Intervista A Peppe Dell’Acqua. La Legge 180 Raccontata Da Uno Dei Protagonisti Della Rivoluzione Di Basaglia

Di: - Pubblicato: 24 Ottobre 2016

Il Dottor Peppe Dell’Acqua comincia la sua carriera di medico psichiatra al fianco di Franco Basaglia nel 1971. Salernitano di nascita, studia a Napoli e fa di Trieste la propria base professionale per 44 anni. Viaggia per il mondo, esportando il verbo della salute mentale; tra i suoi obiettivi: esortare la discussione critica e lo scambio di vedute. Vincitore nel 2014 del premio Nonino, oggi è Direttore della collana 180. Archivio critico salute mentale (Edizioni Alpha Beta).

Dottor Dell’Acqua, Lei ha vissuto in prima linea una grandissima rivoluzione etica del nostro paese. Quali elementi di questa rivoluzione continuano a vivere oggi?

Si tratta di una rivoluzione di saperi e di un cambiamento di sguardi verso la scoperta del soggetto. Basaglia ha fatto sì che fosse messa fra parentesi la malattia in quanto tale, permettendo alle persone che vivevano la realtà del manicomio di assumere un nome proprio. Queste persone non avevano storia, voce, volto né identità. L’apertura delle porte dei manicomi non è stata solo letterale ma ha significato trovare dietro quella porta delle persone, dei cittadini, inteso come individui con dei diritti. Così è iniziata una lunga marcia verso l’acquisizione dei diritti che coloro che stavano nei manicomi, di fatto, non possedevano.

Dunque un caposaldo è la persona: nel momento in cui degli individui trattati come oggetti assumono dei nomi propri non si può più sopportare che Maria, Grazia, Giovanni (per esempio) siano nudi, sbavati, legati…Non si può più alimentare il silenzio.

Un altro punto fondamentale è la dimensione della soggettività, che significa dell’affettività, delle passioni; la dimensione della soggettività apre una possibilità alla cura.

Quindi c’è un aspetto etico e uno civile, che viaggiano insieme.

Ma oltre alla teoria, Basaglia iniziò a mettere in pratica tutto questo, attraverso l’azione concreta. Quando arrivò a Gorizia aveva 36 anni e iniziò subito rifiutandosi di firmare il libretto delle contenzioni.

Per riassumere direi queste 3 parole: libertà, cittadinanza e azioni che combattono.

 

Dopo la legge 180, come è cambiato l’approccio alla cura dei casi più fragili, quelli cronici, acuti o senza famiglia?

Con casi fragili a cosa sta pensando? Le categorie non esistono, esistono persone con un acuto dolore che deve essere accolto. Ognuno mi interrogherà su qualcosa e c’è qualcosa che potrà essere fatto per ogni singola persona.

Con la legge 180 comincia una visione che sposta le modalità e le strategie. Modalità di spendere il denaro rivolto alla persona ad esempio. In Friuli Venezia Giulia i soldi sono a disposizione della persona, nel senso che vengono impiegati per progetti di cura individualizzati e che puntano ad offrire uno stile di vita come quello degli altri; il che alla lunga costa meno. Quindi non si parla di cronicità o di acuzie: si vuole riconoscere un  diritto alla cura, riconoscendo le identità, non appiattendole. E tutto questo poggia su una organizzazione dei servizi: nella nostra regione i servizi di salute mentale sono aperti h24 e i TSO (Trattamenti Sanitari Obbligatori) sono pochissimi rispetto ad altre regioni.

 

Rispetto alla questione della salute mentale in carcere, la sostituzione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG) con le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza Detentive (REMS) è piuttosto recente. E’ un ulteriore passo sull’onda del cambiamento basagliano o più una questione di etichette?

Non è mai solo una questione di etichette. Gli OPG in Italia erano in tutto 6, e nel 2012 avevano circa 1500 reclusi. Ad oggi 3 OPG sono stati completamente chiusi. Franco Corleone, che ne è responsabile, ha posto come data ultima il 30 Novembre per realizzare la chiusura totale e per arrivare alla fine dell’anno 2016 senza più OPG.

Le REMS, per come sono concepite, non dovrebbero sostituire gli OPG, ma essere luoghi di passaggio in cui costruire progetti alternativi.

Bisogna ammettere che non c’è un’adeguata preparazione, sia etica che disciplinare. I giudici continuano ad attenersi ad un Codice Penale del 1930 e le psichiatrie non si sentono pronte. Molte REMS vengono ancora concepite come strutture sostitutive e vengono usate dai magistrati allo stesso modo degli OPG anche se la Legge 81 dice altro.

La permanenza non può essere superiore alla durata della pena e questo è un grande risultato che evita il verificarsi di quei prolungamenti che divenivano veri e propri ergastoli bianchi.

Pensando che tutto ha avuto inizio il 1 Aprile 2015 con quei 1500 detenuti, che oggi non sono più di 300 (se non fosse per la Lombardia), si tratta comunque di un grande risultato, anche se non saprei dire se è basagliano.

 

La Legge 180 ha portato un mutamento sociale?

Si che lo ha fatto. E’ stato il cambiamento più grande. Niente è più come prima.

Penso al mio essere studente di medicina e a quando dissi ai miei genitori che sarei andato a lavorare a Trieste, mentre mio padre mi avrebbe voluto medico a Salerno e la preoccupazione di mia madre perché sarei andato “nei manicomi”. Rispetto ad allora, oggi tutto è cambiato.

I giovani studenti ci mettono alla prova, le famiglie si associano, criticano: “speak out!”. I fondamenti della psichiatria non cambiano, ma i pazienti non sono più in cerca della diagnosi.

Si pensi anche che negli ultimi anni abbiamo avuto 3 prodotti artistici su questi temi: “La Pecora Nera” di Celestini, “C’era una Volta la Città dei Matti” di Marco Turco e “Si può Fare” di Giulio Manfredonia.

C’è un sentire diverso e un voler mettere in dubbio le verità assolute della vecchia psichiatria.

Queste cose hanno fatto gioire milioni di persone.

 

 

 Laura Magni, Psicologa