Il Seme Della Discordia

Di: - Pubblicato: 18 settembre 2017

Di Giulia Deiana

 

Nella lingua sarda il mese di settembre è chiamato Cabudanni o Cabidanni o Cabudanne; come società basata prettamente sull’agricoltura, settembre coincideva, secondo il calendario bizantino, al capodanno, poiché è proprio in questo mese che si riprendevano le attività agricole. Mi affascina questo profondo legame tra il primo giorno dell’anno nuovo e la preparazione del terreno per le nuove semine. E in effetti è un po’ triste che, per noi, il capodanno coincida con l’inverno, una stagione che poco ha a che fare con l’ideale di rinascita e di nuova vita. Poi mi è venuto in mente un pensiero che mi spaventa ed è la perdita, non troppo graduale nei Paesi industrializzati, dello spirito della vita rurale e del legame con il cibo che ha caratterizzato ogni cultura come ha caratterizzato, secoli fa, l’avvento della civiltà.

Dopo l’addomesticamento delle piante e quindi la nascita dell’agricoltura e la selezione dei semi, da parte dei contadini, in base alle loro peculiarità e risposte alle esigenze del territorio, con il pretesto del progresso tecnologico-scientifico, anche l’agricoltura ha subito un processo di industrializzazione massiccia.

L’agricoltura contadina, quella dei piccoli produttori con appezzamenti di terra inferiori ai due ettari, sfama ancora un terzo dell’umanità. Sono proprio i piccoli produttori a non avere un facile accesso ai mercati, ma anche alla terra e alle risorse necessarie a coltivarla. Sono le grandi aziende e le multinazionali ad avere lunga vita in questo campo. Un’altra pratica, questa volta davvero imprenscindibile, conquistata dal mito del profitto e della grande produzione.

Il documentario The Future of Food, scritto e diretto da Deborah Koons Garcia, analizza le conseguenze delle scoperte che hanno stravolto il 20esimo secolo. Con la sperimentazione genetica è stato possibile creare un seme che, immesso nel mercato, è diventato presto sintomo di monopolio e controllo alimentare. Secondo il documentario, che esplora le dinamiche all’interno degli Stati Uniti D’America, dai 3 milioni e 700 mila acri coltivati nel 1996 si è passati alla coltivazione di ben 100 milioni nel 2003. Parliamo di monocolture e di terre espropriate.

Oggi, il 95% del mercato mondiale delle sementi è controllato da cinque compagnie; ultimamente sono convogliati a nozze quattro mostri della chimica e delle sementi: Dow e Dupont/Pioneer, e ChemChina e Syngenta. Siamo scampati per un pelo, probabilmente non per sempre, al matrimonio tra Monsanto e Bayer, un accordo da 66 miliardi di euro tra le due multinazionali che condividono, tra le altre cose, un passato di “contributi scientifici” all’interno di due gravissime guerre come quella del Vietnam e la Seconda Guerra Mondiale.

Monsanto nasce nei primi del ‘900 come produttore di saccarina, vanillina, caffeina e successivamente gomma. Poi si dedica ai pesticidi e lo fa molto bene, così ne diventa presto il leader mondiale; il Roundup è il suo prodotto più venduto, anche qui in Europa, anche in Italia. Dagli anni ’80 inizia la sperimentazione genetica sui semi e negli anni ’90 acquisisce Dekalb e Seminis Inc. diventando così la più grande compagnia di sementi al mondo. Ad oggi, Monsanto controlla il 26% del mercato mondiale delle sementi. E’ in quegli anni che nasce il primo seme resistente ai pesticidi ed in particolar modo al glifosato, sostanza presente nel Roundup, ancora oggetto di grandi controversie. Questo nuovo seme prende il nome di Roundup Ready. La multinazionale offre un pacchetto completo: seme e pesticidi per far crescere il tuo raccolto e incrementare i guadagni. Il seme però è protetto da proprietà intellettuale e non è nemmeno tanto fertile, quindi si è costretti al riacquisto per ogni nuova semina.

Così, non troppo lentamente, la multinazionale conquista le colture mondiali.

Con lei l’Argentina passa da una produzione di 14 milioni a 42 milioni di acri tra il 1996 e il 2008.

Il problema non è la mutazione genetica in sé, bensì il suo scopo, che è quello, poco nobile, del profitto.

Il Brasile, ad esempio, è il secondo produttore mondiale di soia geneticamente modificata e, valicando un discorso economico, questo si traduce con la scomparsa dei piccoli produttori agricoli e con un’inarrestabile deforestazione e accaparramento terriero.

Il  seme geneticamente modificato è sempre uguale, non si riproduce, non può adattarsi alle condizioni climatiche e ambientali né rispondere alle esigenze del terreno locale.

Nel 2002 entrano nel mercato indiano i semi ibridi Monsanto, in particolare il Bt Cotton Seed, contenente il Bacillus Thuringiensis. Consentono un maggiore raccolto, ma necessitano di più pesticidi e di più acqua. Il 90% dei contadini indiani dipende esclusivamente dalle piogge.

Così in India molti contadini hanno contratto grossi debiti che li hanno spesso spinti al suicidio. Su questo tema si basa il documentario Bitter Seed, ultimo capitolo della trilogia della globalizzazione di Micha X. Peled. Protagonista della storia è Manjusha Ambarwar, giovane ragazza che sogna di diventare giornalista. La sua indagine sui suicidi dei contadini di cotone nel suo villaggio, Telung Takli, nasce dalla necessità di far luce sulla storia della sua famiglia: suo padre si è tolto la vita perché non poteva pagare i debiti legati all’acquisto delle sementi e dei relativi pesticidi e Manjusha vuole capire se esiste un collegamento tra queste morti e il monopolio della Monsanto sul mercato indiano. I costi dei semi geneticamente modificati e dei relativi pesticidi è davvero troppo alto, per cui il contadino è costretto a richiedere un prestito bancario e se non può permetterselo allora dovrà rivolgersi a finanziatori esterni, incappando, troppo spesso, in gravi debiti ed espropriazione del terreno.

Questo seme oggi domina il mercato indiano, tanto che è praticamente impossibile procurarsi dei semi comuni.

Alla varietà ad alta risposta alle condizioni esterne si sta sovrapponendo la varietà ad alta resa produttiva, incrementando la coltivazione massiccia di poche varietà scelte non dai contadini, custodi del sapere agricolo antico, ma dalle multinazionali.

Se perdi i semi, perdi anche la tradizione culinaria che caratterizza ogni cultura.

Di 80 mila specie vegetali commestibili, oggi ne sono coltivate solo 150.

Mais, soia e cotone sono gli organismi geneticamente modificati più diffusi. I primi due sono principalmente destinati alla produzione di foraggio e quindi all’alimentazione del bestiame. La loro coltivazione incrementerebbe i profitti del 69%. Un interesse a breve termine che potrebbe distruggere il futuro della biodiversità alimentare.

Il mais MON810, proprietà della Monsanto, è il più venduto al mondo. La sua coltivazione è consentita anche in Europa, ma solo in Portogallo, Spagna, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania. L’Italia ha proibito questa coltivazione sul proprio territorio eppure permette l’utilizzo di mangimi OGM per nutrire il proprio allevamento, importando mais e soia dagli Usa, Canada e America Latina.

Come sottolinea anche il documentario Seed of Time, di Sandy McLeod, il sistema artificiale dell’agricoltura è contro natura. Immensi terreni sono sfruttati per la coltivazione di una sola specie, mentre il fondamento dell’agricoltura è proprio la biodiversità.

Seguendo le logiche industriali e standardizzanti, che riempiono le tasche di pochi, il lavoro di selezione dei semi perpetuato per migliaia di anni potrebbe sparire entro qualche decennio.

Seed of time è incentrato sulla figura di Cary Fowler, direttore esecutivo della Global Crop Diversity Trust dal 2005 al 2012, iI quale ha partecipato alla realizzazione della Svalbard Global Seed Vault, la banca del seme situata nell’isola norvegese di Spitsbergen. Questa arca di Noè vegetale custodisce ad oggi 930.821 campioni di sementi provenienti da ogni parte del globo ed è una vera e propria banca della sicurezza nel caso in cui il patrimonio della biodiversità dovesse andare perduto a causa di guerre o cataclismi. Tutto molto affascinante, ma non bisogna tralasciare il fatto che la Seed Vault è finanziata anche da multinazionali delle sementi quali Du Poin/Pioneer e Syngenta. Inoltre è impensabile che una tale ricchezza di biodiversità possa rimanere confinata all’interno di una banca a 1.200 chilometri dal Polo Nord come se fosse solo un pezzo da museo. Per fortuna, la banca ha dimostrato coscienza, ad esempio ridonando ad una comunità peruviana una tipologia di patata locale ormai sparita, l’unica in grado di resistere ai cambiamenti climatici in corso sul territorio.

E’ importante mantenere vivo il legame ancestrale tra uomo, natura e i frutti che essa ci dona.

Multinazionali come Monsanto sfoggiano slogan degni del migliore ambientalista portando in causa l’aumento della popolazione e la diminuzione delle risorse naturali, cambiamenti climatici e sostegno ai contadini del mondo perché possano ottenere raccolti migliori sfruttando meno terra e meno energie; ma ci sono molte ragioni per credere che l’industrializzazione dell’agricoltura miri in realtà al profitto e al monopolio di pochi, senza appianare mai gli squilibri tra i Paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, anzi incrementando il fenomeno del Land Grabbing e, come abbiamo visto, della nuova schiavitù dei poveri, privati dell’unica risorsa che li rendeva autonomi.

Certe posizioni possono essere criticate perché credute ingenue, perché oggi giorno si riesce a pensare solo al modello su scala globale, dimenticando le piccole realtà, i veri bisogni primari, fondamentali e insostituibili che da sempre hanno governato il mondo civilizzato. Si pensa quindi subito al pre-industriale come al Medioevo, qualcosa di impraticabile che porterebbe ad una retrocessione sociale. Ancora una volta si pensa al benessere economico senza pensare alle conseguenze reali che dovremmo affrontare nel futuro. Soprattutto perché, riguardo al tema degli OGM e delle colture intensive, si pensa subito alla salute umana, ignorando, volutamente, le conseguenze che subisce l’ambiente in cui viviamo, che, prima o poi, ci si ritorcerà contro.

Se siamo in grado di salvare le banche, la finanza, l’economia in generale, allora siamo in grado di salvare la biodiversità e i benefici di una sana agricoltura.

La sovranità alimentare è un diritto di tutti i popoli, i quali devono decidere sui propri metodi di produzione, distribuzione e consumo degli alimenti. Non significa questo dimenticare gli scambi commerciali, ma appianare gli squilibri imposti dalla globalizzazione agroalimentare e quindi dalla trasformazione del cibo da fondamento vitale e culturale a semplice merce.

 

 

Seed of Time (2014) https://youtu.be/B8Szs6GSs1w

The Future of Food (2005) https://youtu.be/n9Y_QH_c70s

Bitter Seed (2011) https://youtu.be/_L6OufpY3Ds