Il Sogno Rubato Della Fiamma Olimpica

Di: - Pubblicato: 8 Agosto 2016
Foto 1 Maurizio Anelli Dida Jesse Owens

Jesse Owens

Il sogno, o l’illusione del sogno, accompagna da sempre la vita dell’essere umano. Anche quando tutto congiura, quando tutto sembra calcolato e arido, quando tutto appare maledettamente reale, l’uomo si aggrappa ai sogni. Sono loro che tengono in piedi quella parte della mente e del cuore che non si rassegna alla logica e alla realtà. La logica e la realtà sono fredde, razionali. A loro non è possibile contrapporre nulla che non sia altrettanto logico e razionale. Ma i sentimenti e le emozioni non hanno nulla di logico e di razionale, loro rispondono solo all’istinto e al cuore. È questo che regala ancora agli uomini il sogno. Il sogno che domani possa essere diverso da oggi, pensare che domani qualcosa cambierà sicuramente.

I sogni possono avere mille volti e mille sfumature: parlano di guerra e di pace, di sfruttamento e di liberazione, di riscatto, di liberta. Ma anche di uguaglianza, di diritti, di amicizia. Per una gran parte di umanità sono poche le occasioni di riscatto, centellinate come un vino prezioso, e quelle poche occasioni chiedono di poter essere vissute. Per una gran parte di umanità, la più umiliata e la più rifiutata al tavolo dei grandi, c’era un sogno che si chiamava Olimpiade. Quella torcia, che si accende ogni quattro anni e che arriva da un’antica civiltà, è stata per molti la sola occasione di riscatto, di lottare almeno per un giorno al pari degli altri, e qualche volta quel giorno è riuscito ad avverare quel sogno.

È stato così per James Cleveland Owens, detto Jesse, quando alle Olimpiadi di Berlino nel 1936 costrinse i bianchi di tutto il mondo e gli ariani nazisti a inchinarsi di fronte alla sua velocità, ai suoi salti e alla sua luce. Dovettero inchinarsi loro malgrado, e fu un inchino a denti stretti. Anche a Città del Messico, nel 1968, accadde qualcosa di simile. E anche allora furono due atleti afroamericani a spiegare al mondo intero che l’America non era tutto oro, ricchezza e felicità: quando Tommy Smith e John Carlos salirono sul podio per la premiazione della loro bellissima gara e alzarono quel pugno avvolto in un guanto nero, gran parte del mondo per bene fu infastidito da quel gesto. Ma quel gesto aveva il merito straordinario di costringere una parte del mondo a guardare qualcosa che fino ad allora si era rifiutato di voler guardare: la condizione dei neri in America e non solo. Quel pugno alzato in quel guanto di sfida mentre suonava l’inno americano è stato una pagina di storia che dovrebbe essere insegnata nelle scuole ancora oggi. Come ancora oggi dovrebbe essere spiegata la corsa solitaria e piena di orgoglio di Abebe Bikila in quella bellissima maratona nella notte romana delle Olimpiadi del 1960.  Una maratona corsa a piedi scalzi nelle strade di Roma, e vinta a braccia alzate. E tante altre storie ancora, come la beffa maledetta di Dorando Pietri, sempre nella maratona, nel 1908 a Londra.

Foto 2 Maurizio Anelli Didascalia Abebe Bikila

Abebe Bikila

… E adesso ? Chi ha rubato il sogno che aspettava quella fiamma per quattro anni ? Chi ha preso i sogni di riscatto e di voglia di lottare alla pari e li ha chiusi nelle casseforti degli Sponsor, delle TV a pagamento, dei maghi del doping, dei corrotti e dei corruttori disposti a tutto per avere o per assegnare i Giochi Olimpici a un Paese piuttosto che a un altro ? Chi tira le fila del grande affare ? Lo sappiamo tutti, lo sappiamo benissimo da tanto tempo: sono gli stessi che gestiscono qualunque grande evento sportivo, dai mondiali di calcio alle Olimpiadi, gli stessi che con la loro camicia bianca e la cravatta delle buone occasioni si spartiscono il diamante dell’evento, lasciando alle Città che lo ospitano solo un’eredità fatta di briciole o di debiti che il più delle volte hanno messo in ginocchio l’economia di quei Paesi.

Oggi tocca al Brasile, dove già due anni fa sono stati organizzati i Mondiali di Calcio e che per quel motivo ha speso cifre spaventose per costruire stadi anche a ridosso delle foreste. Oggi tocca al Brasile ubriacarsi e ubriacare il proprio popolo con quel sogno che da tempo è stato rubato. E lo farà, qualcuno sapendo di arricchirsi ancora di più e qualcuno consapevole che i Giochi Olimpici finiranno fra un mese e, quel giorno, la loro vita sarà ancora più dura. Ma lo farà. Perché al gioco sporco dei Business Man si aggiunge quel maledetto bisogno di sognare davanti ad una gara dei cento metri, di una partita di calcio. Lo sappiamo tutti, lo sanno benissimo soprattutto coloro che si spartiscono il diamante e ci lasciano giocare con i sogni di una vittoria che non sarà mai quella che vorremmo davvero.

 

Maurizio Anelli