La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 15 maggio 2017

 

Mary Cassatt (1844-1926), Young Lady Reading (1878)

DONNE, CINEMA E LETTERATURA

 

Jane Austen, Lady Susan-I Watson-Sanditon (NEWTON COMPTON)

 

Irmgard Keun, Gilgi, una di noi (L’ORMA)

 

Pierre Boileau, Thomas Narcejac, La donna che visse due volte (ADELPHI)

 

 

Recensendo Amore e inganni di Whit Stillman, Roberto Nepoti sottolinea come questo film abbia il merito, a suo parere, di mettere in luce: “un aspetto sempre trascurato della scrittrice:il più che pungente talento satirico”.

Argomento di vasta, seppur tardiva, discussione e critica l’ironia di Jane Austen!

Amore e inganni è infatti l’adattamento cinematografico del romanzo Lady Susan che nella super economica edizione Newton Compton è acutamente presentato insieme ad altre due opere minori, entrambe incompiute per differenti ragioni, e con una loro particolare specificità.

Sanditon, che si interrompe con la morte nel 1817 della Austen, resta l’ultima cosa da lei scritta a livello letterario.

A rendere The Watsons unico nell’intera produzione austeniana è effettivamente la sua atmosfera priva di speranza (…) mai come in questo romanzo il tema è presentato direttamente, “nudo e crudo” […] non è difficile comprendere che il motivo principale dell’abbandono di  The Watsons sta nel fatto che la tecnica narrativa del romanzo lasciava la Austen troppo scoperta come scrittrice e come donna.” (Beatrice Battaglia, La Zitella Illetterata. Parodia e ironia nei romanzi di Jane Austen, Liguori).

I Watson, databile tra il 1799 e il 1811, precede i romanzi considerati più maturi, completi e riusciti della scrittrice inglese: Mansfield Park, Emma, Persuasione.

Lady Susan invece si colloca ai margini delle opere giovanili e appena prima di quei romanzi concepiti negli anni Novanta del Settecento, ma che verranno pubblicati solo quindici anni più tardi: Ragione e sentimento, Orgoglio e pregiudizio, L’abbazia di Northanger.

Pur nella sua acerbità, Lady Susan riesce a dar voce allo straordinario spirito della sua autrice così come era nella vita reale. Costruito in forma di scambio di lettere, ricorda molto da vicino il vero epistolario della Austen.

Mia cara Alicia, sei stata molto cortese a darmi notizie di Frederica (…). Ella è una ragazza stupida, e non c’è modo di darle dei consigli. Non voglio quindi assolutamente che tu perda un solo istante del tuo tempo prezioso facendola venire a Edward Street, specialmente perché ogni visita la distoglierebbe per molte ore dal grand affaire della sua istruzione, alla quale desidero sia esclusivamente dedita durante la sua permanenza presso Miss Summers. (…) Non che mi trovi d’accordo con la moda attuale di conseguire una perfetta conoscenza delle lingue, delle arti e delle scienze; è tempo sprecato: (…) può concedere a una donna un certo plauso, ma non aggiungerà un solo amante alla sua lista.

Come si può simpatizzare con tali parole e con la donna che le pronuncia, la Lady Susan del titolo?

Se è vero che “Le cose che esistono esistono, e tutto è dalla loro parte” [Donald Judd (1928-1994), scultore minimalista statunitense], la grandezza di Jane Austen sta proprio nel far rilucere di mille sfaccettature una realtà altrimenti piatta e grigia, statica quanto inesorabile nel suo divenire, come scrive infatti Mrs Johnson a Lady Susan: “non si può sfuggire al destino”.

È riuscire a scardinare porte e finestre di un mondo, quello dell’Inghilterra di fine Settecento, senza perciò portarvi tempesta. Non se lo sarebbe d’altronde potuto permettere Jane Austen, in quanto appartenente a quella stessa società, donna e per di più non maritata!

È il suo divenire spiffero d’aria tanto sottile quanto incisivo, quel fine brush, dagli intenti così ben celati che ancora oggi ci siamo alle prese, usato per tradurre in ingannevoli parole (e Lady Susan non viene infatti definita ad un certo punto “Maestra degli inganni”?) assai più forti venti rivoluzionari.

È nel gioco labirintico che si crea, spiega ne Lo spazio narrante Ginevra Bompiani: “come uno specchio che risponde alla figura che lo affronta con la sua stessa immagine capovolta e cerchi così di fermarla, all’esaltazione romantica della volontà Jane Austen risponde con una volontà altrettanto duramente al servizio di un mondo di cui crede di vedere la fine, mentre forse ne annuncia il principio.

Non un semplice divertissement, ma vero e proprio gioco di intelligenza.

 

 

 

…quando alle Hawaii sarai / e quando maggio tornerà / e quando il cuore tuo libero sarà…

Era un’attrice nella Germania degli anni Venti, la tedesca Irmgard Keun (1905-1982) prima di darsi con grande successo alla scrittura.

Gilgi, una di noi rappresenta proprio il suo esordio letterario.

Gilgi è una di noi o siamo noi piuttosto che vorremmo essere una come lei?

É un romanzo davvero pieno di vita questo!

Una vita talmente piena che rischia quasi di prendere fuoco, come la seta dell’abito violetto tra le dita timorose di Martin, Gilgi stessa: “È una fiamma alta, la ragazza pallida: ha occhi che parlano, occhi che urlano – è una come le altre, sa molto di sé, non sa nulla di sé. Brucia nel sangue, brucia nella testa, brucia, brucia, brucia. Membra senza pace, desiderio di carne, mani senza pace, desiderio di carne – di carne che vive, carne che respira, carne che pensa… Un io diviso in due, un io diviso mille volte. Io: desiderio obbligato del Noi di oggi. Io: urlo eterno verso il Tu, e tutto il resto, falso…

È una prosa frizzante, straordinariamente moderna, per qualcosa di più di un semplice bicchiere di bollicine: “Un’altra acquavite! La beve tutta d’un fiato. Le fa venire i brividi, ma ha ancora la nausea. Le sembra di essere diventata estranea a se stessa. Un momento prima si è a tu per tu con la realtà, e poi tutta  un tratto bisogna darle del lei ed essere in soggezione… non va bene, non va per niente bene.

C’è qualcosa che deve ancora imparare, la spavalda e fin troppo matura Gilgi. Nonostante tutto, non ha ancora vissuto abbastanza.

Sullo sfondo, una Germania grigia e ordinaria, una gabbia dorata che ha ormai perso la sua luce imperiale: “Paese triste, dici? Io già a scuola mi vergognavo quando ci facevano cantare Deutschland, Deutschlan über alles… è una canzone così disgustosa, è un modo di parlare, di pensare così untuoso (…). Quelli lì, con il loro importuno amore per la patria, capisci che… invece di essere umili e riconoscenti, quando gli viene dato qualcosa da amare sono orgogliosi come se fosse merito loro… e quello che per loro è un merito personale lo fanno diventare un dovere per gli altri.

Mette i brividi pensare che questo libro sia stato messo all’indice e bruciato nei roghi nazisti del ’33.

Ma può consolare il fatto che Irmgard Keun e la sua piccola Gilgi siano sopravvissute giungendo fino a noi, oggi e anche oltre.

Quella “piccola arancia gialla” scivolata chissà come sui binari è infine riuscita a sfuggire all’inesorabile avanzata della Storia.

 

 

 

A giudicare dall’espressione del viso, Madeleine non pareva né esaltata né sconvolta. Anzi, aveva un’aria riposata, tranquilla e felice. A cosa stava pensando? Se ne stava lì con le braccia ciondoloni, tenendo il tulipano fra le dita. E di nuovo ricordava un ritratto, una di quelle donne immortalate dal genio di un grande artista. Completamente chiusa in se stessa, era assorta in chissà quale visione interiore. A Flavières venne in mente la parola estasi. Era quello il genere di crisi di cui parlava Gévigne?

Quante donne nel cinema di Hitchkock!

Questo noir francese del duo Boileau-Narcejac sembra sia stato scritto nel 1954 proprio perché il regista britannico ne facesse un film, cosa che infatti avvenne nel giro di soli quattro anni. Ma come recita l’edizione Adelphi, vi dimenticherete dei volti di James Stewart e Kim Novak e riuscirete ad immergervi nelle pagine di questo romanzo quasi fossero davvero acque inesplorate.

Una scrittura calibrata al massimo, siamo nella Francia degli anni Quaranta e l’atmosfera è come sospesa tra un senso “di briosa vitalità e al tempo stesso di vaga minaccia”.

Madeleine Gévigne, o Renée Sourange, o Pauline Lagerlac: sono loro, o piuttosto è lei, il fulcro attorno a cui ruota tutta la vicenda. Per un protagonista che altrimenti resterebbe di fronte agli eventi passivo, inerme, apatico, escluso: “Insomma, sarebbe stato per sempre un esule!”.

Flavières si rivelerà invece soltanto prigioniero di se stesso: “La vera Madeleine era libera, viveva altrove. Gli concedeva quella parvenza di se stessa solo per un atto di carità. Prima o poi, inevitabilmente, sarebbe arrivato il giorno della separazione. Il loro amore era aberrante. Era votato alla morte…Alla morte!

Certo, letto al giorno d’oggi! Sembra che la violenza della realtà abbia superato davvero ogni ombra di mistero dell’immaginazione letteraria, e non solo.

Flavières se ne stava immobile, con la mano contratta sul bicchiere. Sentiva il calore del mese di maggio; rivedeva le macchine che giravano intorno all’Arco di Trionfo. Poi arrivava lei, con la borsa sotto il braccio e gli occhi ombreggiati dalla veletta…Si sporgeva dal ponte, buttava il fiore rosso…strappava una lettera che volava via in mille pezzettini…Flavières bevve, si appoggiò pesantemente al tavolo. Ormai era vecchio. Cosa poteva aspettarsi dalla vita? Solitudine? Malattia? (…)  Allora, perché rinunciare a quello che…

Già, perché?

 

A cura di Giulia Caravaggi