Il Salotto Morboso Di Bruno Vespa

Di: - Pubblicato: 9 aprile 2016

C’è qualcosa di grave quando la TV pubblica dedica una serata al figlio del “Capo dei Capi” della Mafia. Accade in questo Paese. La gravità non si limita al fatto che il servizio pubblico, pagato con i soldi dei Cittadini, offra al figlio del capomafia per eccellenza la possibilità di avere una serata a sua disposizione per parlare di sé e di suo padre e magari lanciare messaggi in codice. La gravità del fatto va oltre a tutto questo.

 

Va oltre, perché ormai il vero protagonista della quotidianità italiana è diventato il Talk-Show. La mafia, e la sua secolare storia di complicità e reciproca protezione con i poteri più corrotti dello Stato, diventa materia da salotto televisivo così come accade per la cronaca di tutti i giorni. Il fenomeno mafioso, che dovrebbe essere studiato, conosciuto e approfondito fino in fondo, sviscerato e spogliato fino all’ultimo strato di fango, diventa l’occasione per dare la parola al figlio del “capo dei capi”. Il messaggio che arriva nelle case potrebbe essere semplice, nella sua assurdità: un padre è sempre un padre e un figlio è sempre un figlio. Per questo il figlio deve poter raccontare davanti a milioni di telespettatori quanto ha sofferto e patito l’assenza del padre negli anni della sua crescita. Quali siano le colpe del padre e quante e quali sofferenze egli abbia distribuito nel corso della sua vita non più ha nessuna importanza.

Per sostenere tutto questo, per rendere il salotto televisivo qualcosa di morbosamente attraente e carico di quella volgarità, che tanto attrae, serve la persona giusta: il padrone di casa che riesce a mettere a suo agio chiunque, dai Casamonica al figlio di Totò Riina, al criminologo che parla per due ore di tutto purché ci sia qualcosa di truce, dal dramma di Cogne ai giorni nostri. Per rendere il tutto più simpatico e realista si può anche allestire un plastico…

Sì, c’è qualcosa di grave quando un Paese smette di indignarsi, quando non sente il bisogno di rimuovere dalla propria coscienza il piacere del salotto e del torbido. Quando trasmissioni di questo tipo resistono per oltre vent’anni, quando piccoli uomini vesti da giornalisti, offendono il mondo dell’informazione mostrandone il lato peggiore, la colpa non è solamente loro. Quando tutto questo accade c’è una connivenza, triste e pericolosa, fra chi offre questo spettacolo e chi lo accetta. E chi lo accetta non è migliore di chi lo offre. Nessuno spettacolo ha saputo sopravvivere a un teatro chiuso.

La trasmissione di Bruno Vespa non ha offeso solo i caduti e le vittime della mafia. La trasmissione di Bruno Vespa ha offeso tutti coloro che credono nei valori della coscienza e del vivere civile, ha offeso coloro che da sempre vivono una guerra quotidiana con la mafia, con tutte le mafie, accettandone i rischi e vivendo la paura e la solitudine come una seconda pelle. Paolo Borsellino disse che “… Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.

In quel “… Mettersi d’accordo” c’è anche un certo modo di parlare della mafia e un certo modo di intendere il mestiere di giornalista e di fare informazione. Questo non è accettabile e non ammette né scuse né giustificazioni, ed è giusto chiedere conto di tutto questo. Ma, ultima e non meno amara riflessione, serve una passo avanti atteso invano da troppo tempo: quel passo lo deve fare chi decide di sedersi in poltrona, davanti alla televisione, per aspettare il suo momento di torbida morbosità.

 

Maurizio Anelli