La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 13 marzo 2017

Mary Cassatt (1844-1926), Young Lady Reading (1878)

 

OLTRE LA SOGLIA, FORSE, IL MARE

 

Magda Szabò, La porta (EINAUDI)

 

Ginevra Bompiani, Mela zeta (NOTTETEMPO)

 

Renata Pucci Di Benisichi, Piccole storie di alberi e di uomini (SELLERIO)

 

Francesco Biamonti, Vento largo (EINAUDI)

 

 

Non sempre una persona si rende conto di commettere un gesto imperdonabile, ma qualcosa in lei lo sa.

Si potrebbe racchiudere in queste due semplici righe la vicenda narrata nel romanzo La porta dell’ungherese Magda Szabò (1917-2007).

Una storia densa e al tempo stesso un racconto tagliente.

Due donne protagoniste e il loro incontro-scontro che a tratti assume toni quasi mitologici, e sono forse, da un punto di vista letterario, le pagine più belle.

Una porta chiusa su ciò che non si può dire, spiegare, mostrare.

Una porta che sembra nascondere il passato e con esso tutta la Storia del Novecento.

Emerenc ne è come la custode silenziosa, o un lasciapassare nel caso in cui, eventualmente, lei sola lo ritenesse opportuno o necessario.

O ancora, è come la pietra tombale su quello che deve essere sepolto e dimenticato per sempre.

Ma è davvero possibile chiudere il mondo, e la propria vita, semplicemente dietro una porta?

E a che prezzo?

Sarà la voce narrante, di una scrittrice che potrebbe benissimo essere la stessa Magda Szabò, a scoprirlo a sue spese, dannandosi letteralmente anima e corpo per provare a capire SENZA commettere l’inevitabile errore.

Perché così, di solito, fanno le donne.

Una volta Nick Cave ha detto: «Quando scrivo roba imbarazzante, quando provo una dose di disagio nel rileggerla, quando è sgradevole cantarla le prime volte, so che finirà per essere ciò di cui sarò più orgoglioso. Se qualcosa sembra subito bello è perché è confortevole. E se è confortevole allora è familiare, vuol dire che l’hai già fatto prima».

Tutt’altro che confortevole questo romanzo, è anzi sgradevole, quasi imbarazzante, sicuramente disagevole. Ma solo perché riesce a solleticare fin nelle viscere più profonde dell’animo umano, per portare poi alla luce parole che si rivelano essere pietre ben più preziose di qualsiasi gioiello ben levigato.

È l’alba, l’aria è profumata, nel castello del principe Barbablù i compiti della giornata sono stati assegnati. Emerenc ha ormai tutta l’eternità a disposizione, ogni alba è sua, con le prime luci del sole e il vapore profumato delle erbe del giardino.

Mi raccomando, non esitate!

 

 

 

I libri di Ginevra Bompiani sono proprio così.

Nella grafica come nel titolo e nella scelta di ogni singola parola: semplici, ma precisi.

Quasi candidi, ma puntuali.

Misurati, hanno una profondità che non affonda e toccherete con la punta dei piedi da qualunque altezza voi partiate.

Essenziali, riescono a pungere senza ferire. A struggere senza di-struggere.

C’è sempre un riflesso di speranza che resta a brillare sulla pagina bianca.

Quando a casa nostra scoprì il funzionamento del magnetofono, capì che si potevano riascoltare parole e brani di musica, (…) si domandò che cosa succederebbe se si potesse registrare la vita di un uomo, fissarla su nastro per poter tornare indietro, fermarla, ripeterla a piacimento.

Questo racconta Magda Szabò di Emerenc e Mela zeta non è che la versione futuristica di quel magnetofono, un modo per raccontare degli incontri, come passi, della propria vita.

Personaggi reali, a volte già noti e a volte no, qui presentati in una veste inedita, si sovrappongono come macchie di colore per un quadro. Figure riassunte nel loro essere dagli elementi che titolano i vari capitoli di questo breve libro: la pista, l’emozione, la lingua, il pensiero, la memoria, la paura, il fuoco,  la luce.

È il nostro mondo interiore che si scopre. Quello che spesso rimane nascosto agli occhi degli altri, che a volte noi per primi dimentichiamo di considerare. Quel mondo che può far sembrare la realtà esterna quasi accessoria, seppur tangibilissima.

Per le persone che ho conosciuto e amato, ho sempre avuto una curiosità umana, prima che culturale. O meglio la loro cultura, la loro arte per me facevano corpo con loro. (…) E che questo fosse un mio tratto ineluttabile, ne avevo avuto la prova quando mi capitò a quattordici anni d’incontrare a un ricevimento Aldous Huxley (…) gli feci cortesi domande sulla Versilia. (…) Ma questa esperienza non m’insegnò niente, e lasciai sempre che le persone parlassero di quel che volevano, limitandomi ad ascoltare.

Momenti, istanti più o meno lunghi, in cui forse si sono aperte delle porte, altre invece si sono sicuramente chiuse. Se sia stato davvero solo uno spreco di occasioni mancate, chi può dirlo?

Forse, come spiega un anziano signore ne L’attentato di Yasmina Khadra: “«Bisogna sempre guardare il mare. È uno specchio che non inganna. (…) Chi guarda il mare volta le spalle alle sventure del mondo. In qualche modo se ne fa una ragione»”.

E augurarsi di poter invecchiare come quella coppia di pittori, in uno dei più bei ritratti di Ginevra Bompiani, che: “i sogni e la tenacia nel riconoscere “qualcosa che manca”, tengono dritti al loro posto.

Allora: “Per comunicare col mondo, il mondo rimasto dietro la porta (…) Pensò piuttosto a un braccio che saluta prima che la porta sbatta leggere alle sue spalle.

 

 

 

E se gli incontri di una vita fossero alberi?

Al di là del muro calcinoso, al di là della porta arrugginita ricoperta e celata dalle tante edere, svettava la punta ritta e superba di albero, quasi immobile, verde di un verde cupo e antico. (…) Solo le cime dell’albero immenso dicevano che dietro quel muro c’era un giardino, o un orto, o, comunque, la terra.

Dal tronco liscio e argentato, forti a sorreggere, o salvifici in mezzo al deserto, piccoli ma dai colori altamente simbolici, con frutti in grado di ricordare “che c’è un benessere che non viene dal denaro. Insostituibile, carnale, profondo, che scorre sotto la pelle, e ti allarga il respiro. Ti fa ricordare che hai un’anima”, e ancora detti d’India ma in realtà messicani, ornamentali o da coltivazione, proverbiali, amari (in molti sensi) o protettivi.

Quattordici brevi racconti per altrettante piante di varia forma e origine, rappresentate graficamente nei delicati acquerelli di Stefania Bruno.

Ad ogni ricordo che affiora alla mente (…) c’è spesso un albero (…) Fondale dello scenario della memoria, muto testimone della rappresentazione della nostra vita.

Un piccolo bijoux, lo scrigno di un sapere così prezioso.

Da regalare, o regalarsi!

 

 

 

Nella luce distesa tra ulivi e solitudini di rocce arrivò il suono della campana mediana. Varì ne contò i viaggi: erano tre, era per un uomo. Non riusciva a immaginare: non aveva sentito dire che a Luvaira qualcuno fosse sul punto. E lì intorno, negli uliveti, non c’era nessuno a cui domandare. Ma la sera, sceso a Luvaira, seppe ch’era stato il passeur ad andarsene e si recò al suo casolare.

Marzo, tempo di mimose.

Confine Italia-Francia, siamo in Liguria.

Oggi come ieri, passaggio di uomini: “Il mondo torna a muoversi. […] parlavano di arabi, di turchi, che avevano visto in fila, tremanti di freddo, avventurarsi da soli dopo che il passeur era morto. Non era più il tempo, le colture, l’autunno, il punto forte dei loro discorsi.

Un mondo in rovina tra queste terre sospese sul mare e una narrazione che ne segue le dolci e suadenti linee.

Sul pianoro, tra i càlcari, sui flutti pietrificati, erano arrivate le punte del «Vènt-larg», notturno e impetuoso, d’alto mare. E gli era parso di sentire sonagli e campanacci dei greggi e delle scorte d’un tempo (…)”

Anche Sàbel, da lontano, sente i richiami di qualcosa che ormai non c’è più: “Vecchie nutrici mormoravano vecchie parole e lei vi si abbandonava sillaba a sillaba come se avesse perduto la testa. Erano le «nounous» di Luvaira, che prendevano a balia i ragazzi francesi e che adesso con le loro parole indecenti arrivavano a lei come in sogno.

Il mare va e viene, si nasconde alla vista per poi riapparire e la voce della nostalgia rischia di intrappolare per sempre i destini degli uomini: di chi resta, di chi se n’è già andato, di chi passa soltanto.

Il mare: “– Il mare compensa tutto. O no, non crede? – Anche il mare è breve sogno. – E allora il resto? – Non le so dire.

Se la parola è fragile, come per tutte le cose fragili, la luce emanata è potente.

Mani a coppa e abbeveratevi.

 

A cura di Giulia Caravaggi