Il Modello Sbagliato E Quella Parola Impropria

Di: - Pubblicato: 23 Ottobre 2020

Di Maurizio Anelli.

Covid-19. Un giorno sui libri di storia si parlerà di lui: del male che ha fatto e di tutto quello che si è portato via, della paura che ha iniettato nei nostri corpi e nelle nostre menti. Qualcuno leggerà su quei libri cosa è successo nel mondo nell’anno 2020 e alcune parole resteranno impresse: pandemia, lockdown, i camion di Bergamo e la strage in Lombardia, il distanziamento sociale…

Una di queste parole però sarà una parola fuori posto, usata impropriamente: distanziamento sociale.

Credo sia l’unica parola di cui il Covid non abbia la primogenitura, anche se oggi non sembra così. Il virus è colpevole dell’isolamento fisico fra le persone che porta certamente ad una socialità diversa, e di questo lo maledico. Lui, il Covid, rende difficile, quando non impossibile, la vita di tutti i giorni: incontrare le persone che vorresti vedere sempre, impedisce quell’abbraccio che è la linfa della vita per tutti noi.

Ma il distanziamento sociale non l’ha determinato il Covid, lui, semmai, lo ha solo smascherato.

La prima ondata di Covid, e il lockdown che ne è seguito, ha prodotto in Italia oltre 400mila nuovi poveri che vanno ad aggiungersi ai quasi 5 milioni di poveri già esistenti. A dircelo sono i dati raccolti dalla Caritas e resi pubblici il 17 ottobre scorso, in occasione della Giornata mondiale di lotta contro la povertà. Quei dati ci raccontano una storia che non nasce con il Covid-19 ma che il Covid ha solamente esasperato e resa ancora più amara. Le donne come quasi sempre accade pagano il prezzo più alto, in particolare quelle fra loro che hanno un’occupazione precaria e instabile. Poi i giovani: molti fra loro arrivano da una situazione di partenza dove il disagio e la povertà erano già nella famiglia. Per i più giovani la chiusura delle scuole è stato un ulteriore strappo relazionale ed emotivo. Infine, l’elenco lunghissimo delle persone che hanno perso il lavoro o lo hanno visto colare a picco nel giro di pochi mesi. La pandemia ancora in atto rischia di diventare un macigno sempre più pesante e questo peso è tutto, o quasi tutto, sulle spalle delle fasce più deboli della popolazione, nel nostro Paese e ovunque.

Ecco allora che quello che in molti hanno finto di non vedere getta la maschera. Esce allo scoperto ma ancora troppi fingono di non vedere e capire: c’è un modello sbagliato di società e su quel modello si è costruito nel tempo un castello di carta che oggi sta crollando. Non può e non deve consolare il confronto con altri Paesi, perché il castello di carta è globale. Ogni cattedrale brilla di una luce fasulla, e ogni cattedrale ha i suoi sotterranei, dove la vita diventa una scommessa quotidiana.

Il “distanziamento sociale” di cui oggi tanto si parla nasce e si sviluppa in quel tempo, per consentire alla cattedrale di mantenere accesa quella luce. La vecchia Europa se ne intende di cattedrali e di luci fasulle, la sua storia si specchia in quella luce da secoli. Si può andare indietro nel tempo, dagli imperi alle colonie, ma sarebbe troppo lungo e allora forse è sufficiente mettere a fuoco gli ultimi decenni, quelli che hanno disintegrato quel concetto di welfare che sembrava restituire un senso alla parola “sociale”. Quei decenni hanno segnato un punto di svolta nella differenza sociale fra le classi e quanto costruito o ricostruito, negli anni del secondo dopoguerra, è stato cancellato con forza dalle politiche neoliberiste. I “Chicago Boys” hanno fatto scuola anche in Europa, entrando con forza nell’agire di Stati e Governi incapaci di capire che non può esistere un vero progresso senza “pace sociale”.

“Distanziamento sociale” è una parola che non mi piace, e ancor meno mi piace che la sua nascita venga associata ad una pandemia, quando invece a tenerla a battesimo sono stati i sacerdoti della cattedrale che hanno riempito i sotterranei: da una parte gli invitati al banchetto, dall’altra chi non poteva permettersi il vestito buono della domenica e la carta di credito giusta, necessaria per pagare il biglietto d’ingresso nella cattedrale. Il “Distanziamento sociale” compie il salto di qualità quando il concetto di “pubblico” muore sacrificato sull’altare del “privato”; nasce quando occorre aspettare mesi per un esame clinico ma chi è in grado di pagare l’obolo puoi farlo entro un paio di giorni.

Il “Distanziamento sociale” si verifica quando nelle città esiste sempre una periferia più periferica di altre che diventa un “non luogo” dove la prima regola diventa gioco forza l’arte di arrangiarsi; quando la scuola cessa di essere un diritto e diventa un lusso, quando l’Università diventa un sogno che non tutti possono sognare.

Il “Distanziamento sociale” è nelle mille forme di contratti immorali e indegni con cui i padroni di sempre sfruttano le “risorse umane” in ogni luogo di lavoro; è nel costo di una casa dove poter pensare di costruire un futuro diventa un sogno irrealizzabile, è quel quartiere che al tramonto diventa un dormitorio vuoto e senza senso, è ovunque un essere umano deve chinare la testa per arrivare a sera.

Il “Distanziamento sociale” è nel rifiuto di una società multietnica, civile e solidale, è nella Milano che si specchia nella sua presunta “eccellenza” lombarda ma accetta l’apertura del CPR. È nel falsificare il significato della parola progresso, in nome della quale si violenta una valle per costruire un’opera faraonica e inutile come la TAV e, intanto, migliaia di persone si spostano ogni giorno su treni sporchi, logori e insicuri, per raggiungere il posto di lavoro.

Il “distanziamento sociale” è nelle parole di Confindustria, che dopo aver tenuto aperte le sue fabbriche nella prima fase della pandemia oggi chiede, a gran voce, lo sblocco dei licenziamenti.

Il “distanziamento sociale” è nelle centinaia di morti sul lavoro, negli schiavi in mano ai “caporali” e ignorati dallo Stato, che vivono nelle baracche e muoiono nei campi per un’elemosina,

No, non l’ha inventata il Covid-19 questa brutta parola. L’ha partorita e cresciuta la società sbagliata che abbiamo costruito e accettato, nutrito, e che oggi ci si rivolta contro. Il Covid ha fatto altro: ha portato il distanziamento fisico, ha portato la paura nelle nostre case e nelle nostre menti, ha portato una tristezza infinita nei nostri cuori e ha ingabbiato l’emozione e la bellezza dello stare insieme, del cercarci gli uni con gli altri. Ha violentato la fiducia e il senso di sicurezza che era in molti di noi. Ha smascherato tutti i nostri bluff, ci ha messo davanti ad uno specchio dove finalmente, forse, possiamo vedere tutta la nostra fragilità. Sta a noi prenderne atto. Per farlo serve uno sforzo enorme, mentale e di cuore: accettare di convivere con la paura per un nemico invisibile, raccogliere il coraggio che riusciamo a trovare dentro di noi e venirne fuori insieme, senza smettere di cercare quella parola antica che si chiama solidarietà. Il prezzo da pagare sarà alto e lo è già, e per molti lo è stato e lo sarà ancora di più. Ma è l’unica strada che possiamo camminare, ognuno di noi da solo non riuscirà a fare quel cammino e cercherà un appoggio, una mano da stringere. E se, per adesso, una mano ancora non si può stringere allora, qualche volta, può bastare anche solo uno sguardo che dica “…io ci sono”, un sorriso che ci faccia sentire meno soli. Perché ognuno di noi da solo è troppo poco, e la vita ha davvero un senso diverso quando diventa condivisione. Altrimenti continuerà ad essere solo “Distanziamento sociale”. Poi, se saremo capaci di fare questo passo, dovremmo provare a farne un altro: cambiare quel modello sbagliato di Società, abbatterlo.

Ma questo è forse ancora più difficile, perché dipende solo da noi.