Il Dragone A 7 Teste E Il Villaggio

Di: - Pubblicato: 13 Marzo 2020

Di Maurizio Anelli.

Il film è surreale, le strade si confondono e si incontrano. È come guidare nella nebbia, pensi di conoscere la strada ma non riesci a vederla con tutta la sua chiarezza e allora rallenti, ti fermi e guardi fuori dal finestrino per cercare quella striscia bianca che segna il margine della strada stessa. Cerchi qualcosa che rassicuri e ti dica che manca poco all’arrivo. Quello che stiamo vivendo però non è un film, è una storia vera. Non c’è nessuna riga bianca fuori dal finestrino a rassicurarti e a dirti che la strada è quella giusta, e allora devi fidarti: della scienza e dei medici, di chi vive da settimane dentro le stanze di terapia intensiva degli ospedali e lotta contro un drago a sette teste, come in quel villaggio di un regno lontano che Italo Calvino descriveva nella sua favola. Un giorno in quel villaggio accadde qualcosa di terribile e, da quel momento, la vita dei suoi abitanti non fu più come prima. Gli abitanti avevano paura. Oggi anche nel nostro villaggio la vita è cambiata, per la prima volta molti di noi si trovano a combattere contro un drago. La paura ha diverse facce, non le conosciamo mai tutte in una volta perché si presentano in momenti differenti: il loro è un corteggiamento subdolo, che approfitta delle nostre fragilità. Forse non pensavamo che anche noi, un giorno, avremmo potuto conoscere la paura di qualcosa o qualcuno che non mostra il suo volto ma agisce nell’ombra, di nascosto come i ladri. E come i ladri ruba qualcosa di nostro, qualcosa che ci appartiene e che dobbiamo riprenderci: il coraggio di lottare per ciò che vale. In quelle stanze di terapia intensiva qualcuno ci sta insegnando come si fa: lavora e lotta, suda di fatica e di paura, studia ogni mossa del drago per ore. Qualche piccola pausa per il sonno e per ritrovare energie e cambiare una mascherina e un camice che ormai sono l’unico vestito che indossano da settimane, poi rientrano in quelle stanze senza esitazione. Lo fanno senza sosta da giorni, da settimane, e se hanno paura non lo danno a vedere. Eppure, qualche abitante del villaggio sembra non rendersene conto. Qualcuno sottovaluta il pericolo e ancora non si accorge di quanto siano preziosi quei guerrieri che affrontano il drago senza spada, ma con le uniche armi che hanno a disposizione: la loro intelligenza e la loro forza di volontà. Riusciranno a sconfiggerlo, ne sono sicuro. Ma sarà una battaglia lunga, faticosa e difficile. Molto perderemo per strada e molto abbiamo già perso: gli abitanti più deboli e più fragili del villaggio non faranno in tempo a vedere la vittoria finale, molti di loro hanno già dovuto arrendersi.

C’è, allora, una cosa preziosa che non possiamo perdere per strada: la lucidità del pensiero e il coraggio di convivere con le nostre paure. La lucidità del pensiero ci permette di affrontare ogni cosa, è un bene che dovremmo custodire sempre con attenzione. Il coraggio di convivere con le nostre paure ci consente di riconoscere il nemico e di affrontarlo a viso aperto, con intelligenza. Non permettiamo che tutto questo ci sfugga di mano, scivolando via. Le azioni intraprese dal Governo per affrontare la situazione che oggi viviamo possono essere condivise e apprezzate, oppure no. Ma questo non ci deve impedire di accettarle, perché il bene più grande che abbiamo siamo noi stessi come comunità. Noi siamo il primo “bene comune” che abbiamo il dovere di proteggere e il diritto di conservare, proviamo per una volta ad essere un “noi” e non un “io”. Dentro quel “noi” ci sono la nostra storia e le nostre origini, ci sono i sogni di un domani da costruire, ci sono profumi e radici che non possiamo mettere a rischio. Non amo i confini e le barriere, ma accetto che le mie libertà di movimento siano messe in secondo piano rispetto a quella comunità che sento mia. Ci sarà tempo per riprendere ogni altro discorso, dopo. C’è un tempo per ogni cosa, e tornerà il tempo per riprendere e continuare ogni discorso e ogni lotta sociale e di classe. Condivido ogni analisi sull’incapacità e sulle sciagurate e colpevoli scelte politiche che hanno portato al collasso e alla distruzione della sanità pubblica. Sono le scelte che un’intera classe dirigente ha portato avanti per decenni e che questo Paese ha colpevolmente accettato, illuso e accecato dall’eccellenza del “privato”. Tornerà il tempo per combattere contro questa enorme menzogna, oggi voglio lottare anche per tornare ad avere quel tempo e, per farlo, scelgo di ascoltare le voci che ci arrivano da quelle stanze di “terapia intensiva”. Osservo il loro lavoro, i loro turni massacranti, e li ringrazio. Scelgo di ascoltare e di credere a chi studia la scienza, a chi osserva per ore la vita e l’evoluzione di un virus dal vetrino di un microscopio per cercare di limitarlo prima e di sconfiggerlo poi. In mezzo a quel pezzo di umanità, che ha messo da parte un pezzo della propria vita per combattere il drago, ci sono anche persone che amo e fanno parte della mia vita e della mia storia. Oggi li sento come valore aggiunto di quella mia storia.

Ascolto e osservo il silenzio e la dignità di chi combatte ogni giorno la sua lotta contro una malattia, contro la paura di non fare in tempo a progettare un domani, di non vedere realizzati i sogni e i progetti di quei figli che hanno accompagnato a diventare gli adulti di quei domani. Osservo e ascolto i silenzi e le paure di chi vede il proprio lavoro allontanarsi per colpa di un “padrone” che non conosciamo ma che dobbiamo affrontare. Se questo significa rinunciare a una partita di calcio allo stadio, ad un concerto in piazza o a una cena in compagnia … lo accetterò. Se questo è il prezzo che oggi devo e dobbiamo pagare per tornare a riempire uno stadio, una piazza o un ristorante, sono disposto a pagarlo. Solo uscendo dalla trama di un brutto film riusciremo a riaprire quel cassetto e liberare il tempo che lì dentro abbiamo dovuto rinchiudere.

Quel tempo è nostro e dobbiamo riprenderlo in mano, ma non sarà presto e nemmeno facile. Ma ci riusciremo, ne sono certo. Perché? Perché mi guardo intorno, perché continuo a credere con ostinazione nelle persone che capiscono quando è il momento di restare uniti, stretti intorno a quella che è semplicemente un’idea di vita che non contempla l’autocompassione e la rassegnazione. Abbiamo chiuso il nostro tempo in un cassetto ma solo per un momento, poi dovremo riaprirlo per provare a costruire un mondo che possa esser migliore di quello che ci è stato costruito intorno. Ci sono rapporti umani, sentimenti e passioni, affetti, che meritano questa voglia di vivere. C’è una fabbrica fantasma e semivuota che da giorni mi apre il cancello, provo a fare quello che è solo un piccolo sforzo per permettere a quella fabbrica di tornare ad essere piena come prima, con le sue storie e le sue genti.  C’è un diritto alla vita che passa anche dal diritto al lavoro, per tutti: penso a chi un lavoro non lo ha più o non lo avrà domani, perché questa società toglie 10 ogni volta che regala 1. E il tempo chiuso nel cassetto dobbiamo riprendercelo anche per lottare insieme a chi è in questa condizione. Ci sono le strade e le piazze deserte della città, che torneranno ancora ad essere piene di vita, di risate, di umanità. Ci sono i negozi con la saracinesca abbassata e le scuole chiuse, e le scuole sono il primo mattone della vita. Ci sono i tram vuoti, e un tram senza il vociare degli studenti e il bacio di una coppia è maledettamente triste e corre su un binario senza senso. Se per tornare a rivedere tutto questo è necessario fermarci, allora fermiamoci… il tempo necessario per riprenderci quella vita che è nostra e che nessun virus vigliacco e invisibile ha il diritto di rubarci. Poi si riprende il cammino, sempre su quel lato della strada dove abbiamo sempre camminato.