La Catena Umana Per Pino Pinelli E Perché Ci Saremo

Di: - Pubblicato: 9 Dic 2019

Di Maurizio Anelli.

Sere d’inverno, dove il freddo sembra chiuso fuori ma, uno spiffero alla volta, entra nelle ossa.  La luna di dicembre è strana, illumina ricordi e vecchie pagine del libro di questa città e Milano è un libro di mille pagine: ognuna di loro racconta una storia e ne introduce un’altra e un’altra ancora. Ogni pagina è una fotografia in bianco e nero che rimane impressa nella memoria. Una, in particolare, ha accompagnato la mia generazione: uno scatto lungo tre giorni, il click incomincia alle 16:37 del 12 dicembre all’interno della  Banca Nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana e finisce pochi minuti dopo la mezzanotte del 15 dicembre 1969, in una finestra della questura di Milano. Dentro quella fotografia c’è tutta la storia di vite cancellate e interrotte, rubate. Le sentenze dei tribunali scrivono la storia ufficiale ma tante volte la storia ufficiale non racconta tutta la verità e porta a dimenticare, sfumando i fatti e aspettando che il tempo cancelli ogni traccia. Allora la verità bisogna cercarla con ostinazione fino a quando diventa chiara a tutti, e quando anche la “Legge” ha esaurito il suo tempo e i tribunali hanno chiuso le porte, la verità resta scritta nella memoria. La memoria scrive la storia più e meglio delle sentenze dei tribunali e si coltiva un giorno alla volta. Costa fatica, impegno. Costa dolore. Si scontra contro mille nemici, sono tutti coloro che hanno interesse a nascondere la verità, sono quelli che hanno costruito la menzogna e accanto a quella menzogna hanno camminato per mezzo secolo, complici e impuniti: uomini e interi apparati dello Stato e delle Istituzioni, dei Servizi e dell’informazione. La lotta contro questi nemici è una lotta impari, quasi impossibile: ci vuole un cuore grande per lottare contro i mulini a vento e poi ci vuole dignità, coraggio. Licia è una donna forte, talmente forte da riuscire a crescere Claudia e Silvia da sola dopo che lo Stato le aveva rubato il compagno di una vita con l’ultimo scatto di quella fotografia del 15 Dicembre. Quel compagno di vita era Giuseppe “Pino” Pinelli: ferroviere gentile, partigiano e anarchico. La storia di “Pino” è l’ultimo scatto di quella fotografia in bianco e nero della strage di Piazza Fontana. È una ferita ancora aperta per la città di Milano e non solo. Sono passati cinquant’anni da quella ferita, la prefazione di quel libro della vergogna di uno Stato che ha scelto da che parte stare. Oggi, cinquant’anni dopo, di quei giorni possiamo dire che sappiamo tutto. Ma nessuna sentenza ha saputo e voluto mettere nero su bianco i nomi e i cognomi di chi ha pensato e costruito quanto successo dal 12 al 15 dicembre 1969.

Ma Milano non ha dimenticato, non ha voluto dimenticare. La memoria resiste, non si ferma  con il passare del tempo, ed è la matita più brava a scrivere la storia. La memoria  è più forte delle sentenze e di qualunque tribunale perchè racconta vita, emozioni e sentimenti. Racconta di come tre donne sappiano essere più forti di tutto e di tutti. Licia, Claudia e Silvia, sono tre donne che hanno saputo raccogliere i pezzi di un puzzle che lo Stato aveva distrutto e gettato nel cestino, convinto che nessuno lo avrebbe saputo ricostruire. Lo Stato si sbagliava, lo Stato sbaglia spesso: non aveva fatto i conti con la forza di una donna e delle sue figlie, una forza che aveva radici profonde e forti. Licia ha guardato in faccia la vita e non è stata sconfitta. Claudia e Silvia sono diventate grandi  un giorno alla volta e, un giorno alla volta, hanno coltivato la memoria di Pino che, prima di tutto, era il loro padre. Compagno, partigiano, anarchico, certo … Giuseppe Pinelli era tutto questo ma, prima di tutto, era quel padre che quella sera del  15 dicembre del 1969 non è tornato a casa.

Milano è una città strana, certe sere a Milano fa freddo, certe sere di Milano sono avvolte da una nebbia che nasconde tutto e tutti. Ma sotto quella nebbia Milano resiste, prova a resistere e non dimentica, si ritrova. Sarà cosi anche questa volta, fra pochi giorni: sabato 14 dicembre Milano sarà attraversata da una catena musicale fatta di persone e sentimenti. Partirà da piazza Fontana, com’è giusto che sia, e poi via… lungo Piazza Beccaria, Galleria del Corso, Corso Vittorio Emanuele, Via San Pietro all’Orto, Via Bigli, Via Manzoni e Piazza Cavour. Non sarà un corteo, ma qualcosa di diverso: sarà una poesia scritta sulle strade della città, dove la memoria si trasmetterà da una mano all’altra. Musica e mani che si stringeranno in un gesto che non sarà solamente simbolico.  Milano conosce la sua storia e le sue ferite, Milano sa chi è “STATO”: a mettere le bombe e a scattare quella fotografia in bianco e nero durata tre giorni, sa chi è “STATO” a mischiare le carte, a nascondere la verità, a proteggere e a omettere. A mentire.

Le sentenze dei tribunali scrivono la storia ufficiale, ma per Giuseppe “Pino” Pinelli  un vero processo non c’è mai stato, ci sono state solo istruttorie. I vertici della Polizia e dello Stato presentarono la sua morte come un suicidio e, per lui, fu coniata la bestemmia del “malore attivo”. Il magistrato che scrisse quest’assurdità, Gerardo D’Ambrosio, molti anni dopo si scuserà di questo ai microfoni di Radio Popolare. Ma era tardi. Pino è entrato innocente nelle stanze dello Stato e da quelle stanze non è più tornato.  E allora è questa parola, innocente, a scrivere la storia, e la lapide e la “rotaia spezzata” sull’aiuola di Piazza Fontana ricordano a tutti questa verità.

Foto di Maurizio Aneli

Cinquant’anni dopo, la “Catena musicale per Pino Pinelli” è un omaggio alla verità e alla sua storia, è un omaggio alla forza delle sue donne che quella verità l’hanno sempre cercata lottando contro “i mulini a vento”. In tanti hanno provato a mettersi di traverso davanti alla bellezza e al significato di questa giornata. I nemici di sempre, certo, ma anche tanti altri che proprio non riescono a fare a meno di ergersi a primi della classe, tanti che si arrogano sempre il diritto di essere i soli e unici depositari della memoria e della verità. In questi mesi Claudia e Silvia Pinelli hanno dovuto fare i conti anche con questi “maestri” della verità, hanno dovuto affrontare anche questo attacco umano e politico e le offese miserabili  gridate sulla rete. Claudia, Silvia e Licia. Sono le donne che hanno saputo andare avanti sempre, nonostante tutto e nonostante tanti. Aspetto il 14 dicembre per essere parte di quella catena, umana e musicale, e stringere le mani che la formeranno. Saremo in tanti. Fra i tanti mancherà un amico grande: Piero Scaramucci. Non potremo stringere la sua mano, ma lui in quelle strade ci sarà e camminerà con noi. Lui, che più di tanti è stato sempre accanto alle donne di Pino, lui che ha saputo raccontare come meglio non si poteva le confidenze di Licia. Ci sarà, il Piero ci sarà e canterà insieme a noi.

“…. soltanto la verità può restituirmi una quiete capace di tenere lontano i ricordi. Voglio conoscere la verità. Non mi interessa la punizione dei colpevoli. Voglio sapere chi ha fatto cosa. Chiedo che siano attribuite delle responsabilità. Non parlo della giustizia dei tribunali, ormai. Per me, giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto. Che si sappia chi ha ucciso Pino. …non mi sento sconfitta perchè ho fatto tutto quello che potevo fare nell’ambito della legalità. Gli sconfitti sono coloro che non hanno avuto il coraggio di arrivare a scoprire la verità… Dimmi tu chi sono gli sconfitti. Certo, c’erano le bugie dei poliziotti, poi con gli anni diventa sempre più difficile ricostruire la verità. Ma non raggiungere la verità giudiziaria è una sconfitta dello Stato. E’ lo Stato che ha perso appunto perchè non ha saputo colpire chi ha sbagliato. Perchè in un modo o nell’altro, voglio dire direttamente o indirettamente, Pino è stato ucciso. E poi non è una questione di vincere o di perdere: semplicemente uno Stato che non ha il coraggio di riconoscere la verità è uno Stato che ha perduto, uno Stato che non esiste…”

(Licia Pinelli, Una storia quasi soltanto mia)

“Questa è la storia che Licia Pinelli mi raccontò all’inizio degli anni ottanta. Era rimasta appartata, quasi silenziosa per una decina d’anni, da quell’inverno del 1969, quando la bomba fece strage alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, suo marito Pino, ferroviere anarchico, precipitò da una finestra della questura e l’Italia scoprì che la democrazia era sotto attacco. Licia si era tenuta lontana dai riflettori concentrandosi in una tenace battaglia per ottenere giustizia dalla Giustizia. Non la ottenne. Dopo dieci anni Licia fece forza sul suo severo riserbo e si decise a raccontare di sé e di quel che era successo. Scelse lei stessa di parlare e mi chiese di intervistarla. Non fu un percorso facile, per Licia fu come reimparare a parlare e a guardare dentro se stessa dopo anni di silenzio e autocensura. Oggi, a distanza di tanto tempo, questo racconto appare come un documento di rara verità, chi vorrà scrivere la storia di quegli anni durissimi non ne potrà prescindere.”  (Piero Scaramucci)