La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 11 settembre 2017

 

Mary Cassatt (1844-1926), Young Lady Reading (1878)

UN, DUE, TRE…VENDETTA!

 

Aksel Sandemose, Il mercante di catrame (IPERBOREA)

 

Nagib Mahfuz, Il ladro e i cani (FELTRINELLI)

 

Don Robertson, L’uomo autentico (NUTRIMENTI)

 

 

«Sai cosa ha detto Rousseau?». (…) «“Il rogo non è una risposta”».

Hilary Mantel, Un posto più sicuro

 

“La realtà è arida finché non diventa rappresentazione. Il corpo che ci portiamo dietro impaccia il pensiero. Non voliamo sulle ali dell’aurora, camminiamo faticosamente su qualche strada, magari sotto la pioggia. Ci ritroviamo seduti in qualche sala d’aspetto a guardare delle brutte pubblicità o cerchiamo cibo in qualche altro luogo, abbiamo fame, sete e una vescica al piede.

Uscito nel 1945, Il mercante di catrame è un prodotto del tempo di guerra.

Aksel Sandemose (1899-1965) è nato infatti in Danimarca, si è trasferito con moglie e figli in Norvegia nel 1930 e da qui, dopo l’invasione da parte della Germania nazista, ha trovato rifugio in Svezia, rimanendo a Stoccolma fino alla fine del conflitto.

Come scrive Maria Valeria D’Avino nella bellissima postfazione all’edizione Iperborea: “Se un’altra volta Sandemose si trova a rivestire il ruolo del fuggiasco, dell’esiliato e dello straniero, un’altra volta la crisi è superata proprio grazie alla fuga stessa, che incita alla ricerca, al ritorno dentro di sé”.

Così in questo romanzo, l’autore sembra letteralmente cascarci dentro e confondersi tra i personaggi da lui stesso creati: “Mi ricorso di aver scambiato due chiacchiere con uno scrittore a una festa, qualche anno fa. (…) voleva scrivere sugli scrittori, difendere finalmente i poveri scrittori calunniati, perché nessuno l’aveva ancora fatto, a suo parere. Non voleva descrivere solo gli scrittori ma, attraverso di loro, tutti gli uomini. (…) Descrivendo uno scrittore, che ha in sé il compito di rappresentare tutti gli uomini, e cucendogli addosso una bella maschera da truffatore di donne, avrebbe ottenuto un ritratto maschile a tutto tondo. Avrebbe anche avuto l’opportunità di raccontare il trattamento brutale che lo scrittore riserva ai suoi personaggi, oltre che a se stesso e agli altri. Già… e molte altre cose che avrei potuto leggere nel suo libro, se fosse riuscito a scriverlo.

Nessuno scrittore in realtà tra le pagine di questo libro, se si esclude ovviamente lo stesso Sandemose! Ma un truffatore di donne c’è, questa è infatti la vera natura di Audun Hamre, il mercante di catrame del titolo…ma è proprio così?

A parlare qui è invece il medico condotto Verner Vestad, il quale poco o nulla ha che fare con il protagonista principale…o forse no?

La vendetta striscia sotto i piedi di tutti guidandone i passi. VENDETTA: parola molto meno univoca di quanto si possa pensare!

Per un attimo Audun Hamre si sentì colpito dalle contraddizioni, dalla possibile assurdità della sua vita (…). Una consapevolezza che però non placava la sua tenace ostinazione. Siamo proprio fatti così? Non arriveremo mai al di là del constatare, senza mai riuscire a cambiare? (…) Noi non cerchiamo la verità, ma soltanto consolazione (…). Né noi né i nostri avversari coglieremo i frutti della vittoria: lo faranno i giovani che seguono astiosamente il conflitto prendendo le parti di chi sembra più forte. E, incidentalmente, può anche essere colui che possiede un briciolo di verità.

Una confessione che è il racconto di una fuga dalla disperazione e della speranza che porta ad agire.

Il cerchio si chiude come un cappio intorno al collo? Basta scioglierlo e trovare un’alternativa.

 

 

 

E una sera, ritornando alla Casa dello Studente di Gaza, l’ho vista arrivare con il suo paniere. Bella e affascinante, il suo corpo già nascondeva tutto ciò che mi era destinato delle gioie del Paradiso e delle pene dell’Inferno. Che cosa ti affascinava del canto dei fedeli? Quando mi è apparsa la luce che promana dalla persona dello Shaykh, ho visto anche la mezzaluna e il viso dell’amata. Ma il sole non è ancora tramontato. L’ultimo filo dorato si ritira dalla piccola finestra che dà luce alla stanza. Mi attende una lunga notte, la prima di libertà. Io solo con la libertà. O con lo Shaykh, vagante nel cielo, che ripete parole incomprensibili a chi è destinato all’inferno. Ma c’è forse un altro rifugio per me?

Pubblicato nel 1961, Il ladro e i cani è un romanzo che dà voce alle delusioni politiche e al senso di tradimento degli ideali del suo autore, l’egiziano Nagib Mahfuz (1911-2006), ed è considerato la più “europea” delle sue opere.

Ma è davvero questa la nostra condanna? Di noi, occidentali? Come dice la parola stessa, siamo destinati al tramonto?

Allora egli si alza, contento di potersi liberare da un sonno doloroso e si affaccia alla finestra a osservare l’alba azzurrina e il sorriso del levante; poi si sfrega le mani, rallegrato dal ricordo di quella felicità di cui non ricorda più il motivo. Ecco perché adora l’albore: per la dolcezza, l’azzurro, il sorriso e la gioia dimenticata. Ed ecco ancora una volta l’alba: ma egli è talmente stremato che non riesce a muoversi né a star fermo.

La vendetta di Said Mahran è molto diversa da quella di Audun Hamre: più famelico il ladro egiziano del truffatore nordico.

Uguale è il tormento interiore che trova forma nei sogni agitati di entrambi. E che si sia in grado di aspettare con pazienza e fermezza, o al contrario si agisca in fretta e in modo a dir poco maldestro e sconsiderato, anche il risultato finale non cambia: il tradimento si ritorce contro colui che è già stato tradito, ancora una volta.

Il cane si morde la coda e le parole, forse salvifiche, della vecchia guida spirituale risuonano a vuoto: da quanto tempo siamo diventati sordi anche noi?

“(…) di che cosa ha bisogno la gioventù di questo paese? (…) Di pistole e di libri. La pistola ha cura del passato; i libri, del futuro…”.

Se la pistola continua a fallire, quando daremo ai libri una concreta opportunità per mettersi alla prova?

Come ha detto chi ha a che fare davvero con le pallottole di tutti i giorni, un’anziana autorità in un campo profughi del Ciad: Boko Haram esiste dove le scuole non esistono.

 

 

 

“Forse. Sissignore. È tutto un mucchio di forse, no? Un forse dopo l’altro, senza che niente torni al suo posto per dare un minimo di senso alle cose”.

La storia del secolo scorso e la vita di un uomo qualunque della provincia americana.

Bambino negli anni Venti, giovane uomo negli anni Trenta: “Ed era un uomo adesso, più o meno. Se non altro come avrebbe potuto esserlo chiunque altro. E significava che era giunto a comprendere la singola e assurda verità che niente nella vita funziona come dovrebbe.

Richiamato alle armi nel ’43 e mandato a combattere nelle Ardenne un anno dopo, quando torna alla fine del conflitto pensa solo a rimettersi ‘in carreggiata’.

E poi andò in pensione, e l’azienda gli regalò una valigia e un orologio digitale d’argento. Non ebbe mai l’occasione di usare la valigia. Spesso sognò le autostrade, e le morti e le puttane. Sognò spesso anche Billy. E alla fine, dopo che Edna gli aveva detto di Phil Romero, sognava spesso anche il tradimento, i nemici , la vendetta, e i ‘Nazi’, e sangue di ‘Nazi’ che schizzava da tutte le parti.

Si apre con Herman Marshall che accudisce la moglie malata in un giorno di pioggia questo romanzo del 1987 dello scrittore e poi giornalista americano Don Robertson (1929-1999).

“Aveva settantaquattro anni, e a settantaquattro anni un uomo ha pochissime possibilità di darla a bere a qualcuno. Ma fategli scolare tre o quattro Shiner, piazzatelo in qualche bettola pericolante insieme a un paio di amici, (…) e per un po’ vedrete che quasi arriva a credere di essere un intruso fra tutti quei vecchi decrepiti e le loro patetiche esagerazioni; arriva quasi a credere che nel giro di pochi secondi si alzerà in piedi e si sbarazzerà di tutta quella pelle flaccida che gli pende dal viso, svelandosi per ciò che è, sì, un energico e giovane quarantenne, che ora dice a quei vecchi alcolizzati: Ah ah ah! Vi ho raggirato per bene! Mi sono mascherato per tutto questo tempo e voi ci siete cascati, vero?”

Edna muore: “ (…) ed è come se finissimo tutti a pezzi e buttati via come spazzatura, no? Puoi essere un texano tosto per tutta la vita, e farti migliaia di miglia su e giù per la strada, e fare baccano e bere e ballare con le donne più belle che ci siano, e toccargli il culo, e accarezzargli il seno, e sudare e non mollare mai nulla, ma alla fine sei come tutti gli altri, e te ne finisci in qualche cimitero con un prete che recita delle parole su di te, e quelle parole non significano niente perché sei solo”.

Difficile dire quando questa giostra rotante inizia a rallentare, prendere la rincorsa per poi accelerare e infine, inevitabilmente, fermarsi: “Si diressero a nord, tornando a Houston, e Herman Marshall mostrò al nipote la zona elegante di River Oaks, dove viveva la gente ricca. (…) e ora tutto quello che mi chiedo è perché anch’io non ho stretto il culo come quei tizi che ce l’hanno fatta, capisci?

Sono venti capitoli di prosa tirata e filata, dal ritmo quasi di una nenia, una litania, ma DURA e CRUDA, fino ad un non del tutto sorprendente finale, se avete capito dove si vuole andare a parare.

 

 

Tre uomini di origine ed età diverse, le cui date di nascita e morte ripercorrono l’intero Novecento, così come i loro romanzi, scritti tutti quando i rispettivi autori avevano tra i 40 e i 60 anni.

La famiglia e la società in generale, la politica, speranza e promessa di un mondo e di un futuro migliore, la Storia con la s maiuscola e quella con la s minuscola, che poi sarebbe la vita: sono i moventi a vendetta dei protagonisti maschili di queste tre storie.

Audun Hamre RESISTE contando per non sentirsi solo: “Uno. Due. Tre.”, mentre brucia con tutto ciò che gli resta all’arrivo dei nazisti: la casa.

Said Mahran LOTTA gridando: “Cani!!”, fino a che non cala la notte, il buio, l’estremo sipario: “Lotta con ogni sua forza (…). Infine non trovando alcuna soluzione al di fuori della capitolazione, si arrende indifferente… Indifferente.

Anche Herman Marshall si ritrova alla fine in un cimitero, ma questa volta non sarà un “labirinto di tombe anonime”, TROVA IL SUO POSTO e, sorridendo “con quel suo sorriso autentico”, porta a termine autonomamente, da uomo autentico qual’è, il suo piano: “chiuse gli occhi, (…) e ogni cosa fu bianca.

Giulia Caravaggi