La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 10 aprile 2017

Mary Cassatt (1844-1926), Young Lady Reading (1878)

VITE EXTRA-ORDINARIE

 

Jan Valtin, Fuori dalla notte (21EDITORE)

 

Sam Millar, On the brinks. Memorie di un irriducibile irlandese (MILIEU)

 

 

A diciotto anni mi sentivo un gigante, a ventuno era semplice: “Getta la granata in faccia alla controrivoluzione!”. A ventidue avevo girato il globo in servizio per il Comintern, magro, affamato, feroce e fiero di esserlo. A ventinove anni ero ricercato dai dipartimenti di polizia di mezza dozzina di nazioni in quanto principale agitatore del Comintern sulle coste europee. A trentun anni ero al lavoro per trasformare le prigioni di Hitler in scuole di internazionalismo proletario. E ora, a trentatré, mi trovavo a chiedermi: “Si è trattato solo di una falsità, di una frode, di un cupo spettro?”. Nessuno può spogliarsi della propria pelle.

Eccola qua, riassunta in poche righe, la vita di Richard Krebs, alias Jan Valtin, autore di una autobiografia che è anche il racconto di un pezzo importante di Storia del Novecento, e di cosa voglia dire far parte, fisicamente, di un’ideologia.

È un libro che sembra scritto di fretta, quasi non ci fosse più tempo, o abbastanza tempo per dire tutto. Eppure il suo autore vivrà ancora per altri dieci anni dopo la prima pubblicazione in America del 1940, e saranno dieci anni intensi almeno tanto quanto i trentasette precedenti!

Una scrittura asciutta ed essenziale, concisa come una radiocronaca, non senza qualche sbavatura tipicamente colloquiale.

È un nastro che gira e un racconto che scorre lungo quella che sembra essere davvero una sola lunga notte.

Dall’infanzia in giro per il mondo alle rivolte socialiste nella Germania del primo dopoguerra. L’iscrizione al Partito Comunista e l’attivismo politico, l’Università Comunista di Leningrado prima, e la prigione di San Quintino poi, per un tentato omicidio politico a Los Angeles: “Getsy si avvicinò e mi mise una mano sulla spalla. «Mio caro compagno» disse. «Quest’uomo è un traditore, questo è tutto. I traditori devono morire. È una legge universale, fin dalla notte dei tempi.»

Il ritorno in una Germania che vede l’ascesa politica di Hitler nelle pagine più interessanti dal punto di vista strettamente storico, come già notarono i critici al tempo: “No other books more clearly reveals the aid which Stalin gave to Hitler before he won power” (Freda Utley, Saturday Review of Books, n. 23, 1940, p. 176).

Il risveglio fu rude. […] Gli uomini delle squadre d’assalto marciavano durante il giorno, gli occhi brillanti di euforia. Marciavano durante la notte, con le luci scintillanti delle torce a splendere sulle bandiere con la svastica che sventolavano. E cantavano: Facciamo sventolare le bandiere di Hitler/dalle torri tedesche,/Questa è l’alba della libertà…”

…per alcuni, per altri invece non è che l’inizio della notte più buia, che porta all’arresto nel ’33 da parte della Gestapo e ad una lunga e dura prigionia fino alla confessione firmata. Finché: “Fui riportato nella mia cella. Dalla parte orientale del cielo sgorgò la prima pallida luce dell’alba.

Seguono i processi farsa, le condanne ad anni di lavori forzati, l’esperienza del penitenziario di Amburgo e infine la proposta in carcere di entrare nel PP-Apparat come spia comunista nelle forze di polizia nemiche. Quindi, l’unione alla Gestapo nei primi mesi del 1937, “Il duello dell’oscurità è cominciato (…) Come finirà?”, il lavoro sotto copertura per la Divisione Straniera di quest’ultima, “«Che Dio sia con te» disse sorridendo l’ispettore Kraus. Erano le stesse parole che aveva usato mia madre, diciotto anni prima, quando ero alla ricerca della mia prima nave per prendere il mare.”, e infine il tentato omicidio da parte dei cari vecchi compagni di una volta e l’inevitabile fuga: “Una mattina delle ultime settimane del gennaio 1938 […] Sentii una forza mostruosa, un’eccitazione straordinaria che era diversa dall’emozione che avevo provato nelle prime ore del mattino di un giorno d’ottobre del 1923, quando i lampioni trionfanti diedero il segnale per assaltare le fortezze nemiche (…). Era come se stessi per alzare il mio pugno, e con lui un pugnale, portandolo alla gola di mia madre che era diventata una vipera. “Tu, Comintern… tu, falsa madre… tu – tu, vipera!”. Il mio cuore produsse un muto latrato.

Un giovane editore con alti obiettivi, un’edizione scarna e ridotta rispetto all’originale, una lettura impegnativa ma coinvolgente che farà sembrare La talpa di Le Carré un topolino ammaestrato, una lezione di vita da una voce che non dimenticherete tanto facilmente!

 

 

 

Prima che riuscissi a dire quanto mi era piaciuto quel libro, il Sottomarino Giallo con il suo carico di Fab Four colò a picco nel sottosuolo di velluto dei Velvet Underground. Hunter fece l’occhiolino, poi venne sollevato in cielo su un cocchio rosa, ma non prima di avermi dato qualche buon consiglio. “Scrivi questa storia, ragazzo. Scrivila. È il modo migliore per mettersi il cuore in pace. Scrivila…”. Appena si fu dissolto, entrarono in scena Topolino, Pippo e Pluto.

Ottobre 1974, Long Kesh.

L’allora diciotenne Sam Millar è solo all’inizio della storia che racconterà nella prima parte di On the Brink. Memorie di un irriducibile irlandese.

Alla fine ha seguito quel vecchio consiglio, frutto di allucinazioni da Gas CR, e forse, si spera, si è davvero messo il cuore in pace.

Sembra quasi di sentirlo, un certo distacco nella narrazione, se mai fosse possibile quando si affrontano certi argomenti, come se, passato del tempo, la materia fosse stata in qualche modo digerita.

È una scrittura veloce e vivace, dai modi spicci, quasi rude, ma affettuosa, calorosa, sorridente e divertente anche, e commovente.

Sam Millar ha passato “più di otto fottutissimi lunghissimi anni” in prigione, non stando semplicemente dietro alle sbarre, ma, fin dall’inizio e oltre la sua fine, come Uomo Coperta: “I secondini avrebbero potuto romperci le ossa e strapparci la carne, e in effetti lo fecero. La nostra era un’esistenza minimalista fino all’estremo. Eravamo zero, nudi come appena venuti al mondo. Ma non avrebbero mai potuto colonizzare i nostri pensieri. Non avrebbero mai potuto comprendere cos’era che ci faceva scattare, per il semplice motivo che eravamo al di là di ciò che era venuto prima, e non saremo mai più stati alla pari. Eravamo come gli Spartani. Cazzo, eravamo anche meglio degli Spartani. Eravamo gli uomini della Blanket Protest.

Non un santo, citando Beckett, ma uno di quelli che non hanno mancato l’appuntamento.

Uomini appunto, con i piedi così ben piantati a terra da morirci per questo.

Sam Millar è sopravvissuto e poco dopo essere uscito di prigione alla fine del 1983, sulle parole del padre, “Lascia che sia qualcun altro a combattere ora”, lascia il Nord Irlanda per andare in America.

E qui l’ennesima citazione (potreste quasi comprare il libro solo per le citazioni in testa ad ogni capitolo!), questa volta di Groucho Marx: Praticamente tutti a New York hanno una mezza idea di scrivere un libro. E lo fanno.

Per introdurre l’inizio di una nuova vita e la seconda parte di questa storia: dai casinò illegali di New York alla rapina alla Brinks del titolo.

La Brinks Incorporated, fondata nel 1859, è la più antica e la più grande azienda di trasporto sicuro in tutto il mondo, con centosessanta filiali operative negli Stati Uniti e quaranta in Canada, oltre ad affiliati in altri cinquanta paesi in tutto il mondo. Una bella storia davvero; e io progettavo di farne parte. Speravo riuscissimo a finire tutto prima di Natale. Invece, era già il 5 gennaio 1993, mancavano cinque giorni al mio compleanno. Erano da poco passate le quattro del pomeriggio. Prima delle sette avrei saputo se quello sarebbe stato il compleanno più felice o più triste della mia vita.

Una storia davvero da cinema!

Vi sfuggirà sicuramente qualche piccolo dettaglio, ma non lasciatevela scappare!

In estate, la terra incolta era avvolta da una bellezza aspra. Il ginepro e la salvia ospitavano insetti chiacchieroni, con quelle loro ali orchestrali perennemente in movimento. Ciuffi di fiori selvatici viola e rossi, bianchi e lilla scaturivano trionfalmente attraverso pezzi di metallo arrugginito e carcasse in decomposizione di cani e gatti morti, rendendo tollerabile il tutto, nonostante l’asprezza. In effetti, erano proprio quelle ruvide imperfezioni a dare carattere a quella desola terra industriale. Laggiù, in quel paesaggio che scompariva rapidamente, c’era della bellezza; c’era qualcosa di vero e necessario e rilassante, in quella sua rassicurante vastità e potenza.

Belfast, primi anni Sessanta.

Una buona inquadratura per dire cosa sia la vita, no?

Godetevela!

 

 

 

A cura di Giulia Caravaggi