L’8 Marzo E L’Ipocrisia Di Una Mimosa

Di: - Pubblicato: 6 marzo 2017

A cura di Maurizio Anelli

 

“Non una di meno”. Decine di paesi aderiscono a quello che sempre di più assume il profumo di un movimento globale e che anche in Italia prende sostanza e forza. La giornata di questo 8 Marzo sarà un grande momento di testimonianza e di lotta per chiunque ami il diritto e la vita. Allora a quella parte dell’universo maschile che ad ogni 8 marzo si affanna a comprare mazzi di mimosa ma che il giorno dopo rientra nei ranghi, dando il proprio contributo a costruire e fortificare quel recinto in cui rinchiudere da una parte le vergini e le madonne e dall’altra le streghe e le puttane, si chiede una riflessione e una presa di coscienza di cui ancora non è capace.

Sono passati solo pochi giorni dall’affermazione di Janusz  Ryszard  Korwin-Mikk, giornalista e deputato polacco che in un intervento al Parlamento Europeo ha testualmente affermato che “… il gentil sesso non ha diritto alla parità di salario, essendo più debole e meno intelligente rispetto agli uomini.”

http://it.euronews.com/2017/03/03/razzismo-all-europarlamento-per-il-conservatore-polacco-korwin-mikke-le-donne

Ma non è necessario entrare a Strasburgo per annusare questa sensazione, perché la si respira in ogni parte del mondo a partire dal nostro Paese, nella vecchia e civile Europa, ma non solo: questa settimana una legge dello Stato regolarizza in Bangladesh  la tratta delle “spose bambine”. Eppure solo un anno fa, era il 24 Gennaio 2016, un Paese come lo Zimbawe sapeva andare in controtendenza: la corte costituzionale decretava  “come età minima legale per sposarsi i 18 anni, descrivendo il paragrafo 22 della Legge sui Matrimoni anticostituzionale e deliberando che nessuna persona – ragazzo o ragazza – deve sposarsi prima del 18° anno di età”. Questo in un paese dove il fenomeno quello delle spose bambine toccava il 31% delle minori.

http://sociale.corriere.it/spose-bambine-sentenza-storica-lo-zimbabwe-dice-no/

Ma la tratta delle spose bambine è solo una delle tante ferite che le donne ricevono, ogni giorno. E queste ferite hanno origini lontane, costruite da sempre sulle basi sociali e religiose delle società di tutti i tempi. Basi, fondamenta che hanno sempre visto l’uomo, inteso come maschio, come il soggetto dominante. Quanta responsabilità hanno le leggi, scritte e non scritte, che regolano da sempre la vita delle comunità? Queste leggi non hanno confini o limiti territoriali, a ogni latitudine la donna è vista come attore non protagonista del film e quasi sempre la trama del film è la stessa. È di pochi mesi fa l’imponente e straordinaria manifestazione delle donne argentine partita da Plaza de Mayo a Buenos Aires e nata sull’onda della tragica storia di Lucia Pérez, ragazza di sedici anni rapita e drogata, violentata e uccisa a Mar del Plata all’inizio di Ottobre. Ogni giorno la cronaca è fatta di violenza sulle donne, di sfruttamento, di umiliazioni. E questo accade fra le mura domestiche, nei posti di lavoro, per la strada. Non bastano le leggi, per altro insufficienti se non addirittura mancanti, a garantire quello che è semplicemente un diritto naturale. Le leggi possono servire a colmare un vuoto culturale, ma è quel vuoto che deve essere riempito. E noi non riusciamo a farlo, questa è l’amara realtà. Certo non vale per tutti, ma i dati ci raccontano che questa è la nuda verità. È un vuoto che è stato coltivato da secoli d’ignoranza e di prepotenza, ed è andato riempendosi ogni giorno del meschino convincimento che maschio è sinonimo di forza e di comando. Eppure la storia delle donne è piena d’insegnamenti, di sconfitte e di dignità. Ma non sappiamo leggerla, costa troppa fatica e troppe ammissioni. Per questo la distanza che separa il maschio dall’uomo è ancora lunga. Lo è dalle notti del Medioevo, quelle notti che assicuravano la “ius primae noctis” , quel Medioevo in cui la Chiesa negava l’esistenza dell’anima nelle donne, e poi quel diritto di voto per il quale le donne si sono battute contro Stati, Papi e Re  e che solo con quelle lotte è stato conquistato. E allora il colore di quelle notti assomiglia tanto alle notti dei nostri tempi, quelle delle violenze e degli stupri in casa o per le strade, delle discriminazioni sul lavoro e nella vita di tutti i giorni, le notti dei medici obiettori di coscienza a cui viene perdonato il rifiuto di compiere il proprio dovere nel rispetto di una legge dello Stato e al tempo stesso viene permesso loro di decidere per le donne. Ma quanto vale, per noi, il sorriso di una donna? Quanto davvero pensiamo di essere forti e invincibili, superiori soprattutto nella nostra superbia e nella nostra stupida fragilità? Quanto vale quel mazzetto di mimose che troppi di noi si affrettano a comprare all’uscita dal lavoro prima di incontrare la propria donna, la propria figlia, un’amica? Nulla, non vale nulla. Ma potrebbe valere davvero tanto se fosse solo un gesto d’affetto, di stima e di rispetto, di amicizia. Un fiore in regalo, fatto in un giorno qualsiasi che non sia l’8 Marzo, ha di per sé un valore. Come qualsiasi altro gesto che racchiuda il sentimento fra persone che si rispettano, si cercano e si completano, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. No, non basta un mazzetto di mimose per sentirsi a posto con la propria coscienza, servirebbe qualcosa di più umile ma molto più difficile: basterebbe scendere dal piedistallo che abbiamo costruito per noi e da cui dettiamo le regole e le leggi da secoli. Ma non ne siamo ancora capaci. Punto e a capo.