Il Prezzo Della Moda

Di: - Pubblicato: 2 ottobre 2017

Di Giulia Deiana

 

L’evento della settimana della moda di Milano, terminata lunedì scorso, mi ha offerto l’occasione per parlare di un documentario che, come introduce lo stesso regista Andrew Morgan, parla dei vestiti che indossiamo, di chi li produce e dell’impatto che l’industria ha sul mondo e sulla società. The True Cost affronta il tema della moda sotto una luce inedita, seguendo la catena di produzione, dalla coltivazione del cotone alle fabbriche tessili e concerie, fino ai negozi di abbigliamento a basso costo.

Al mondo si consumano circa 80 miliardi di capi d’abbigliamento nuovi all’anno, il 400% in più rispetto vent’anni fa. Questo perché il prezzo dei vestiti è diminuito, ma non il costo di produzione. La cosiddetta Fast Fashion propone prezzi bassi e incoraggia un ricambio continuo del capo d’abbigliamento, quasi un usa e getta.

Ma a quali condizioni sono prodotti questi vestiti? Fino agli anni ’60, gli Stati Uniti producevano il 95% dei loro vestiti, oggi ne producono solo il 3% e il restante è realizzato nei Paesi in via di sviluppo. L’esternalizzazione della produzione nei Paesi in via di sviluppo combacia spesso con un salario ridotto al minimo e poca sicurezza sul luogo di lavoro. Lo testimoniano gli incendi scoppiati nelle fabbriche Ali Enterprises, 289 morti, e Tazreen Fashion, 112 morti; ma soprattutto lo dimostra la tragedia accaduta nel 2013 a Dhaka, Bangladesh, dove 1.129 operaie tessili sono morte sotto le macerie del Rana Plaza, un palazzo denunciato come pericolante dalle lavoratrici, inascoltate e costrette a tornare a lavoro. Tra le grandi marche coinvolte spiccano Benetton, Primark, Auchan, Carrefour e Mango.

 

Il Bangladesh è il secondo esportatore mondiale di abbigliamento dopo la Cina. La guerra ai prezzi sembra ignorare le condizioni di vita delle persone che lavorano per l’arricchimento di altri.

Come mai tanto profitto spartito tra pochi non è in grado di garantire la sicurezza sul lavoro o i diritti umani essenziali? Chi difende le fabbriche sfruttatrici propone delle giustificazioni banali, che mettono al centro la scelta positiva di quel lavoro piuttosto che un altro ancora più pericoloso, o la possibilità, col tempo, di ottenere delle ricadute economiche positive per il territorio, non si sa quando, quindi nel mentre le tragedie devono essere accettate e giustificate perché creano posti di lavoro necessari a persone senza alternative.

 

Nell’industria tessile lavorano 40 milioni di persone, l’85% sono donne.

Shima ha 23 anni e lavora a Dhaka per 3 dollari al giorno. Si è inscritta al sindacato, ma un incontro con i manager della fabbrica si è trasformato in una violenta lite. Così, le lavoratrici sono state picchiate, le loro teste sbattute al muro, il petto e l’addome colpiti con calci, pugni, sedie, bastoni, forbici. Per questo Shima dice che i nostri vestiti sono fatti con il loro sangue.

 

Chi ne trae beneficio sono i proprietari dei grandi marchi Fast Fashion. H&M è diventata la seconda azienda di abbigliamento nel mondo, è una dei maggiori produttori di vestiti in Bangladesh e in Cambogia, per un fatturato di 18 miliardi di dollari all’anno. Nel 2013, una manifestazione dei lavoratori a Phnom Penh, Cambogia, è stata violentemente repressa; una donna è stata uccisa e molti sono rimasti feriti perché chiedevano un salario minimo mensile pari a 160 euro, il giusto per vivere dignitosamente.

 

Per non indurre il pensiero che sia tutto molto lontano da noi, che l’Europa non sia coinvolta in certi meccanismi, mi discosto solo un attimo dal documentario per segnalare il lavoro Sul filo di una stringa per la campagna Change Your Shoes, disponibile nel link in basso. Il rapporto racconta le difficili condizioni di lavoro all’interno di 12 fabbriche in Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Polonia, Romania e Slovacchia. Grazie soprattutto al Traffico di Perfezionamento Passivo (TPP), è possibile trasferire in Paesi europei a basso reddito le fasi di lavorazione più costose e a maggior intensità di manodopera, mantenendo però le attività ad alto valore aggiunto nel Paese d’origine. Quindi il profitto di alcuni equivale in Paesi come Albania, Macedonia e Romania ad un salario minimo di 150 euro circa mensili. Tra i marchi citati nel report troviamo Zara, Geox e Bata.

 

Lontani da sguardi indiscreti, i grandi marchi pensano al proprio guadagno senza prendere troppo in considerazione l’impatto che hanno verso l’umano e verso l’ambiente.

La moda rappresenta oggi la seconda industria più inquinante, battuta solo dal petrolio. Come industria, quella tessile prevede un utilizzo delle risorse naturali smisurato e un impatto tremendo: terra per coltivare la fibra, acqua per produrre il vestito, sostanze chimiche utilizzate per tingere.

Kanpur, India, è la capitale dell’export di cuoio; le concerie locali scaricano ogni giorno più di 50 milioni di litri di acque reflue tossiche, contaminate con prodotti chimici utilizzati per trattare il cuoio, come ad esempio il Cromo VI, che finiscono nelle acque destinate all’agricoltura e addirittura nelle acque potabili, provocando dermatiti allergiche.

Ancora, nel 2009 furono individuati degli allevamenti illegali, costruiti all’interno della foresta pluviale amazzonica in Brasile attraverso la deforestazione indiscriminata e lo sfruttamento del lavoro. Tali allevamenti rifornivano macellerie e concerie, coinvolgendo grandi marchi come Adidas, Hugo Boss, ancora Carrefour e Geox, Clarks, Gucci, Tom Hilfiger, Ikea; Lidl, Nike, Prada, Reebok, Timberland, Louis Vuitton. Dopo questo evento, alcuni brand hanno adottato una nuova politica per l’acquisto della pelle bovina.

Non essere parte di questo sistema è possibile e il documentario fornisce ottimi consigli. Ciò che mi ha visivamente impressionata è il montaggio alternato della folla eccitata per il Black Friday, pronta a calpestarsi tra di loro per una soddisfazione materialista; dall’altra parte, le persone che vivono le conseguenze di questa frenesia.

Prima di fare un acquisto, chiediamoci da dove proviene quel vestito, in quali condizioni è stato prodotto e magari se ne abbiamo davvero bisogno o se è solo un impulso. Il consumatore ha il potere fra le sue mani. Possiamo iniziare col rallentare un po’ e pensare che un modo diverso di produrre, lavorare e consumare è possibile e urgente.

 

 

The True Cost (2015) è disponibile su Netflix. https://truecostmovie.com

 

Rapporto: Il vero costo del lavoro nell’industria calzaturiera alla periferia produttiva d’Europa http://www.abitipuliti.org/changeyourshoes/wp-content/uploads/sites/3/2016/11/FAIR-CYS-lavoro_filo_stringa.pdf

 

Video Internazionale sull’incidente a Rana Plaza https://www.internazionale.it/video/2014/10/27/il-vero-prezzo-della-moda

 

http://www.abitipuliti.org/

 

https://cleanclothes.org/