Il Disagio Psicologico Del Migrante

Di: - Pubblicato: 18 luglio 2016
Foto il disagio migrazione - salvatore bruno

il disagio migrazione – Salvatore Bruno

Il migrante è colui che lascia la propria casa, intesa nelle sue diverse declinazioni: famiglia, popolo, nazione e appartenenze; la casa assume significati simbolici profondi oltre a costituire un bisogno primario. Nel momento in cui la si abbandona si è esposti ad una condizione di vulnerabilità psicologica. La fragilità conseguente alla migrazione, se non accuratamente accolta, costituisce un fattore di rischio verso lo sviluppo di sintomi, spesso legati anche a livello simbolico alla traumaticità del distacco, ai temi del lutto e della perdita.

Cosa perde il migrante nel suo viaggio verso una meta troppo spesso idealizzata? Se l’individuo è plasmato anche attraverso la cultura di appartenenza, lo sradicamento dalla terra di origine rappresenta in qualche modo un distacco da se stessi e dal proprio nucleo identitario. L’ingresso nella terra straniera è spesso disorientante e genera vissuti di confusione rispetto a sé e ciò che sta intorno: l’incomprensibilità dei linguaggi, le differenze tra i corpi, nelle loro fisionomie e colori, l’incontro con regole ignote. Il taglio con il passato non si congiunge a nessuna prospettiva di futuro: il migrante si sente invisibile ai propri stessi occhi.

Il cambiamento di contesto richiede un processo di adattamento dell’individuo, spesso non favorito dalle comuni modalità di accoglienza: quest’ultima è talvolta temporanea, talvolta consiste in una lunga attesa priva di senso. Tempi troppo brevi o troppo vuoti non sostengono la riorganizzazione individuale.

Tale difficoltà di ridefinizione identitaria può risolversi in estremi tentativi di auto tutela, attraverso un trinceramento dietro le proprie origini culturali o al contrario un iperadattamento alla società ospitante, perdendo “pezzi” fondanti di sé. Entrambe le soluzioni sono rischiose. La terra d’origine ed il paese accogliente sono divenute parti dell’esistenza del migrante ed il peso delle reciproche influenze non può essere rimosso. Abbracciare il senso di essere tra due mondi, permette di armonizzare vecchie e nuove parti di sé.

Quando non avviene questa congiunzione e insorge un sintomo di disagio la difficoltà consisterà anche nel comprenderne il significato, che spesso ha una forte valenza culturale. In alcune culture la persona si identifica con il corpo che può divenire veicolo per esprimere un malessere psicologico, come nei disturbi da sintomi somatici: cefalee, paralisi, dolore cronico, ecc.

Lo sradicamento culturale può associarsi a tratti di tipo paranoico e persecutorio in cui emerge il tema del mondo dei morti che in diverse culture è nodo centrale del sistema di credenze.

Secondo Salvatore Inglese -rappresentante italiano dell’etnopsichiatria- “lo scompenso subentra, pressoché invariabilmente, in rapporto ad eventi di vita significativi. Tali eventi possono essere, indifferentemente, positivi […] o negativi”.

Tra le altre reazioni più frequenti al trauma dello sradicamento: disturbi depressivi, con tendenza alla cronicizzazione, e disturbi da stress post traumatici, che si legano ad esperienze di morte e violenze subite.

L’etnopsichiatria, contestando l’universalità del disagio e dei disturbi psicologici, porta avanti un modello di inclusione rispetto quei gruppi che tendono ad essere esclusi, ponendo al centro del proprio metodo le specificità culturali dell’individuo.

 

Laura Magni, Psicologa