Il Maggio Italiano, Rumore Dell’umanità Nel Silenzio Dello Stato

Di: - Pubblicato: 25 Maggio 2020

di Maurizio Anelli.

Don Gallo diceva “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei…”.

Raccontava che era stata la strada a suggerirglielo e lui la strada la conosceva bene, era la sua casa e gli ultimi della fila erano la sua famiglia. La strada divide da sempre la vita degli uomini: alcuni scelgono percorsi comodi e sicuri, più garantiti, scelgono di non guardare e fingono di non sentire. La strada unisce, raccoglie pezzi di umanità e di piccole storie, frammenti di fatica e lacrime sparse. Qualche volta è sporca, polverosa, qualche volta cattiva. Ma dentro ogni vicolo, in ogni caruggio della città, c’è una vita che mescola quelle lacrime e riesce a trasformarle in qualcosa che può assomigliare ad un sorriso, capace di sfidare l’indifferenza e la solitudine. Ho sempre avuto una visione laica della vita e degli uomini, non ho mai abbracciato nessuna religione e, anzi, ho sempre considerato ogni religione come l’inganno imposto dai potenti agli ultimi della Terra: la promessa di una seconda vita felice in cambio di ogni patimento, di ogni sofferenza. La speranza di un futuro contro la condizione del presente. Altra cosa è la fede, ma questa è una scelta che appartiene alle persone e su cui si aprirebbe un libro senza fine. La prima volta che ho sentito Don Gallo, tanto tempo fa, provai una strana sensazione nei suoi confronti. Era pur sempre un uomo di Chiesa: quella Chiesa ricca e opulenta, con tante cosa di cui chiedere scusa agli ultimi e agli sconfitti di questa Terra, e la cosa non mi rassicurava. Al tempo stesso, però, mi interessavano le sue parole. Mi incuriosiva capire e vedere fin dove potevano arrivare la sua diversità e la sua idea di una Chiesa diversa da quella di sempre.

Un giorno alla volta ho imparato a rispettare quel prete di strada, fino a sentirlo come qualcuno, e qualcosa, di bello e di importante. Negli anni si continua a credere, o si impara a credere, che le persone non sono tutte uguali e che qualcuno è meglio di altri. Per me con il Gallo è stato così, e quella diffidenza iniziale verso il Prete ha lasciato, piano piano, il posto alla stima e all’affetto profondo per l’Uomo. Alcuni incontri, in particolare quello con i licenziati dei treni notte al binario 21 della Stazione Centrale di Milano il 9 marzo del 2012, sono stati un abbraccio che non si dimentica. Quel giorno la sua presenza è stata un sorriso speciale dentro quella storia di lavoro e di ingiustizia sociale, vissuta sulle rotaie, speciale come la sua risposta al nostro invito: “… certo che ci sarò, ma dovete venire a prendermi”. Andammo a prenderlo.

Nel febbraio del 2013 l’ultimo incontro al Centro sociale “Leoncavallo” per l’ultima campagna elettorale, la più amara e la più vissuta. È stata l’ultima occasione, l’ultimo abbraccio a un Uomo che non dimenticherò e che quell’ultimo saluto sia avvenuto in quel posto, che per tanti di noi è un pezzo di storia di un tempo sognato, lascia spazio a molti pensieri.

Oggi ripenso a quei momenti e a quegli incontri, e il Gallo manca. Manca quella voce ferma, pronta ad accogliere e capace di unire chi cammina sempre sulla stessa parte della strada, in “direzione ostinata e contraria”. Manca quel sigaro posato con garbo sul colbacco prima di prendere la parola e quella mano alzata a stingere uno straccio rosso mentre canta “Bella Ciao”.

Manca quel prete che sognava “… una Chiesa non separata dagli altri, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna, a fianco dei bisogni delle donne e degli uomini”. Per molti era un eretico, per chi lo ha conosciuto e amato era un Uomo, nel senso più vero della parola. Non credo che il suo sogno di “una Chiesa non separata dagli altri…” possa avverarsi, ma in fondo cosa cambia? La Chiesa continuerà ad essere il più potente mezzo di controllo delle masse, la più forte macchina di potere della storia, ma questo non riuscirà mai a cancellare il senso di ogni atto e di ogni parola che Don Andrea Gallo ha seminato su quella strada che lui ha camminato con amore e dignità.

Oggi mi piace pensare che quel prete di strada, anarchico e partigiano, avrebbe avuto ancora una volta tante cose da dire e da fare, da insegnare. Sempre sulla sua strada accanto agli ultimi che il nostro tempo ignora, quegli ultimi di ogni terra e di ogni razza, vicino a chi scende da un barcone e resta sempre ai margini della vita. Avrebbe abbracciato forte Mimmo Lucano, camminando per i vicoli di Riace cantando “Bella Ciao” e sfidando fino alla fine Matteo Salvini e i suoi sgherri. Camminerebbe a fianco dei migranti, schiavi del lavoro nero e precario che un decreto vergognoso regolarizza, ma solo per il tempo che serve al raccolto di una stagione. Sarebbe, ancora e sempre, con i ribelli della Val di Susa per difendere quella valle dalla stupida violenza che tanti si ostinano a chiamare “progresso”. Brucerebbe con il suo sguardo i mercanti della politica che hanno sulla coscienza i morti di Bergamo e della Lombardia, delle case di riposo dove la vita è stata cancellata. Oggi il Gallo aprirebbe le sue braccia ai ragazzi dei centri sociali che, sulle loro biciclette, hanno consegnato e consegnano agli ultimi quello che serve nelle città in quarantena, sfidando virus e contagio. Soffrirebbe per quell’America Latina devastata dagli incendi, dal Covid-19 e dai Bolsonaro di turno che la violentano ogni giorno.

Oggi il Gallo racconterebbe Fabrizio De André e prenderebbe per mano la sua Genova, ferita ma sempre in piedi, oggi come in quel luglio maledetto del 2001 quando uno Stato vigliacco e fascista decise di uccidere l’idea di un’intera generazione. Quei giorni del G8 il Gallo li ha vissuti, con il suo cappello e il suo sigaro: il concerto di Manu Chao e lo straordinario corteo con i migranti, e poi la macelleria dei giorni che portarono alla morte di Carlo e alle vergogne della Diaz e di Bolzaneto. Il tempo in quei giorni passò veloce e bruciò tutto, come un sigaro acceso e fumato con rabbia.

Se è vero che ogni seme genera un albero, allora il Gallo è in tutti questi posti e non è mai andato via.

Che strano il maggio italiano, quanta amarezza nel mese che apre le porte all’estate. Il maggio italiano ricorda Don Gallo, Peppino Impastato, Giovanni Falcone. Non si dimentica quel dolce rumore di umanità che è sempre stato capace di non perdersi nel silenzio di uno Stato che non c’è e forse non c’è mai stato veramente, assente ingiustificato e latitante, colpevole. È un rumore che, ancora oggi, ci insegna ad asciugare sempre gli occhi di fronte a tutto, ogni volta che serve, perché quegli occhi possano restare aperti e vedere quello che succede intorno a noi, senza girare lo sguardo e le spalle.

La strada unisce, raccoglie tutti i frammenti di fatica e lacrime sparse, pezzi di umanità e di piccole storie, perché la strada è viva anche quando i potenti la vogliono brutta, sporca e cattiva.

Fabrizio De André cantava “… Non vi conviene venir con me dovunque vada, ma c’è amore un po’ per tutti e tutti quanti hanno un amore sulla cattiva strada”.