La Lettera Di Melissa E Le Mani In Tasca

Di: - Pubblicato: 14 Gen 2019

Di Maurizio Anelli.

Esistono molti modi di scrivere una lettera, si può fare con carta e penna ma pochi la leggeranno. Le lettere restano a lungo sul tavolo o in un cassetto, a volte si leggono dopo molto tempo e a volte si buttano via dopo un’occhiata distratta. Poi ci sono quelle lettere scritte con un semplice gesto che restano per sempre. Gli abitanti di Melissa, un piccolo paese di poco più di tremila abitanti in provincia di Crotone, hanno scritto una bellissima lettera aperta al Ministro degli Interni. È una lettera senza carta intestata, scritta con quel sentimento di umana solidarietà che troppi cittadini hanno buttato nel cassonetto dei rifiuti seguendo l’esempio e le orme del Ministro degli Interni più disumano della storia della Repubblica. È quasi l’alba del 10 Gennaio e fa freddo in mare, davanti si aprono le colline della Sila imbiancate dalla neve e cinquantuno esseri umani naufragano nel mare davanti a Melissa. Sono curdi, ma non si chiede il passaporto quando si deve salvare una vita in mare e gli abitanti di Melissa questo lo sanno benissimo. È una legge del mare, non scritta da nessun decreto della Repubblica, è una legge umana prima di tutto. È la stessa legge che qualcuno ignora e calpesta tutti i giorni. Gli abitanti di Melissa sentono le grida di aiuto e decidono in un attimo quello che si deve fare, quello che è giusto fare: escono dalle loro case e si buttano in mare, nuotano nel freddo e salvano quelle vite. Forse fra qualche anno questa lettera sarà dimenticata, si dimenticano tante cose in questo paese dove un cancro razzista sta generando metastasi ovunque. Ma a Melissa, come a Riace, questo cancro non è ancora arrivato e qualche volta una lettera scritta con l’esempio è una straordinaria medicina. Nell’antica Grecia l’appellativo ” Melissa” stava a indicare le donne considerate particolarmente sagge e ricche di virtù. https://video.repubblica.it/dossier/immigrati-2015/torre-melissa-migranti-curdi-salvati-dal-naufragio-il-sindaco–mamme-e-bimbi-bagnati-e-infreddoliti-siamo-corsi-ad-aiutarli/324209/324827

Melissa aveva già scritto una lettera straordinaria a questo Paese, una lettera piena di rabbia e di dolore. Era l’ottobre del 1949, settant’anni sono passati da quel giorno. Era la stagione delle battaglie dei braccianti sull’Aspromonte e nella Sila, in ogni angolo della Calabria. Quel giorno le divise dello Stato spararono, come in tante altre occasioni. Spararono e uccisero, contro quei “briganti” che chiedevano solo di poter lavorare sulle proprie terre. Credevano nello Stato e nella Costituzione ma quello Stato li schiacciò come mosche. Da quel giorno, quel popolo di contadini e di braccianti diventerà un popolo di migranti in giro per il mondo, a lavorare e a morire in una terra che non era la loro. http://www.osservatoriorepressione.info/25-ottobre-1949-melissa-crotone/

Non è la prima volta che gli abitanti di questa terra di Calabria così bistrattata dimostrano la ricchezza della loro umanità: la scorsa estate nei pressi di Capo Rizzuto i cittadini soccorsero decine di bambini, donne e trentanove uomini, di nazionalità siriana e irachena, naufraghi anche loro. Oppure come hanno fatto a dicembre i cittadini di Crotone accorsi in migliaia per offrire la loro solidarietà ai rifugiati del Cara di Isola Capo Rizzuto, messi sulla strada dal prefetto in ossequio alla legge Salvini. Quando l’odio seminato da un Ministro non fa breccia si può disobbedire a tutto quello che è ingiusto e infame. Quante lettere si possono scrivere con il proprio esempio e con il coraggio delle proprie idee.  Riace ne sta scrivendo un’altra, la prima è già storia di questo Paese ed è una storia che nessun Ministro potrà mai cancellare dalla memoria. Riace sta provando a rinascere, e con lo stesso coraggio e la stessa testarda umanità prova a ricostruire se stessa dalle macerie che altri hanno creato, come una Fenice che non si arrende.  http://www.ansa.it/calabria/notizie/2019/01/12/riacenasce-fondazione-per-nuovo-modello_9fef6f25-1652-4a70-b290-af6d35a7f92c.html.

Venerdì 11 Gennaio era l’anniversario della morte di Fabrizio De André. Vent’anni esatti eppure le sue canzoni e la sua magia sono ancora lì, credo che non se ne andranno mai. In ogni città è stato ricordato e Milano, come da molti anni succede, ha riempito Piazza del Duomo di persone di ogni età, e questo spiega tutto.  In migliaia hanno cantato le sue canzoni in una notte che si ripete nel tempo: chitarre, fisarmoniche e voci che si alzano e non importa che siano stonate, l’importante è cantare insieme quello che lui ha lasciato in eredità. “La guerra di Piero”, “Coda di Lupo”, “Bocca di Rosa” e … per la prima volta dalla piazza si è alzato, imponente e liberatorio, un coro urlato con il cuore: “Bella Ciao”. Emozionante, almeno per me è stato così. Perché nel momento in cui sui social e sui giornali ominicchi e quaquaraquà come Il Ministro degli Interni Matteo Salvini citano un artista appropriandosi  della sua arte, e tessono le lodi di un uomo che mai gli avrebbe stretto la mano … allora “Bella Ciao” diventa un canto di liberazione intellettuale e di pensiero, un gesto di ribellione nei  confronti di chi vuole impossessarsi di tutto, anche di un patrimonio culturale e umano che non può appartenergli perché lontano anni luce dal disprezzo universale dispensato a piene mani nei confronti degli ultimi, dei diseredati, dei perdenti. È stata una lettera bellissima, non scritta ma cantata a pieni polmoni e col cuore in mano.

In mezzo a queste lettere bellissime una assume contorni schifosi, ma pare che non sia pervenuta al Ministero degli Interni oppure, se arrivata, giace sul tavolo a prendere polvere o magari è già stata cestinata con noncuranza. È la lettera scritta dall’ Amministratore Delegato del Teramo calcio che, in un’intervista rilasciata afferma testualmente “…Mah, sinceramente, adesso dire che la camorra è una montagna di merda proprio no, come ho detto la considero una scelta di vita, loro hanno rispetto di me e io rispetto di loro. Ognuno fa la sua scelta, loro mi hanno lasciato fare la mia vita”

Lettere, fotografie che raccontano in parte chi siamo e cosa saremo se non riusciremo a cambiare una rotta che qualcuno sta tracciando. Non è vero che le persone sono tutte uguali, è una menzogna che qualche volta ci raccontiamo per consolarci. Le persone nascono tutte uguali, ma poi cambiano. E la vita tante volte si diverte con noi, e le persone migliori si trovano sempre a lottare contro qualcosa che sembra invincibile mentre chi riesce a indossare la maschera fa la sua strada senza fatica. È una maschera con molte facce: opportunista, ipocrita, accomodante, servile. Chi decide di non indossare la maschera deve guardare a ogni mattina come a un giorno in più di lotta, di fatica e spesso di sconfitte. Che cosa resta allora? Resta comunque qualcosa che ha un valore grande, anche se a volte è difficile vederlo perché la fatica è tanta e qualche volta prende il sopravvento. Ma resta qualcosa che nessuno può togliere, restano l’orgoglio e la dignità di poter camminare senza abbassare la testa, e qualcosa nelle tasche: sapere che qualcuno sta dalla tua parte, ti apprezza e ti stima proprio per quello che sei, a modo suo ti vuole bene e non ti girerà mai le spalle. Forse è poco, ma a volte cammini controvento e quando metti le mani nelle tasche ti accorgi che hai qualcosa da stringere. È li, e ci sarà sempre.