Il Silenzio Che Apre La Strada Al Regime

Di: - Pubblicato: 29 ottobre 2018

Di Maurizio Anelli.

“Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri.
Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato”. (Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo – 26 aprile 1921
)

 

Antonio Gramsci

C’è un solco profondo quasi cent’anni fra queste parole di Antonio Gramsci e i nostri giorni ma sembrano scritte solo ieri, come se un secolo di storia non avesse lasciato traccia alcuna e quella “ psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano” emerge oggi in tutta la sua forza. E lo “Stato bene ordinato e amministrato” sembra sempre più una chimera, forte e arrogante con gli ultimi. Colpisce e ferisce quest’arroganza, calpesta nell’intimo quella coscienza e quel bisogno di Stato che ancora vive in una parte, oggi evidentemente una minoranza, del Popolo di questo Paese. Ma all’assenza, che già è una macchia indelebile per lo Stato, si accompagna sempre di più la volontà di negare ogni addebito. Negare sempre: complicità, disegni eversivi, responsabilità umane e civili. Colpisce il rumore del silenzio di fronte ai fatti, assomiglia sempre di più ad una resa di fronte al potere e che sempre di più marca le distanze e consegna il Paese nelle mani di forze e uomini che riportano indietro la storia. E se invece di una resa fosse complicità? In questo primo mese di autunno tre storie danno un segnale su quale possa essere l’inverno di questo Paese.

Stefano Cucchi. Dietro la sua morte c’è qualcosa che supera tutto il terribile che già si sapeva, qualcosa che lo uccide un’altra volta e un’altra ancora: qualcosa che si chiama Stato. Quello Stato che infierisce, che occulta e che depista. Che copre, protegge e nasconde. Niente di nuovo, è la stessa melma che riempie l’armadio della Repubblica da oltre mezzo secolo. Perché è lo Stato che deve rispondere di quella morte, come accaduto nel tempo per altri nomi e altre storie. È sempre molto facile parlare di “mele marce” ma è anche vile e comodo, perché consente di scaricare solo su alcune “divise sbagliate” responsabilità e orrori che invece riguardano un’intera catena di comando. C’è chi commette fisicamente e in prima persona una violenza inaccettabile, ma un giorno dopo l’altro emergono coperture e silenzi, direttive, depistaggi, cancellazione e occultamento di prove e di verbali. Come sempre in queste storie c’è stato il vuoto delle Istituzioni intorno alla famiglia della vittima, che per anni ha dovuto lottare contro tutto e tutti per arrivare a quella verità che tutt’intorno veniva negata. Eppure, anche oggi che quella verità è sul tavolo, chiara ed evidente a tutti, quella catena di comando rimane al suo posto. Stellette e sciabole non cadono, nemmeno di fronte alle prove più schiaccianti, difese sempre a prescindere. Non si capisce che tutto questo allontana e divide, o forse lo si capisce fin troppo bene ma la cosa non interessa. La credibilità dello stato e delle forze dell’ordine cade a picco, ma sembra questa caduta libera non interessi né allo Stato né ai vertici dell’Arma.

Riace e Domenico Lucano. Le maschere cadono sempre, una dopo l’altra insieme agli alibi, alle scuse e alle ipocrisie di giornata. Il Re è nudo e si svela per quello che è, mostrando i suoi muscoli flaccidi e viscidi: si disseta alla fontana della xenofobia e delle purezza della razza, si nutre della vile ignoranza che ne ha sempre contraddistinto la storia. Una storia vecchia e conosciuta, di padroni e di servi.
I padroni hanno la stessa faccia di sempre: arroganti, forti del loro potere e dei loro sgherri che decidono leggi e regole. Decidono chi è degno di sedere alla loro tavola e chi no, e quando è no decidono dove lasciare in piedi l’ospite non gradito. Oggi l’ospite non gradito è Domenico Lucano, Uomo e i Sindaco di Riace. Lo cacciano via dalla sua terra, dalla sua gente. Vogliono umiliarlo, ma in realtà gettano solo la maschera. Non è lui lo sconfitto, anche se qualcuno lo pensa. Gli sconfitti sono altri, i servitori di ogni padrone.
Si può vincere e perdere una battaglia, ma si può fare da Uomini liberi o da servi che strisciano. Lui ha scelto di essere un Uomo, i servi sono altri e scodinzolano sorridenti al servizio del padrone. Non ho sentito la voce della Stato alzarsi in piedi per regalare un sorriso e un sostegno all’Uomo capace di restituire vita e dignità a un angolo di Calabria dimenticato. Oggi è lo Stato con le sue Istituzioni a essere omertoso. Quella sessa omertà che è sempre stata usata come un atto d’accusa nei confronti della gente del Sud e che oggi è praticata dallo Stato, incapace di tutelare un Uomo che ha osato sfidare leggi sbagliate. Ho sentito però un Ministro degli interni deriderlo e offenderlo, chiedendo anche alla Televisione di Stato di non invitarlo in trasmissione accusandolo di “…divulgare modelli distorti sull’onda di strumentalizzazioni ideologiche”. Anche in questo caso le massime Istituzioni dello Stato hanno scelto di non sentire e di tacere. Peccato, perché quel Ministro degli Interni è la stessa persona che per anni gridava nelle piazze che “la Padania non è Italia”, è il Leader di un Partico che nella sua storia ha portato un cappio in Parlamento e che alla festa del suo partito a Pontida cantava canzoni e slogan conto i napoletani e i meridionali in genere. È lo stesso uomo che tiene in ostaggio una nave di profughi per giorni e che ora deve rispondere alla legge di questa e di altre violazioni della legge. Eppure quest’uomo è ancora al suo posto, e a lui rispondono le forze dell’ordine di questo Paese.

Casapound e il “bagno di sangue”. Via Napoleone III, Roma, quartiere Esquilino. Questa volta non si tratta di eseguire lo sgombero di un centro sociale o di un campo Rom. Niente studenti, ragazzi  o disoccupati, niente migranti o Rom. No, questa volta ci sono loro: i camerati di CasaPound. La loro risposta è ferma: “Se entrate sarà un bagno di sangue”.  https://www.huffingtonpost.it/2018/10/23/casapound-minaccia-la-guardia-di-finanza-se-entrate-sara-un-bagno-di-sangue_a_23568931/. Casapound smentisce di aver pronunciato questa minaccia, staremo a vedere come prosegue l’intera vicenda. Resta un fatto, che meriterebbe una spiegazione: come mai non si è provveduto e non si è andati avanti ? Perché è innegabile che Casapound goda di delicatezze e sconti che non vengono concessi a nessun’altro movimento in questo Paese. A loro e a Forza Nuova è permesso tutto quello che è negato ad altri, l’occupazione di spazi che non sono loro, le ronde nelle spiagge e sui treni, e l’apologia di fascismo che in questo Paese dovrebbe essere ancora un reato perseguibile. Anche in questo caso la risposta spetta al Governo e al suo Ministro degli Interni, difficile credere che possa arrivare.

Sono solo tre storie entrate nelle nostre case e nella nostra storia recente. Sono tre storie che fanno male perché non sono episodi isolati ma piuttosto la conseguenza di una spirale che ha origini lontane nel tempo. Una spirale che si avvolge ogni giorno su se stessa, in un Paese che davvero non riesce o non vuole fare i conti con la parte più oscura e oscurantista delle proprie Istituzioni. In tutto questo il silenzio assume un peso specifico enorme. Qual è il confine fra silenzio e complicità ? Qual è la linea di demarcazione fra il silenzio e l’omertà ? Credo che le Istituzioni abbiano il dovere di dare una risposta a queste domande. Tutte le Istituzioni nessuna esclusa, anche la più alta. Penso che sia difficile negare il rischio di un regime nel nostro Paese, è un rischio concreto e palpabile. Da una parte c’è una concezione del potere e un esercizio dello stesso che non lascia spazio a dialoghi e confronti. Si parla di “Populismo” ma in realtà in nome del popolo si compiono scelte che accentuano sempre di più il disprezzo delle regole democratiche e sociali. Dall’altra parte c’è un’opposizione incapace di coagulare e rappresentare le forze e le intelligenze migliori intorno a priorità che non possono più aspettare. C’è un’emergenza che investe tutti gli aspetti della vita di una comunità: sociale, economica, politica. La crescita del sentimento razzista e xenofobo è direttamente proporzionale ai toni di un Governo che in realtà sembra avere un solo titolare: il Ministro degli Interni.

Se tutto questo non è sufficiente a produrre una reazione capace di cambiare lo stato di cose allora la distanza che ci separa dalla sconfitta si riduce di giorno in giorno. Significa che questo Paese ha scelto, perché convinto nell’animo o per convenienza, di seguire il fascino abbagliante dell’uomo forte. È già successo in passato e i risultati furono spaventosi. Può succedere ancora, se si permette “al fascismo di diventare così un fatto di costume, identificandosi con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano”.

Antonio Gramsci ci aveva avvertito per tempo, era solo il 1921.