La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 14 agosto 2017

Mary Cassatt (1844-1926), Young Lady Reading (1878)

GUIDE D’ECCEZIONE

 

Hans Tuzzi, In Irlanda: il paese dei sognatori (TOURING EDITORE)

 

Chuck Palahniuk, Portland Souvenir. Genti, luoghi e stranezze del Pacific Northwest (MONDADORI)

 

Maurice  Halbwachs, Chicago (ARMANDO EDITORE)

 

 

Ma, come nell’Ottocento ha scritto uno dei più eccentrici scrittori irlandesi, Lord Dunsany, «l’Irlanda non ha frontiere sull’Europa, essa ha la Cina, il Tibet, l’India come immediati vicini».

Hans Tuzzi: pseudonimo per uno scrittore italiano, saggista, docente universitario, bibliofilo e consulente editoriale, dalla cultura davvero enciclopedica e con una capacità narratoria che può beneficiare di un italiano veramente…al bacio!

È lui la guida d’eccezione per un viaggio In Irlanda che da Dublino a Dublino percorre l’isola “lungo le coste in senso orario”.

Un diario, una cronaca, di cui ogni capitolo è un affaccio non solo su uno scorcio di questo paese, ma su di un mondo intero.

I celti, James Joyce e la cerchia dei letterati sodali di Lady Augusta Gregory, la Storia: di croci, torri, pietre e rovine, castelli, lapidi e tombe, monasteri, la povertà (secondo Berenson), le migrazioni e la gastronomia locale, il gaelico e il cattolicesimo irlandese, i vichinghi e i naufragi di oggi e di ieri, i limericks, cavalli da corsa e cani da caccia, biblioteche, librerie e manoscritti, fiabe e leggende, miti, spettri e altre creature altre dall’uomo, la flora e la fauna, i pub e gli autoctoni, gli uffici postali e i porti, la musica, e ancora la figura del leone nella storia dell’iconografia, mercanteggi d’arte e di vino….

Hans Tuzzi racconta: “I cani, gli straccioni, la storia. Non quella con la S maiuscola. I suoi interstizi. Quelli, per capirci, che dagli orrori che una rivolta e la sua repressione comportano, ci conducono sino a una pagina di un libro per l’infanzia. Hark, hark, the dogs do bark. .. E, intorno, la tenebra.

S’illumina il sentiero nella notte, e tutte le sue possibili ramificazioni, fin dove riesce ad arrivare lo sguardo, e oltre.

La linea della costa si allunga e si frammenta sul mare, e poi sull’oceano, per ritrarsi verso l’interno, al ritmo della marea….

Dopo tutta questa cultura, che cosa resta? Cosa resta calato il sipario sul viaggio?

“(…) starei per dire: nel cuore, di questa non più estrema sponda d’Occidente? (…) è agli uomini e a più domestiche e umili realtà che corre la memoria. Alle porte, ad esempio (…). E poi, i colori della natura (…). E le barche nella bassa marea (…). Resteranno questi uomini chiusi e di poche parole, benché cordiali; o, forse, cordiali benché chiusi e di parole. (…) E i cavalli, e le placide mandrie al pascolo, e il volo dei grandi uccelli delle tempeste e le nuvole, sempre in corsa nel cielo.

L’UMANITÀ, la TERRA su cui poggia i piedi e il CIELO sopra la sua testa.

Niente di più semplice.

Il verde, l’aria e lo spazio.

È una parola, o un respiro di sollievo.

 

 

 

L’unico problema delle realtà ai margini è che prima o poi cominciano a sfilacciarsi. […] Quando leggerete questo libro, alcune parti saranno già obsolete. La gente non vive in eterno. Persino i posti scompaiono.

Cartoline-ricordo, “una serie di momenti che hanno per protagonisti persone interessanti”, racconti di incontri quanto meno particolari.

Genti, luoghi e stranezze…già, stranezze per l’appunto! Perché: “Se vivi a Portland questo genere di comportamenti risulta assolutamente normale. L’intera città, sostiene Chuck, soffre del “complesso del minidotato”. E aggiunge: «Portland compensa le sue ridotte dimensioni facendo casino e dando fastidio».

È un altro Chuck a parlare qui, ma il nostro autore con questa guida turistica e storica (a suo modo!) della città, non sembra fare altro che continuamente confermare e riaffermare tale definizione.

Di origini ucraine, russe e francesi, nato e cresciuto nel confinante Stato di Washington, Chuck Palahniuk ha poi frequentato l’Università dell’Oregon e da Portland è stato in qualche modo adottato. Come molti altri del resto: “«Non facciamo altro che accumulare gente strana» continua lei. «Qui a Portland siamo tutti profughi e fuggiaschi.»

Lei è Katherine Dunn, scrittrice (NB: Katherine con la K e Dunn senza la e finale!).

E il titolo originale di questo libro è infatti Fugitives and Refugees: A Walk in Portland, Oregon.

Tutt’altro ritmo rispetto all’Irlanda di Hans Tuzzi, ma forse non si può dire di essere completamente all’opposto!

Certo Chuck Palahniuk è molto più diretto, allucinante (e allucinato!), agghiacciante anche, ma tant’è, è agosto! Potrebbe risultare rinfrescante una bella doccia gelata, no?

Tra ricordi anni 80/90, luoghi da visitare e cose da fare, ce n’è da incuriosire e stupire, interessare e sorprendere, inorridire e ridere, piangere e divertire.

Insomma, non vi annoierete di certo. Garantito!

 

 

 

Se si prova a fare un passo indietro… tornare verso la costa orientale e fermarsi in quella che è oggi la più grande metropoli dell’entroterra statunitense, nonché la terza città degli Stati Uniti per numero di abitanti dopo New York e Los Angeles: “Chicago occupa dunque una posizione centrale. Non c’è città, negli Stati Uniti, il cui sviluppo non intrattenga rapporti più evidenti con la crescita di questa popolazione, con il movimento di espansione che l’ha portata non solamente verso ovest, ma in tutta la regione intermedia, in particolare nel Middlewest, paese di pionieri e di coloni, dove le fattorie sono state costruite nelle praterie, dal lago Michigan al Mississipi.

Questo breve saggio di Maurice Halbwachs (1877-1945) può fare da guida quasi archeologica alla città di Chicago, ritratta e analizzata dal filosofo e sociologo francese negli anni Trenta del secolo scorso. Come dice Hans Tuzzi: “ (…) viaggiare con una guida nonagenaria (…) consente di misurare il passato”.

In tal senso l’analisi di Halbwachs si è rivelata essere premonitrice dei nostri tempi. Concentrandosi sullo sviluppo della morfologia della città in relazione ai suoi abitanti e al forte fenomeno migratorio che da sempre ha interessato Chicago, Halbwachs infatti arriva a concludere: “Più contrastato e ricco di colori, il quadro che offre Chicago rappresenta in fondo lo stesso soggetto visibile in tutti gli agglomerati moderni ove gruppi diversi si scontrano. […] Non conviene dunque lasciarsi troppo impressionare dal numero di stranieri in percentuale così elevato, che Chicago registra: 28% di stranieri, 70% di stranieri e figli di stranieri, contro il 24% di americani e il 35% di americani e figli di almeno un americano. Gli stranieri, infatti, sono sempre “estranei”. (…) Non è perché stranieri, ma perché operai (…)”.

Ciò che osserva Halbwachs è che: “Gli immigrati si differenziano tra di loro e dagli americani, più che per la lingua o la religione, per la loro situazione o il loro livello sociale. (…) si suddividono in categorie che si possono definire economiche.

É la condizione socio-economica che influisce sul grado di assimilazione, oggi diremmo integrazione, sociale e sulla dislocazione nel tessuto urbano della città.

Ecco che allora, nella nuova (?!) era delle disuguaglianze e a quasi un anno dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, la lettura di  Chicago rappresenta forse un passo in avanti più che uno indietro. Non merita dunque una visitina questa guida sui generis?

A cura di Giulia Caravaggi