’America che non piace alla Casa Bianca e quell’America cammina su un sentiero tracciato da anni di lotte: dal coraggio di Rosa Parks alla marcia da Selma a Montgomery, nel marzo 1965, per difendere il diritto di voto dei neri d’America. Dalle radici dell’odio del Ku Klux Klan a oggi, passando da Martin Luther King e Malcolm X.

È una strada piena di sangue, tante sconfitte e qualche passo avanti, una strada ancora lunga ma che nessuno potrà fermare. Conoscerà ancora un passo avanti e due indietro, ma è l’unica strada.

Il presidente Trump aveva promesso cani feroci intorno alla Casa Bianca, pensava che questa minaccia potesse bastare per fermare un’onda. Contava sulla paura ma il cane feroce, spaventato e vigliacco, era lui, e per proteggere sé stesso e la sua paura ha circondato quella casa, simbolo del potere americano, con barriere e soldati.

La dignità cammina e non si ferma davanti a nulla, nemmeno un mare immenso come l’Oceano riesce a fermarla e, allora, le piazze dell’Europa hanno aggiunto la loro voce a quella che arrivava dall’America: Parigi, Berlino, Londra, Roma e Napoli, Torino e Milano… come New York e Los Angeles, Minneapolis, San Francisco, dove il ponte simbolo della città regala al mondo l’immagine di decine di migliaia di donne e uomini che lo attraversano. A Napoli la mano gentile di un artista, Jorit, ha disegnato una magia che resterà nel cuore e nel tempo: il volto di Geoge Floyd accanto a quelli di Lenin, Martin Luther King, Malcom X e Angela Davis.

Il messaggio che arriva ai fratelli afroamericani e a chiunque, in America e nel mondo, non guarda alle persone in base al colore della pelle è un messaggio di cui abbiamo un disperato bisogno.

A Bristol, nel Regno Unito, durante le manifestazioni di protesta è stata abbattuta la statua dedicata a Edward Colston, mercante di schiavi africani nell’Inghilterra coloniale. La Storia racconta che furono quasi 100mila gli schiavi deportati da Colston e fatti arrivare in America, molti dei quali morti durante il viaggio. Eppure, nel Regno Unito questo trafficante di umanità è stato considerato e celebrato come un eroe per oltre due secoli: a lui sono state dedicate statue e intitolate strade. Bristol ha distrutto, finalmente, un simbolo: ci sono voluti oltre due secoli, ma poi sono bastati dieci minuti di dignità.

Dignità, una parola di cui si sente il bisogno. La protesta di un giorno, di una settimana o di un mese, è un punto di partenza ma non basta per guarire l’umanità da un virus che infetta il cuore degli uomini da secoli. Il razzismo non nasce oggi e non nasce in America, anche se l’America stessa è nata e diventata grande con questo veleno nella culla; la storia degli uomini è un tempio dove i mercanti peggiori hanno costruito le proprie fedi e le proprie ricchezze sullo sfruttamento di altri uomini. Le mani dell’Europa non sono più pulite di quelle della ricca e potente America: Spagna e Portogallo furono le prime potenze a colonizzare i nuovi territori oltreoceano e, dai tempi dei “Conquistadores”, le Americhe sono state per Spagna e Portogallo il terreno di eccellenza per la tratta degli schiavi; determinanti in questo senso furono i mercati e la ricerca di un predominio politico. Dalle Americhe alle Indie e all’Africa: ognuno di questi continenti possedeva quelle ricchezze inseguite da imperi e mercanti. Sono seguiti secoli di colonizzazione e sfruttamento della schiavitù imposta per legge, e gli schiavi hanno sempre avuto la pelle nera. L’apartheid è stata la politica di segregazione razziale che ha caratterizzato il dominio dei bianchi europei in Sudafrica. Negli Stati Uniti d’America la condizione di schiavitù dei neri ha accompagnato tutta la storia di quella Nazione.

Ecco perché il mondo ha un bisogno disperato del messaggio che arriva, in questi giorni, dalle strade e dalle piazze. Ne ha bisogno anche l’Italia, quella stessa Italia così lontana da quel popolo di eroi, santi e navigatori che spesso riteniamo di essere. Ne abbiamo bisogno, perché anche nel nostro Paese il cerchio dell’emarginazione sociale e umana si stringe ogni giorno intorno agli ultimi, e il vento che soffia su questa emarginazione ha un insopportabile fetore razzista.

Siamo noi che dopo anni di discussioni abbiamo ancora nel nostro ordinamento una legge come la Bossi-Fini, noi che abbiamo accettato un governo razzista capace di insultare il Diritto e la Costituzione con una legge oscena che qualcuno ha chiamato “Decreto Sicurezza”, noi che da sempre conviviamo  con quella forma di schiavitù legalizzata che è il caporalato lasciando che a lottare contro questi mercanti di schiavi del 2000 siano pochi idealisti, sognatori di una società che può essere diversa e migliore. Siamo ancora noi che non abbiamo il coraggio di schierarci in massa accanto ad Aboubakar Soumahoro nella sua battaglia, impari, in favore dei braccianti e dei migranti che di notte dormono nelle baracche e di giorno vanno a morire nei campi di raccolta quando la stagione del raccolto arriva. Ancora oggi, dopo le minacce che sono state rivolte ad Aboubakar pubblicate sul gruppo Facebook “Matteo Salvini e Giorgia Meloni per una Italia sicura e stabile”, non riusciamo a creare un muro di protezione e solidarietà umana, politica e sindacale, attorno a quell’uomo venuto della Costa d’Avorio quando era solo un ragazzo di 19 anni. Giuseppe Di Vittorio, sindacalista e antifascista, sarebbe orgoglioso di questo “negro” che regala cuore e dignità ai diritti umani e alla lotta di classe. Ma questo Paese ha dimenticato anche Giuseppe Di Vittorio.

È il nostro Parlamento che ha varato una regolarizzazione a tempo per i lavoratori migranti: la scadenza è la fine della stagione dei raccolti, ma sembra che nessuno se ne renda conto. È questo Paese che ha permesso a un misero sciacallo di diventare Ministro degli interni. Lui, ha ripagato questa fiducia vomitando insulti e disprezzo verso tutti coloro che attraversavano il Mediterraneo cercando una vita diversa e verso tutti quelli che correvano in mare per aiutare questo sogno di vita a realizzarsi. È questo Paese che ha umiliato l’Uomo che, da Sindaco di un borgo dimenticato di Calabria, aveva restituito dignità a un intero Paese inventando un modello di accoglienza. Quel Ministro degli Interni ha cancellato quel Sindaco, e ha ucciso un’idea che brillava come una stella. Si potrebbe scrivere un libro sul razzismo che abita in tante delle nostre case: siamo il Paese che ha costruito anche un razzismo su base locale dove il nemico non ha la pelle nera però è un “terrone” e, come tale, non può avere la stessa dignità e gli stessi diritti di altri italiani.

Sì, tutti noi abbiamo un bisogno disperato di quelle piazze che dall’America hanno attraversato l’Oceano e sono arrivate fino a casa nostra. Abbiamo bisogno di quel senso di solidarietà e di quel soffio di umanità che un George Floyd ci ha trasmesso e insegnato quando sussurrava “I can’t breathe”. Le sue ultime parole, il suo addio alla vita e ai suoi sogni, perché anche un afroamericano ha il diritto di sognare. Resta una domanda, una sola: chi decide chi può respirare?

Quelle piazze sono la risposta: nessuno ha il diritto di togliere il respiro a nessuno. Lo hanno gridato milioni di persone, dall’America all’Europa, e quel grido ha attraversato un Oceano per arrivare fino a noi. Era un grido disperato, e se in alcuni momenti c’è stata anche violenza allora la responsabilità di quella violenza è tutta sulle spalle di chi impedisce agli altri di respirare. Perché il mondo non si cambia chiedendo il permesso di respirare, e il diritto di vivere, quando viene negato, si deve conquistare. Punto e a capo.