Il Silenzio Del Natale

Di: - Pubblicato: 28 Dicembre 2019

Di Maurizio Anelli.

Una bacchetta magica, solo una piccola bacchetta magica. Vorrei averla qui, vicino a me mentre scrivo. Una bacchetta magica per rimettere a posto le cose e restituire un sorriso a chi la vita lo nega da tempo, a chi cammina una strada sempre in salita.

Babbo Natale non ha mai capito che quella bacchetta sarebbe stato il regalo più bello e desiderato… chissà perché! Eppure era facile da capire e allora tocca arrangiarsi, bisogna sapersela inventare e costruirsela da soli questa bacchetta magica. Provo a costruirne due, una antica e una un po’ più moderna: una matita e una macchina fotografica. Per essere sinceri fino in fondo la matita l’ho messa in panchina a guardare come finisce la partita, siamo al secondo tempo ma si può arrivare anche ai supplementari, e al suo posto ho fatto entrare in campo la tastiera. La matita è stata gentile, ha capito il segno del tempo e ha accettato il cambio con un sorriso perché sa che comunque non la butterò via ma sarà sempre con me: nel taschino della giacca, pronta a fare il suo lavoro ogni volta che servirà prendere un appunto al volo, in qualunque momento. La macchina fotografica aiuta sempre a raccontare qualcosa che altrimenti servirebbero mille parole, e l’occhio è più veloce del pensiero. Ecco la mia bacchetta magica e anche se non riescono a restituire nessun sorriso rubato questa innocente bacchetta magica prova ancora a raccontare, parlare e qualche volta a gridare al vento. Ci sono giorni dove gridare al vento diventa quasi un esercizio fisico, necessario e liberatorio: i giorni che precedono e accompagnano il Natale, per esempio.

Perché gli uomini hanno il bisogno atavico di inventare feste e condirle d’ipocrisia e vuoti di memoria, per qualche giorno gli uomini si raccontano che sono tutti più buoni e più umani, addirittura più felici, e il bello della storia è che si convincono che è veramente così, finiscono davvero per credere alla loro favola e alla stella cometa che illumina la strada da camminare. A crederlo più di tutti sono proprio quelle persone che per tutto il tempo che precede il Natale seminano odio e cattiveria, razzismo e bugie. Poi salgono sul pulpito e si raccolgono intorno al presepe, pontificando e predicando lezioni a tutti gli uomini di buona volontà. Sanno molto bene che quel presepe che dicono di amare racconta una storia diversa dalla loro, ma loro la capovolgono a proprio piacimento. La storia o la leggenda, e qui si entra nel campo di una fede che non mi appartiene, parlano di un bimbo povero e figlio di migranti che nasce in una grotta ed è odiato e perseguitato dal potere di quei tempi. È una storia che assomiglia molto alle stesse che duemila anni dopo si scrivono ogni giorno sui barconi che attraversano il Mediterraneo e nei campi profughi, nei lager della Libia e nella striscia di Gaza. Ma queste sono storie tristi e il Natale non le ammette alla sua tavola apparecchiata a festa. La magia del Natale non deve essere sciupata dalle storie di chi ha deciso di nascere nell’angolo sbagliato della casa e questo porta a un altro pensiero, che spesso non è capito dagli integralisti ipocriti di tutte le religioni: ogni persona ha il diritto di sedersi intorno a una tavola apparecchiata a festa, e ogni persona ha il diritto di stare con le persone che ama, di ridere e godere dello stare insieme e della festa. Per tante famiglie, per un gruppo di amici, per chiunque veda negli altri un punto d’incontro, ogni giorno è l’occasione per rivedersi magari dopo tanto tempo o per un ritorno a casa, per rivedere affetti lontani. E allora il trovarsi ha il profumo della vita. Altra cosa, invece, è quando a quella tavola si siedono persone che occupano quella sedia senza averne diritto, perché sono quei padroni di casa che decidono quali sono gli angoli giusti e gli angoli sbagliati. Che strano, sono proprio quelli che più di tutti parlano in nome di quel bimbo figlio di migranti e nato in una grotta. Parlano a nome suo, comandano in nome suo, decidono chi, come e quando… e sempre in nome suo. Baciano Vangeli e crocifissi, occupano quel tempio da cui quel bimbo, una volta cresciuto, li avrebbe cacciati a calci in culo. Ma loro fanno finta di nulla e continuano a baciare croci e madonne.

A Natale non si parla di chi affronta il mare in tempesta per cercare la vita, non si parla dei campi di prigionia e di tortura in Libia e in altre parti del mondo, non si parla del popolo palestinese e del popolo curdo. A Natale non si parla della notte cilena che vuole riprendere il suo posto e riportare il Cile indietro nel tempo, e allora nelle piazze di Santiago la violenza non conosce limiti e torna la macelleria cilena come negli anni della dittatura di Pinochet. Il “Condor” vola ancora nel cielo di Santiago e in quelle piazze si lotta e si muore, ma non se ne parla. https://tg.la7.it/esteri/cile-manifestante-schiacciato-da-camionette-dei-carabineros-video-shock-21-12-2019-145513

Poche parole anche sulla conferenza di Madrid, chiusa nel nulla dai grandi della terra: l’ambiente e la lotta per i cambiamenti climatici non hanno importanza, non interessano, non portano utili al “capitale”. Tutti ne parlano perché parlarne non costa niente, ma nulla di più concreto. Forse perché una vera lotta a favore dell’ambiente implica per forza di cose un cambiamento radicale del sistema, ma il sistema esige che i bambini continuino a scavare a mani nude per raccogliere il cobalto, così importante e prezioso per il nostro bisogno quotidiano di SmartPhone e computer. https://www.fanpage.it/esteri/in-congo-tra-i-baby-minatori-alla-ricerca-di-cobalto-viviamo-nella-polvere-pieni-di-ferite/

Non si parla nemmeno di mafie e di appalti, non si parla di voti di scambio, non si parla più nemmeno del “Decreto Sicurezza” voluto e ottenuto dall’uomo che chiedeva i pieni poteri e che lavora con tutte le sue forze per riprendersi il Palazzo. Intorno a lui cortigiani della prima e dell’ultima ora si affannano a mostrare adulazione e compiacimento. Non si parla di lavoro e di chi muore sul lavoro: i numeri raccontano che questo Paese scivola all’indietro, rifiutando di tutelare la parte più debole e vulnerabile della società. A morire sono quasi sempre i lavoratori più umili, quelli che quasi facciamo fatica a pensare che esistano. Quei morti sono la nostra zona d’ombra, il buco nero in cui li lasciamo cadere in nome dell’indifferenza verso qualcosa e qualcuno che tante volte pensiamo che non ci riguardi: operai, braccianti, muratori. Lavoratori che devono fare i conti con ritmi e orari infami, fabbriche di veleno, caporali e mafie che impongono il loro ricatto: prendere o lasciare.

Non si parla della fogna fascista da cui escono i topi del passato e, quando se ne parla, si riduce il tutto ad atti di goliardia. Non si parla dei legami fra i gruppi fascisti e le curve negli stadi, tollerate e protette dalle società e dalla politica. Eppure i legami fra i movimenti fascisti e gli anelli importanti delle mafie sono noti, conosciuti e raccontati da chi ancora voglia fare giornalismo d’inchiesta. Non si parla della malattia che da sempre è nel DNA della società maschilista, per cui una donna ammazzata o violentata dal branco o dal marito o dal convivente è quasi una fastidiosa routine.

No, a Natale non si può parlare di questo, è vietato. A Natale si prepara il presepe e si fanno ore di fila nel centro commerciale più vicino per l’ultimo regalo, e poi si va alla messa di mezzanotte per celebrare quel bambinello che oggi non troverebbe nessuna stella cometa a illuminare la sua capanna, e che un giorno di tanto tempo fa cacciò i mercanti dal tempio. Ma i mercanti non se ne sono mai andati veramente e, nel corso dei secoli, hanno ripreso il loro posto. E i mercanti sono tanti, al punto che hanno dovuto costruire nuovi templi, sempre più grandi e più ricchi, perché i posti a sedere erano tutti occupati.

E poi Natale passa, e tutto torna come prima: qualcuno continuerà a baciare rosari e madonne, qualche bimbo nascerà su un barcone o nei campi profughi, altri bambini estrarranno cobalto a mani nude e i morti sul lavoro continueranno a morire. E allora un abbraccio a chi non accetta tutto questo, a chi ha ancora voglia di parlare di tutto questo e di altro ancora, anche il giorno di Natale. Parole al vento, forse sì. Ma il vento soffia ancora, soffia sempre e da qualche parte arriva. A volte capita anche che qualcuno il vento lo ascolti.