La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 13 novembre 2017

Mary Cassatt (1844-1926), Young Lady Reading (1878)

C’ERA UNA VOLTA…LA RIVOLUZIONE!

 

Nazim Hikmet, La conga con Fidel (FAHRENHEIT 451)

 

Caleb Crain, Errori necessari (66THAND2ND)

 

Milan Kundera, La festa dell’insignificanza (ADELPHI)

 

Jacques Derrida, Ciò che resta del fuoco (SANSONI EDITORE)

 

 

«La vittoria avrà il sapore della cenere» (Danton)

Hilary Mantel, Un posto più sicuro

 

A volte a certi libri ci si arriva proprio per caso!

Seguendo vie traverse, a partire da un titolo che incuriosisce, Il Turco in Italia: opera buffa di Rossini andata in scena per la prima volta alla Scala nel 1814. Ma anche, con la t di turco minuscola, un libro di Joyce Lussu, partigiana, traduttrice e poetessa italiana, moglie del forse più conosciuto scrittore e politico Emilio Lussu.

Il suo Il turco in Italia è una biografia del poeta Nazim Hikmet (1902-1963), noto in Italia soprattutto per le poesie d’amore, ma…è il 28 novembre, due giorni dopo la morte di Fidel Castro a Cuba, ed eccoti La conga con Fidel!

Un reportage in versi scritto proprio all’indomani della Rivoluzione cubana e pubblicato per la prima volta nel 1961 dalle Edizioni Avanti! di Milano.

Meno di cinquanta pagine in 15×7.5 cm di formato veramente taschinabile!

Dal 24° piano dell’albergo ascolto la città di notte/annega nelle canzoni/canzoni nella terra, la pietra, la foglia/canzoni nella terra la pietra la foglia come il calore vibrante/canzoni nell’aria come ad esempio l’azoto/canzoni, polpa di frutti buccia nocciolo di frutti/canzoni, odore di fiori/canzoni, la Spagna, l’Arabia, l’Africa/canzoni negli occhi delle donne sui loro fianchi/canzoni, la mani calde degli uomini/canzoni, i piedi, la vita, le spalle, le danze.

Nazim Hikmet ritrae un paese in festa perché siamo ancora in quella prima fase, propria di ogni Rivoluzione, in cui, come ha scritto il filosofo Slavoj Žižek: “tutte le differenze, tutti i conflitti sono temporaneamente dimenticati, e l’intera società sembra compatta nell’opposizione all’odiato despota.” (Internazionale 1014, 23 agosto 2013).

Dice infatti Nazim Hikmet: “Vado a zonzo per le vie dell’Avana/confondo gli uni con gli altri gli alberi sull’asfalto/non c’è modo di distinguere le macchine dalla strada asfaltata/la pioggia dal sole/le nuvole bianche dalle piscine celesti/confondo i frutti e le donne/i bambini che vanno a scuola e la libertà. (…) confondo le madri contadine col palazzo della presidenza/confondo i mausolei le statue i busti di Josè Martin/con le fotografie di Fidel/confondo Fidel con le canzoni, l’Internazionale col ch-cha-cha/la conga con Fidel/somos socialistas adelante adelante (…).

È il momento in cui tutto sembra possibile, che ogni sogno possa avverarsi, ogni speranza vedersi realizzata: “incontro degli architetti/degli architetti con baffi appena spuntati, che vengono/dal sole dalla luna dalle stelle, o piuttosto da un mondo/dove la vita è molto, ma molto più vera, diciamo/

che vengono dal cuore del nostro ventunesimo secolo (…) e anch’io, che ogni giorno all’Avana mi sento più giovane:/l’amarezza del mondo la sento ogni giorno di meno/nella mia bocca/le rughe sulle mie mani si cancellano un poco ogni giorno/ogni giorno credo di più (…) e ogni giorno per le vie dell’Avana canto/più gioiosamente/somos socialistas adelante adelante.

È un canto di libertà che arriva da lontano fino ai giorni nostri, immutato nel tempo, e che sempre qualcuno, da qualche parte, si ritroverà ad intonare.

 

 

 

La festa dell’insignificanza ed Errori necessari sono entrambi del 2013.

Di un ottuagenario scrittore cecoslovacco ormai cittadino di Francia il primo, di un cinquantenne americano che come il suo stesso protagonista ha trascorso da giovane un periodo a Praga il secondo.

Milan Kundera ha dovuto lasciare il suo paese dopo la Primavera di Praga nel 1968, Caleb Crain ci è arrivato all’indomani della Rivoluzione di Velluto del 1989: “Era un progetto alquanto comune per un giovane serio e idealista (…) che si era laureato nell’anno della protesta di piazza Tienanmen, della caduta del Muro di Berlino e della Rivoluzione di Velluto, cosicché la sua prima esperienza di libertà da adulto – (…) – trovava un’eco nel mondo esterno.

Un davvero delicato romanzo di formazione moderno, come non se ne trovano facilmente di recenti, che incrocia il cambiamento storico forse più significativo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: “«Anche in America è un insegnante?». «Non so cosa sono in America». Ci fu un mormorio mentre l’osservazione veniva tradotta. «Nemmeno noi» intervenne Pavel con una voce profondissima. «Non sappiamo cosa siamo nella nuova Cecoslovacchia». «Pensavo che foste dei chimici». «Siamo dei chimici ora» disse Pavel. «Ma in futuro…?». Allargò le mani. «Siamo ricercatori» s’inserì un altro. «Non è business».

Per entrare in un mondo dei grandi che sembra dover necessariamente coincidere con il sistema capitalistico, è necessaria una seconda perdita: “la sensazione che provavi la mattina appena sveglio era che non vedevi l’ora di vivere gli eventi della giornata per quello che erano – (…). Non pensavi a come sopravvivere alla giornata o a sfruttarla per ottenere qualcosa, non ti veniva in mente di perderla barattandola in cambio di altro. La giornata di perdeva in modo innocente, in cambio di niente. Ma a sua volta anche questa capacità di perdita sarebbe andata perduta.

È anche questo un errore necessario? Di quelli inevitabili quando si sviluppa una nuova identità?

E la rivoluzione?

C’è una cosa che sembra già chiara fin dall’inizio: “Senza rendersene conto, Jacob era alla ricerca di persone eroiche alle quali unirsi. Doveva essersi imbarcato in questa impresa in modo non del tutto consapevole, perché sapeva bene che ormai era troppo tardi. Per quanto si sforzasse di accumulare ricordi della rivoluzione, finiva per trovare solo souvenir.

 

 

La rivoluzione è finita, lo dice anche Milan Kundera: “Da tempo abbiamo capito che non era più possibile rivoluzionare questo mondo, né riorganizzarlo, né fermare la sua sciagurata corsa in avanti. Non c’era che un solo modo possibile per resistere: non prenderlo sul serio. Ma mi rendo conto che le nostre beffe hanno perso ogni potere.

Come spesso accade nei libri dello scrittore franco-boemo, ci sono più piani da considerare. È come guardare una casa in sezione e vederne gli abitanti muoversi all’interno.

Un teatro delle marionette i cui fili scompaiono alla vista…e all’improvviso, magari senza neanche accorgervene, potreste ritrovarvi anche voi dentro lo spettacolo.

Un gioco di intrecci dove si incrociano le storie, o meglio le riflessioni di quattro amici, passato e presente, vita e morte, fantasia e realtà, filosofia e chiacchiere da bar, erotismo, paure, riso e urla, menzogne e maschere.

Eppure la piumetta era lì, continuava a salire e a scendere, mentre dalla parte opposta del salotto anche la Franck guardava verso il soffitto. Alzò la mano drizzando l’indice perché la piumetta vi potesse atterrare. Ma la piumetta evitò il dito della Franck e continuò a vagabondare…

Provate a dare il giusto peso ad ogni singola parola.

Nell’epoca postbeffarda non è più tempo di storielle.

Questa infatti non lo è.

 

 

 

Tutt’altro che insignificante, nonostante le apparenze, è invece Ciò che resta del fuoco, ovvero la cenere: “Di questa cosa di cui non si sa nulla, di cui non si sa quale passato porti ancora quella grigia polvere di parole né quale sostanza si sia lì consumata prima di spegnersi in lei (…), di una cosa siffatta sarà ancora possibile dire che essa serba comunque una identità di cenere?

Questa sorta di dialogo a più voci, o con sé stessi, accompagnato da una serie di osservazioni critico-letterarie che finiscono per costituire una seconda linea parallela di lettura (Animadversiones, o uno scambio tra innamorati?), senza un vero e proprio inizio né una fine, ruota tutt’attorno ad una frase contenuta in una precedente opera di Jacques Derrida: “In questa frase, io vedo: la tomba di una tomba, il monumento di una tomba impossibile – (…). Una incinerazione celebra forse il nulla del tutto, (…) il no categorico al travaglio del lutto, un no di fuoco. (…) Il lutto, è proprio tutto questo: la storia del suo rifiuto, il racconto della tua rivoluzione, e la tua ribellione (…)”.

È una lettura diversa, altra, come dice Mauro Del Bianco: “e ciò che è altro fa pensare, fa dubitare: prassi assolutamente non igienica per un regime, perché a volte fa anche capire.

Istruzioni per l’uso: sentitevi liberi di affrontarla come meglio vi pare e più vi piace.

E se vi sembrerà di girare in tondo, a vuoto…beh, in questo mondo dove non c’è più nulla di definito e definitivo, forse concentrarsi sul proprio ombelico non è detto che sia poi così un male, potrebbe uscirne fuori qualcosa di nuovo!

Allora, invece di bruciar tutto, si comincia ad amare i fiori. La religione dei fiori segue la religione del sole. L’erezione della piramide serba la vita – il morto – per dar luogo al per-sè dell’adorazione. Ha il significato d’un sacrificio, d’un’offerta grazie alla quale il brucia-tutto s’annulla, apre l’anello, lo richiude nell’anniversario della rivoluzione solare sacrificandosi come brucia-tutto, e quindi salvaguardandosi (conservandosi)”.

Accettate la sfida?

 

Giulia Caravaggi