Indagine Sui Millennials, Generazione Senza Santi Né Eroi

Di: - Pubblicato: 18 giugno 2018

Di Penna Bianca

 

“Generazione di sconvolti, senza più santi né eroi”. Vasco sul palco tiene la nota sulla “i” che diventa urlo a squarciagola di un pubblico multigenerazionale. Facce estasiate dai 20 anni fino ai quasi 60. La canzone, arcinota, è del 1981. Fu scritta per la generazione del ‘68 e dei primi ‘70. Era l’inizio della risacca dell’ondata rivoluzionaria. I miti di allora lasciavano orfani i “compagni di scuola” di Venditti a lavorare in banca, risucchiati in un sistema che avevano rifiutato. Sono passati quasi 40 anni e c’è chi ancora vi si riconosce. E i cosiddetti millennials? Sono anche loro senza “più santi né eroi”? Sono anche loro una “generazione di sconvolti”? Sì, ma non nel senso classico. Sono molte le differenze rispetto ai loro padri e ai loro nonni.

Sono una generazione che studia molto di più rispetto a quanto non si facesse, per esempio, negli anni ‘70 (così diceva la preside del “Malpighi” di Bologna). Vivono in un mondo globalizzato e sono consapevoli della competizione internazionale con cui si confrontano. Sanno che forse dovranno emigrare (leggi qui) e in molti lo fanno, più o meno qualificati. Sono convinti, peraltro, in buona percentuale, di non riuscire ad avere un reddito superiore a quello dei padri.

Li abbiamo visti dipinti ed etichettati nei modi più disparati: bighelloni, mammoni, schizzinosi e impreparati. Eppure il Rapporto Coop 2016, ad esempio, ci ha detto che “la disponibilità di dispositivi connessi alla rete 24 ore su 24 ha inoltre contribuito ad abbattere le barriere fra orario lavorativo e tempo libero, rendendo i millennials i moderni stacanovisti: più di 3,8 milioni di individui che appartengono a questa generazione lavorano oltre l’orario formale (il 17% in più rispetto ai babyboomers) ed altrettanti svolgono la propria attività anche durante il weekend”.

Forse consapevoli delle difficoltà, delle precarietà o semplicemente più immaturi, fanno meno figli e più tardi. Dagli anni Settanta ad oggi l’età media al momento del primo parto è aumentata di 4 anni, con le conseguenze che possiamo aspettarci in termini di riduzione delle famiglie (sia da un punto di vista sociale che di coesione) e di invecchiamento della popolazione (con ricadute politiche ed economiche, per esempio, sulla priorità dei servizi da prestare ai cittadini) – come fotografato sempre dal Rapporto Coop 2016.

Sicuramente vivono in un mondo con meno certezze e minori possibilità. Pare banale ma in una generazione sono spariti i contratti a tempo indeterminato, gli operai (non i proletari), i sindacati, i partiti e le idee, e mancano i punti di riferimento, compresi quelli dei genitori, sempre più assorbiti dal lavoro e dalla quotidianità dentro città sempre più grandi, sempre più complesse (trasporti, ritardi, etc.). In questo contesto i modelli di riferimento mancano completamente. O, almeno, quelli che esistono sono assolutamente avulsi dal contesto socio-culturale di provenienza. Se prima potevano esserci dei modelli di realizzazione, tramite il sacrificio, il sogno, un’idea, adesso si cerca la grande “botta di culo”.

È evidente nel mito di personaggi come Elon Musk, Mark Zuckerberg, Steve Jobs, imprenditori (e non certo filantropi né rivoluzionari nel senso classico del termine) che, a una indubbia genialità di fondo, hanno aggiunto la fortuna e la lungimiranza. Ne hanno ottenuto successo, fama e ricchezza proponendo e ideando dei beni che stanno diventando una nostra emanazione, unendo appunto genialità e buona sorte. Sono un modello credibile e utile per la società? Solo il senno di poi ci saprà dire se hanno contribuito alla crescita dell’umanità oppure a farla autoimplodere. Su Zuckerberg cominciamo ad avere dei dubbi…

Di certo i millennials così costruiti sono delle macchine da consumo e non degli individui. Sono anche il target preferito della nuova industria che si fonda sul digitale e, probabilmente, sono quelli che ridurranno i risparmi, ancestralmente immensi, delle famiglie italiane. Tutto ciò si aggiunge all’impatto che le innovazioni tecnologiche e questi sconvolgimenti sociali possono avere sulla quotidianità (anche sulla salute?) delle persone. Basti pensare per esempio alla mole di informazioni cui il cervello è sottoposto quotidianamente. Controlliamo in media 40 volte al giorno lo smartphone (leggi qui), che è diventato indispensabile tanto quanto gli occhiali per un miope.

La fotografia è abbastanza sconcertante. Mediamente più preparati, mediamente più seri e consapevoli, mediamente più impegnati, con molti più mezzi sono costretti a una vita da proletari. Sono delle Ferrari costrette a correre nel piazzale di un parcheggio. E sono la futura classe dirigente di questo Paese. Si è forse consumato un vero e proprio tradimento generazionale, con i figli che pagano la colpa dei padri. Arrivano così i risultati di politiche poco lungimiranti, si sfaldano le pezze messe in passato per evitare di restare a guardare: dall’industria alle politiche sulla famiglia, al welfare, al debito pubblico, ai diritti dei lavoratori. Servirebbe una risposta di sinistra, ma per ora arrivano solo schiaffi da destra.

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