Islamici Oppressi Parlano Di Libertà: La Storia Dello Scrittore Razi

Di: - Pubblicato: 9 ottobre 2017

Di Filippo Nardozza

 

           “Non esiste alcuna Jihad, nell’ambito dell’Islam, che possa uccidere un innocente”. A parlare sono le opere di uno scrittore pachistano richiedente asilo in Italia, ex impiegato dell’esercito del suo Paese, di cui abbiamo raccolto la storia. Un giovane stretto dalle oppressioni del terrorismo talebano, ma anche da quelle del Governo e della stessa “chiesa” islamica ufficiale, che combatte contro il terrorismo scatenando guerre a sua volta, anche attraverso un forte uso della retorica. Uno spaccato di vita in cui, purtroppo, ancora una volta appare evidente questo: in nome della religione, a uccidere sono sia i cattivi che i “buoni”.

 

Il problema è che si finisce, in un modo o nell’altro, per combattere e coinvolgere civili: da un lato – quello fin troppo noto del terrorismo di Isis o Daesh; e dall’altro – quello degli stati islamici ufficiali e riconosciuti, che lottano contro i combattenti della presunta guerra santa scatenando guerre a loro volta e coinvolgendo civili, spesso giovanissimi. Mentre a combattere dovrebbe essere solo l’esercito. O addirittura nessuno, dato che il vero Islam chiede di seguire il Corano in libertà e insegna che “uccidere anche un solo essere umano equivale a uccidere l’intera umanità”.

In questo si può sintetizzare la posizione di Rizwan Ali Ghuman (Razi), scrittore pachistano 32enne richiedente asilo a Milano: tanti i racconti e i romanzi, sia di pura fiction sia a sfondo sociale, pubblicati nel suo paese – la Repubblica Islamica del Pakistan, unico tra gli stati musulmani a essere nato specificatamente in nome dell’Islam – in lingua urdu e in inglese: è il caso dei romanzi Muhajar (“rifugiati”, storia vera di un giovane pachistano desideroso di fuggire in America senza visto) e The Other God (storia d’amore, anch’essa su base reale, che ha inizio in uno dei più remoti deserti del medio oriente.)

Molte anche le opere brevi scritte durante la sua permanenza in Italia (che dura da 5 mesi) e per le quali cerca pubblicazione, soprattutto per testimoniare quanto l’oppressione in nome della religione possa essere dura. Si tratta dei racconti – purtroppo su base autobiografica, seppur “romanzata” – The Little Princess, Italian Paradise, Jihad, Francesca: inediti, ma a cui abbiamo avuto accesso grazie a una intervista che l’Autore ci ha riservato.

Razi non scappa da povertà – racconta – ma da oppressione, da “guerre incrociate”, in ogni caso targate Islam, seppur provenienti da correnti e da posizioni opposte. Quell’Islam portato a credere che “i musulmani sono superiori a qualsiasi altra religione e cultura”.

Lo credono i Talebani, che combattono con freddezza tutto ciò che va contro la loro idea distorta di Islam; ma lo crede anche lo stato islamico ufficiale, che lotta contro il terrorismo uccidendo a sua volta per il massiccio impiego di bombe e missili, oltre che per l’arruolamento di giovani. “Solo l’Esercito dovrebbe combattere contro i terroristi, e farlo uno contro uno, senza il coinvolgimento di civili. Ma anche gli imaam promuovono in qualche modo il combattimento, anche se a differenza dei talebani cercano di utilizzare per ‘convertire’ anche la parola, il discorso”, afferma Razi. Eppure, “Dio ha creato nazioni e religioni diverse in questo mondo e tutte loro meritano di vivere in libertà. Se provi a spezzare questa libertà, sarai disprezzato nel mondo e il fuoco dell’inferno sarà il tuo destino una volta morto. L’Islam non ordina di uccidere nessuno”, si legge nel racconto Jihad, in un dialogo immaginario tra Razi e l’addetto all’ufficio immigrazione di Milano.

Prima che scrittore, Razi è stato soprattutto un impiegato dell’esercito pachistano: da qui il motivo della sua fuga e peregrinazione in Europa (molti gli anni trascorsi in Germania, prima di essere mandato via) e infine del suo arrivo in Italia, in un centro di accoglienza straordinario milanese. Fugge, quindi, da una duplice minaccia: quella dei Talebani terroristi e dediti all’omicidio e alla violenza, e quella dell’esercito (espressione dello stato islamico pachistano, per cui lavorava) che, con lo scopo di combattere contro i Talebani, finisce per compiere una guerra altrettanto cruenta. E Razi non poteva più condividerla: “I talebani uccidono solo poche persone. Il reale pericolo era l’Esercito, che distrugge interi villaggi”, si legge ancora in Jihad. “Gli attacchi aerei e i missili non risolvono niente. Non si può combattere un fucile con un missile. Anzi. Perché insieme a un terrorista muoiono anche 10 innocenti e nascono 20 nuovi terroristi.”. Perché? “Nell’esercito ci era richiesto di scrivere discorsi per quei combattenti che lottavano per il Governo. Questi discorsi detenevano un potere. Erano motivanti per i ragazzi adolescenti che avrebbero cominciato a spendere le loro vite in guerra (..) Ho visto ragazzini innocenti trasformarsi in bombardieri suicidi quando restavano invischiati nella politica dei loro paesi. Solo lo scorso anno, un 17enne afghano ha attaccato e ferito 5 persone in un treno tedesco, ed è stato ucciso dalla polizia. E’ diventato un passeggero di questo sentiero buio, ma in realtà noi ne siamo colpevoli, perché probabilmente non gli abbiamo spiegato che questa non è Jihad”.

A colpire più di tutti è forse il racconto The Little Princess, punto di vista di un giovane che – proprio come Razi – fugge dall’oppressione talebana nel suo villaggio, ma anche dalla dura, tacita “cultura” della lapidazione salva-onore, purtroppo ancora radicata in una parte del mondo islamico: in questo modo la sorella del protagonista ha trovato la morte, colpevole solo di aver rivolto la parola a un ragazzo.

Il protagonista fugge da una cultura feroce per salvare la propria vita, in modo da poterla poi combattere meglio: ma non con le armi, bensì con la conoscenza. Significative le parole di quello che nel racconto sembra essere il suo mentore: “I talebani compiono atti terroristici in nome dell’Islam, quindi saranno sconfitti da quanti credono nell’Islam. Scrivi. Scrivi per quei tuoi fratelli musulmani innocenti arruolati da questi terroristi. Uccideranno se stessi e molti altri innocenti, perché questi ragazzi sono troppo giovani per comprenderlo. Cercando il paradiso, diventano carburante per il fuoco dell’inferno”. Infatti, “non è così semplice guadagnarsi il paradiso. Richiede un duro lavoro. Ciò che è semplice è indossare un giubbotto da suicida, andare in un luogo affollato e farsi esplodere. Ma non è questo il sentiero verso il paradiso”.

Sulla stessa scia di interruzione di una felice normalità a causa delle guerre di religione si pone anche il racconto Italian Paradise, dialogo e confronto tra lo Scrittore e una famiglia irachena che, come lui, fugge verso un modo migliore. Ahmed, il padre, “era un neurochirurgo, specialista nel più grande ospedale di Mosel. Aveva un ottimo lavoro, dei genitori, una moglie, una figlia e un fratello più giovane…Una vita semplice ma bellissima. Andava tutto bene finché, improvvisamente, non arrivò il DAESH con la sua cosiddetta Jihad in nome dell’Islam, e distrusse tutto. Tutta la bellezza della città ridotta in cenere. (…) Se questa è Jihad (guerra santa, ndr.) perché ha distrutto la mia vita? Che tipo di Jihad è quella che massacra i suoi stessi fratelli musulmani?”, si chiede ancora incredulo lo scrittore Razi, per bocca dei suoi personaggi.

L’Italia, un luogo “ideale” da cui prendere esempio

Non mancano – nei racconti di Razi – osservazioni lusinghiere verso il nostro Paese: agli occhi di chi ha vissuto tali oppressioni, l’Italia – che a noi suoi cittadini sembra spesso solo foriera di disorganizzazione e contraddizioni – si rivela un esempio di democrazia, pace, sicurezza: “da Catania a Milano non troverai un angolo dove tu possa temere per la tua vita o i tuoi soldi. Questa è l’Italia, il migliore dei Paesi”, si legge in The Little Princess.

Ammirazione che emerge con ancora più forza in Francesca, racconto (o meglio vero spaccato di quotidianità da centro di accoglienza) che si ispira alla dedizione e all’umanità di una educatrice che lavora con richiedenti asilo in fuga da situazioni terribili. “L’Italia, il più grande e sacro paese della cristianità; l’Italia dove la vita umana acquisisce valore e l’umanità è rispettata”.