La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 16 luglio 2017

Mary Cassatt (1844-1926), Young Lady Reading (1878)

DISCENDENZE LETTERARIE

 

Patrick Modiano, Villa Triste (BOMPIANI)

 

Tristan Garcia, Faber (NN EDITORE)

 

 

Qui la vegetazione non ha una fisionomia precisa, è difficile capire se ci troviamo sulle Alpi, sulle rive del Mediterraneo o ai Tropici. C’è di tutto. Pini a ombrello. Mimose. Abeti. Palme. Salendo per Boulevard Carabacel, si scopre a mezza costa il panorama: il lago tutto intero, la catena degli Aravis e, dall’altra parte del lago, quel paese sfuggente che si chiama Svizzera. […] Non sapevo ancora che la Svizzera non esiste.

Nonostante questo quasi-inizio, Villa Triste è uno dei romanzi forse più concreti del francese Patrick Modiano.

È un qui in realtà molto ben definito, così come il quando: siamo in una stazione termale sulle rive di un lago dell’Alta Savoia nei primi anni Settanta del secolo scorso.

Coordinate precise di un spazio-tempo che sembra però dilatarsi come una pausa presa dalla vita: “Se ancora esistevano cortesi e rassicuranti imbecilli in bianco per lanciare palle da tennis al di sopra di una rete, voleva dire che la terra continuava a girare regolarmente e noi avevamo ancora qualche ora di tregua. La sua pelle era cosparsa di leggerissime efelidi. In Algeria stavano combattendo, si diceva.

Su una fotografia di quell’estate, in rosso sta scritto: “I re di un giorno.

Di un giorno solo, effimero potere per una tale manciata di ore! Oppure di un tempo, ormai passato, lontano, finito: “quel momento della giovinezza in cui tutto è sul punto di precipitare e presto sarà troppo tardi per tutto. Il battello è ancora ormeggiato alla banchina, basta attraversare la passerella, c’è ancora qualche minuto di tempo… Vi prende un dolce torpore.

Sembra proprio di essere in vacanza!

O quasi: “Nei primi tempi le camere dei grandi alberghi ingannano tutti ma, trascorsi pochi giorni, quelle pareti e quei mobili tetri emanano la stessa tristezza degli alberghetti equivoci. Un lusso insipido e nei corridoi un odore dolciastro che non riesco mai a decifrare, ma dev’essere l’odore stesso dell’inquietudine, dell’instabilità e del falso.

Ed è nella VILLA TRISTE del titolo che questa “inclinazione all’abbandono” raggiunge il suo massimo grado, forse amplificata dal vuoto della casa, rischiando così di intrappolare i personaggi nell’immobilità di un luogo senza tempo.

L’atmosfera si fa pian piano più rarefatta, le immagini sfocano e i piani temporali si confondono: è la guerra d’Algeria o piuttosto la Seconda Guerra Mondiale?

Patrick Modiano ha pubblicato questo libro quando aveva trent’anni, la stessa età di Albert Camus all’uscita nel 1942 de Lo straniero. Il protagonista Meursault dava corpo allora a quella indifferenza o estraneità che, nel bel mezzo di un’Europa dominata da Hitler, l’autore voleva denunciare.

Come ha scritto Dacia Maraini, si tratta di: “Una passività che diviene disconoscimento profondo di un mondo che si pretende razionale e sensato ed è invece assolutamente senza senso”.

Quella di Meursault è una “verità ancora negativa”, ha spiegato lo stesso Camus: “senza la quale però nessuna conquista di sé e del mondo sarà mai possibile”.

Passano all’incirca trentanni e che cosa è cambiato? In che cosa è diverso il Victor Chmara di Modiano?

Certo ha recuperato dei sentimenti, anche se: “In me corrispondeva a un orrore del movimento, a un’inquietudine di fronte a ciò che si muove, che passa, che muta, al desiderio di non camminare più su sabbie mobili, di stabilirmi da qualche parte, al bisogno di pietrificarmi. Ma in lei? Credo fosse semplicemente pigrizia.

Si nasconde però dietro a un nome che non gli appartiene.

Come dire: coloro che erano Gli indifferenti sono diventati i “vulnerabili e disorientati”.

 

 

 

Coglievo i dettagli, ma ho perso di vista l’insieme. (…) Potrei, ma non ne ho mai avuto voglia.

Anche Mehdi Faber ha trentanni, come lo stesso Tristan Garcia quando finalmente arriva a scriverne la storia.

Nato in Francia, ma di origini algerine, Faber è il cognome della prima coppia di genitori adottivi, che Mehdi dunque decide di conservare.

Si è scelto il nome, si è quasi costruito da solo, non sembra aver bisogno di niente e di nessuno e sa tutto quel che c’è da sapere, i genitori li ha uccisi: “Non avevo fatto altro che coltivare il sogno di rimanere possibile, di non essere mai veramente reale, ma di apparire un’eterna promessa.

Occhi giallo brillanti, un indubbio fascino sui giovani che mette a disagio gli adulti: “All’epoca era un bambino di quasi otto anni (qualche mese più tardi l’avrei conosciuto in cortile). Stava seduto in modo così teso che sembrava sempre sul punto di alzarsi e spaccare la sedia. Naso aquilino, carnagione scura, capelli ricci, alto e magro per la sua età, ti guardava un paio di secondi, non di più, ed era come passare il Giudizio Universale. Poi si perdeva a contemplare gli oggetti. Sapeva essere di una gentilezza assoluta, il cui rigore esagerato prendeva in fretta l’aspetto di una insolenza insopportabile verso ogni forma di autorità.

Una fisicità essenziale che a stento riesce a trattenere il fuoco che le brucia dentro. Nulla sembra in realtà poter sopravvivere al suo incontro: “Ho sperato di piangere, ma solo fiamme sono colate dai canali della mia tristezza: i miei occhi hanno preso fuoco senza lasciare cenere. In luogo e al posto del mio dolore non ho trovato altro che rabbia. E mio padre mi ha detto: «Non ci sarà persona al mondo per consolarti. Mai».

Di fatto, chiuso su stesso, senza riuscire ad andare veramente da nessuna parte: “La mia vita intera non era altro che ripetizione: dimenticavo, tutto mi capitava di nuovo allo stesso modo, ma non sapevo nemmeno che non si trattava d’altro che della replica di una pièce già recitata, di cui io ero forse un personaggio, forse un attore.

Come nota bene la traduttrice Sarah De Sanctis, alla fine Faber non è che “una storia d’amore, d’amicizia, omicidio e tanto altro”, scritta da un filosofo (ma non c’è assolutamente da spaventarsi per questo!) che si infila tra le pieghe della sua stessa opera perché in fondo questa racconta il suo tempo e la sua generazione.

Una generazione, quella dei nati negli anni Ottanta che qualcuno già definisce Generazione Y, molto ben delineata a grandi linee nell’incipit, e poi approfondita attraverso i protagonisti del romanzo: “A forza di contorcerci, avevamo finito per formare un triangolo perfetto, in modo che ciascuno potesse accoccolarsi contro gli altri due. (…) L’uno nell’altro, non si sapeva più cosa era fuori e cosa era dentro.

Perché tre sono le fiamme che si innalzano sui nove cerchi concentrici che rappresentano una piccola cittadina della provincia francese, Mornay, dove tutto si svolge, tutto ha inizio e una fine: “Al processo, in pochi hanno difeso Mehdi Faber. (…) Mehdi Faber non rendeva la vita facile ai suoi avvocati. Muto, ha attraversato il processo come un’ombra. Una folta barba nera ora gli mangiava il volto e ha accettato il verdetto senza mostrare alcuna emozione. Condannato a trent’anni di reclusione, non ha presentato ricorso: la storia è sprofondata di nuovo nell’oblio.

Classe 1981, nelle mani un ventaglio di ottime possibilità come un mazzo di carte da giocare, a Mehdi Faber sembra però mancare quel qualcosa che serve per sedersi e fare la propria partita al tavolo con gli altri. Non che a chi riesca di trovare una sedia e restarci seduto sopra vada tanto meglio….

Comunque, non si può dire che sia indifferente né, a dispetto delle apparenze, vulnerabile e disorientato!

Faber agisce, coscientemente. Ha un’idea, e anche troppa forza in corpo per metterla in atto.

È colui che costruisce e distrugge. Arrivando ad opporsi anche a se stesso.

E alla fine FA UNA SCELTA, perché: “Era tempo di prendere una decisione. (…) ora dovevo scegliere.

Non si nasconde continuando ad essere quello che in fondo è.

Un fallimento?

La vera domanda che resta aperta è piuttosto quanto le scelte siano davvero libere e indipendenti dalla realtà circostante, quanto invece non siano proprio da questa condizionate: “Con l’età, non ho trovato riposta alle domande che mi ponevo – se fosse stato possibile trovarla, altri lo avrebbero già fatto e l’avrei conosciuta già da tempo –, ma non capisco più come l’esistenza, il tempo che passa o la società potessero essere domande per me, laddove non sono altro che termini, vale a dire idee o parole.

Parola di Tristan.

 

A cura di Giulia Caravaggi