Il Mercato E La Merce Umana

Di: - Pubblicato: 19 settembre 2016

Costituzione della Repubblica Italiana – Articolo 1: L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

foto-1-x-art-maurizio-anelliParliamone allora, parliamo davvero del mondo del lavoro e di questo mercato dove la merce umana è in svendita da decenni, forse da sempre. Parliamo davvero di come i diritti dei lavoratori, tutti, siano ormai ridotti a qualcosa che vale meno di carta straccia. Parliamo davvero di come stiamo arrivando, o siamo già arrivati, al misero traguardo di quella “guerra fra poveri” che rappresenta il punto di arrivo di una regia studiata nei minimi dettagli da chi davvero tira le fila del teatrino di marionette che è il mondo del lavoro. La forza lavoro, quella che oggi ci vogliono insegnare a chiamare “risorsa umana”, è da sempre la merce più ambita. Si compra e si vende nei mercati gestiti dalle tante società e/o cooperative che si arricchiscono sull’appalto e la svendita della manodopera altrui. Appalti e subappalti, dove il filo della matassa si arrotola fino a perderne di vista il punto iniziale e il quello finale.

Da molto tempo i diritti, le tutele e le garanzie dei lavoratori sono terra bruciata, ignorata. Si sono scaricati fiumi di cattiverie e falsità su alcuni capisaldi della democrazia  nel mondo del lavoro, dallo Statuto dei Lavoratori all’Articolo 18. Si sono prese, ogni giorno di più, le distanze da una parola che sembra quasi un fastidio: rispetto. Perché non esiste rispetto alcuno nella svendita della manodopera, questo vale per i caporali che decidono chi può andare a raccogliere i pomodori per pochi euro al giorno, lavorando nei campi per intere giornate e a volte morendoci in quei campi di pomodori. Lo conosciamo tutti il prezzo umano dei pomodorini che mettiamo sulle nostre tavole, ma facciamo finta di niente. E questo vale anche per le società e le cooperative che appaltano servizi e manodopera, conosciamo bene come funzionano e chi c’è alle loro spalle, così come conosciamo la facilità con cui si firmano accordi che sono ignorati subito dopo. Conosciamo come funzionano gli stage nelle aziende e i contratti a termine, come funziona gran parte dei dottorati per i giovani laureati che entrano nel mondo del lavoro. Tutto questo serve a mettere i lavoratori più esposti gli uni contro gli altri, in una competizione che vive sull’esigenza primaria di sopravvivere: se non si accetta quel lavoro e a quelle condizioni, qualcun altro lo accetterà al posto tuo, perché c’è sempre qualcuno che è più disperato, e più bisognoso anche di quei pochi spiccioli che possono fare la differenza fra un pasto saltato e una tavola apparecchiata. Questo, chi è seduto in cabina di regia lo sa benissimo. E di questo si fa forte. Quanto successo a Piacenza è solo l’ultima pagina del libro in ordine cronologico.

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Abd Elsalam Ahmed Eldanf, era un uomo di 53 anni, professore e padre di cinque figlie. Non importa se era egiziano: importa che era un essere umano, morto davanti ai cancelli dell’azienda dove lavorava come operaio di una delle tante società appaltatrici di servizi. Morto mentre manifestava per i diritti di suoi colleghi: un picchetto finito in tragedia, sotto un camion che voleva uscire dall’azienda. Non c’era posto per la solidarietà fra lavoratori su quel camion, succede spesso che noi lavoratori ci dimentichiamo di essere tutti su una stessa barca che per non affondare ha bisogno di un remo in più: quel remo si chiama rispetto, solidarietà. Non esiste una lotta vincente senza il sostegno e la solidarietà di chi magari è estraneo a quella lotta, ma sa che deve rispettarla perché domani potrebbe toccare a lui di lottare e chiedere la solidarietà degli altri. Chi è seduto in cabina di regia sa benissimo che l’arma vincente è coltivare e far crescere le differenze e le divisioni fra lavoratori, metterli gli uni contro gli altri e renderli antagonisti. I lavoratori, noi, troppo spesso dimentichiamo che la solidarietà è la risorsa migliore che abbiamo.       Per questo molto spesso riescono a dividerci.

Le storie recenti di questi ultimi decenni ci raccontano come il lavoro, il progresso e la cultura di un paese non possono viaggiare su binari diversi. Qui binari devono incontrarsi, perché gli uni sostengono gli altri.  Nel suo ultimo discorso, Giuseppe Di Vittorio affermava fra le altre cose che “…Si sono aperte le forbici, si è prodotto uno squilibrio sociale profondo nella società italiana”. Era il 3 Novembre del 1957, e quella forbice non si è ancora chiusa.

“il lavoro nobilita l’uomo”. Non so chi abbia detto per primo questa frase. Qualcuno sostiene che a dirla fu a Charles Darwin. Karl Marx sosteneva invece che “è’ il lavoro a rendere tale l’uomo”. Ecco, io personalmente preferisco questa seconda tesi.

 

Maurizio Anelli