La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 18 dicembre 2017

Mary Cassatt (1844-1926), Young Lady Reading (1878)

 

IL FUTURO DELLE MACERIE

 

AA.VV., Il secondo cerchio (TROPEA)

 

Ferreira Gullar, Città inventate (EDIZIONI DELL’UROGALLO)

 

Luigi Dellorbo, L’Estremista e altri racconti (EPIKA)

 

Patrick Modiano, I viali di circonvallazione (BOMPIANI)

 

 

Il secondo cerchio è appunto il secondo: non è quello che unisce “chi ha superato insieme un grosso pericolo” (Caleb Crain, Errori necessari), ma è un cerchio nuovo, se è mai possibile tracciarne uno oggi: “non si può più nemmeno bruciare a casa propria, in pace, né tracciare il cerchio d’un focolare”, scriveva proprio all’inizio degli anni ’80 Jacques Derrida in Ciò che resta del fuoco.

È un cerchio ampio. È il cerchio di una nuova generazione, di un mondo che è ancora oltre anche se non c’è più una cortina a separarci lungo il confine. Un mondo lontano che però ci guarda in faccia, occhi negli occhi, mentre la coda si muove davvero dall’altra parte del pianeta. E chissà cosa succede laggiù?

È un cerchio che racchiude quattro romanzi brevi di altrettanti autori russi che in quel famoso 1989 erano al massimo tredicenni e che hanno quindi una visione post-.

Personaggi alla “ricerca di qualcosa che manca”, che si è perso, forse proprio se stessi. Qualcosa da ri-trovare: “«Tutti noi perdiamo qualcuno e in ogni momento c’è qualcuno che perde noi». «Come le chiavi…» «Già, come le chiavi.»”.

Così come il tempo, il passato. La strada di casa. Le parole: “Ma quando si sedettero per fumare, risultò che avevano dimenticato certe parole […] Sembrava che in un attimo si fossero ammalati tutti di dislessia. (…) Si scoprì così che in nessuna lingua erano rimaste le parole per… be’, per qualcosa saranno pure dovute servire!

Finali aperti. Forse lo è anche questo secondo cerchio: “Mentre Dalgat era immerso nei ricordi, il cerchio si aprì e si divise in singole coppie danzanti. Una ragazza gli toccò il gomito e offrì un tovagliolo arrotolato, segno dell’invito a ballare.

E se non lo fosse, comunque: “Al centro del cortile, nel cerchio di luce del lampione, rimase il mazzo di lillà: molto probabile che qualche fiorellino fortunato ci fosse.

 

 

 

Ma quando si imbatté nella città piena di rugiada, sotto il chiarore dell’alba, la sua tristezza finì. Rimase a contemplarla (…). Le cose tutte sembravano imbevute di eternità. Quella era la sua città, tutto quello che lì aveva vissuto si era impregnato della calce delle pareti, nel legno delle porte, nella pietra delle strade. «L’esistenza è per sempre in ogni momento», pensò, pervaso da una rinnovata allegria. Così, attraversò il ponte levatoio ed entrò a Tuyutuya, riconciliato con il suo destino di uomo.

Ma per poter arrivare qui, come sempre accade nelle migliori storie, bisogna prima affrontare un viaggio. E questa volta la strada passa per ventitré città, Città inventate per l’appunto, da Ferreira Gullar, pseudonimo di José Ribamar Ferreira (1930-2016), uno dei più grandi poeti brasiliani della seconda metà del secolo scorso.

Ventitré brevi racconti per altrettante realtà, o pagine della nostra storia. Passata e futura. Invenzioni dietro le quali è possibile riconoscere qualcosa di esistente o già esistito e oramai scomparso, ma alle volte accade che quello che a prima vista sembrava un lontano passato si riveli invece essere un possibile nostro futuro avvenire.

Esercizio stilistico o di immaginazione? Lettura, come direbbe qualcuno, catastrofista? O un libro di favole in cui anche le cose più terribili e dolorose e apparentemente senza senso trovano un loro posto e significato?

Tra invasioni barbariche e punizioni divine, forze della natura scatenate ed echi di disastri ambientali causati dall’uomo, guerre fratricide e di conquista, migrazioni, tentativi di costruzione e crolli delle utopie umane: come si suol dire, la ruota gira, inesorabile, ma gira.

 

 

 

E la conservazione? – Insorse l’altro quasi con sdegno. – Meglio la rovina. – Troncò netto Radicati. Così passavano i pomeriggi.

Piccole sorprese che si trovano per caso in libreria: questi tre brevi racconti, che potrebbero essere pièces teatrali, ma anche una sceneggiatura per un film ad episodi, sono una boccata d’ossigeno per menti affaticate. Una lettura leggera, ma non priva di un suo certo spessore: e se l’estremista fosse nascosto in ognuno di noi?

L’estremismo degli ideali di vita che ci poniamo, a cui aneliamo, o che possiamo soltanto sognare di  poter raggiungere. O quello dell’idealizzazione dei sentimenti, perché a quanto pare dell’altro non sembra proprio si possa fare a meno!

Quando ero giovane – disse André – queste chiacchiere da bar mi disturbavano, perché ero stupido, pensavo: certe cose si fanno, ma perché parlarne? Adesso che sono vecchio ho capito, per metà il piacere sta nella chiacchiera con cui diamo sostanza alle cose: questa è la verità. – Non sono d’accordo – ribatté Mathieu. – Io sì – disse Jean – dirò di più: queste storie sono più costruite dalle nostre chiacchiere che da altro. – Non è affatto vero – protestò Mathieu – c’è la vita alla base di tutto. – Ma c’è il bavardage alla base della vita, intervenne André – questo è il principio il motore immobile, la sostanza della realtà il bavardage!

L’estremo, ultimo fine o scopo, aspirazione massima ed esagerata. Ma essenziale, altrimenti questa linea che è il filo della vita che senso avrebbe?

“Scusami, ma alla fine non capisco dove tu voglia parare? Leo con lo sguardo perso verso il mare, rispose: – Da nessuna parte, mio caro Albert, proprio da nessunissima parte.

Dategli, e datevi, una possibilità: Buone Feste!

 

 

 

Mio padre era venuto ad appoggiarsi alla ringhiera della veranda e io mi avvicinai. Si era acceso un sigaro che fumava con aria sognante. Dopo pochi istanti si concentrò a formare cerchi di fumo. Dietro di noi gli altri bisbigliavano e sembravano averci dimenticati. Anche lui ignorava la mia presenza, nonostante io avessi tossicchiato a più riprese, e rimanemmo lì a lungo, lui a disegnare i suoi cerchi e io a osservarne la perfezione.

A costo di svelare una particolare predilezione per questo autore, chiudiamo con un Patrick Modiano d’annata: I viali di circonvallazione del 1972 è un continuo saltare dentro e fuori da una vecchia fotografia in bianco e nero che prende vita e colore nella mani di un narratore alla ricerca del padre perduto.

Tempi “bui”, “duri”, “tempi in cui si finisce per non meravigliarsi più di nulla”. Una “strana epoca”, una “epoca tragica”, dove “gli avvenimenti prendevano una piega preoccupante e [che] si sentiva nell’aria odore di disastro”. In cui c’è chi “pensava solo a GODERE. In fretta e in fondo” e chi: “Senza dubbio, giudicava scandaloso che si potesse ancora montare a cavallo e pensare a distrarsi”. Un momento di “grande crisi dei valori”, dove si arriva ad invocare a gran voce: “giovani barbari che calpestino le aiuole! (…) È venuto il momento degli assassini!”.

Ricordi da riportare alla memoria per non lasciarli sbiadire, è una fatica, la luce va e viene, “si indebolisce: un abbassamento di corrente?”. Per lo sforzo, si rischia quasi di svenire: “Un malessere passeggero. Ti avevo avvisato, “papà”. E se la prossima volta non riprendessi più conoscenza?”.

Ma è anche un’estrema necessità: “Mi capitano sempre più spesso perdite di equilibro. Nei miei incubi striscio, instancabilmente, alla ricerca della mia colonna vertebrale.

Perché: “Si è sempre curiosi di conoscere le proprie origini”, o piuttosto: “Prima (…) i figli uccidevano i padri per dimostrare a se stessi di possedere i muscoli. Ma, al giorno d’oggi, contro chi rivolgere i nostri colpi? Eccoci condannati, da orfani quali siamo, a inseguire un fantasma alla ricerca di una paternità. Impossibile raggiungerlo. Se la squaglia sempre. È pesante, (…)”.

E così: “Avevo risalito il corso del tempo, per ritrovare e seguire le tue tracce. In che anno eravamo? In che epoca? In quale vita? Per quale prodigio ti avevo conosciuto quando non eri ancora mio padre? Perché avevo fatto tanti sforzi, mentre uno chansonnier raccontava una “storiella ebrea in un cabaret che sapeva di ombra e di cuoio, davanti a strani consumatori? Perché avevo voluto tanto presto essere tuo figlio?” (Magie date dalle infinite possibilità dell’immaginazione letteraria o esempio pratico della teoria degli osservatòri di Milan Kundera: “ciascuno situato in un punto diverso della Storia, dai quali la gente si parla senza riuscire a capirsi”?).

Reminiscenze cinematografiche, il sapore de Il sorpasso di Dino Risi e il simbolismo visuale alla Blow-Up di Antonioni, e riferimenti storici appena accennati, ma tanto basta: il cerchio si chiude proprio nel giardino delle Tuileries.

O forse no, una parte di questa storia è andata a finire altrove: “Rue des Saussaies? Drancy? Villa Triste?”.

Un’altra invece è tornata davvero al bar del Clos-Foucré, nella Seine-et-Marne, ai margini della foresta di Fontainebleau: “Dopo tutto…sì…se voglio quella fotografia, me la dà. Ma sono giovane, dice, e farei meglio a pensare all’avvenire.

 

Di Giulia Caravaggi