La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 8 Gen 2018

T. B. Kennington (1856-1916), Lady Reading by a Window

INDAGINI

 

Juan Gabriel Vásquez, La forma delle rovine (FELTRINELLI)

 

Giampaolo Rugarli, La troga (ADELPHI)

 

 

Anzola obbedì. Passò un dito sul bordo della crepa, dove l’osso rotto dall’accettata smetteva di essere liscio e diventava frastagliato, e poi passò il dito all’interno della crepa, come se stesse visitando delle rovine, e sentì che poteva tagliarsi con il filo del cranio rotto.

 

Come recita la Nota dell’autore in conclusione: “La forma delle rovine è un’opera di finzione. (…) Il lettore che vorrà trovare in questo libro coincidenze con la vita reale lo farà sotto la sua responsabilità.

Sta qui la chiave di lettura di questo romanzo.

Con quella capacità tutta sudamericana di mescolare le carte, Vásquez ha scritto un libro che è il tentativo di RIMETTERE INSIEME I PEZZI, UNIRE I PUNTINI per avere un quadro generale, SBROGLIARE I FILI DELLA MATASSA e distendere le maglie di una rete che rischia altrimenti di trasformarsi in trappola mortale.

È un romanzo che sembra non partire mai, piuttosto affondare, sempre più e in un passato sempre più lontano, un passato che alla fine è soltanto: “un racconto, un racconto costruito su un altro racconto, un artificio di verbi e sostantivi”.

Un piccolo evento, ma non quello iniziale che sarà invece l’ultimo a chiudere il cerchio: “mise in moto una macchina spaventosa che si sarebbe fermata solo con questo libro: questo libro scritto come forma di espiazione per crimini che, pur non essendo stati commessi da me, ho finito per ereditare.

Senso di colpa da espiare o piuttosto RICERCA di una possibile eredità da assumere, portare sulle spalle e darsi così un senso nuovo, più pieno forse?

Era un volume che odorava di vecchio, con il dorso di cuoio e le lettere a sbalzo. Assassinio del Generale Rafael Uribe Uribe, si leggeva sulla prima pagina; a fianco, la firma di Carballo; sotto la firma, il titolo che, più che un titolo, era un’evidente dichiarazione di paranoia: Chi sono?”

Se in un primo momento, Vásquez sembra girare in tondo al 1948, il cuore del romanzo arriva a battere invece nel 1914, l’anno d’inizio della Grande Guerra, La ferita grande

Sì, così ha tutto inizio. Tutto questo casino monumentale, che nessuno conosce in questo nostro paese, questo paese di smemorati e di creduloni, tutto questo disordine al quale io ho dedicato più tempo che a me stesso, comincia lì, alla fine del 1914, con questo ragazzino di nome Anzola: un mistero della storia, un fantasma che con l’omicidio era uscito dalle tenebre, per poi ritornarvi cinque anni dopo (…).”

La storia colombiana (ma: “Quella che lei chiama storia non è altro che la narrazione vincente, Vásquez.”) si trasforma in una serie di scatole cinesi da scoprire man mano che si avanza: ′spingere la selvaggina nei recinti di caccia′, questo il significato originario del termine indagàre.

Come dire: METTERE ALLE STRETTE, DELIMITARE, RINCHIUDERE…RACCOGLIERE. Indagine: forse l’unica FORMA che dia un senso alle ROVINE.

 

 

 

Forse il senso di tutta la storia si celava nel consunto velluto della notte (…) La notte assorbiva tutto, anche il mare che adesso era una striscia sottile. Su quella striscia si levò una luna arancione, un disco di carta che non spandeva luce e non si circonfondeva di alone di luce; una grossa arancia buttata nell’immondezzaio dell’oscurità.

 

Gli stessi anni in cui è cresciuto Vásquez ma in Italia, due conti in tasca con i fatti di casa nostra.

A farli ne La troga, Giampaolo Rugarli, un uomo nato nel 1932 che ancora non ha bisogno di parlare di sé per raccontare della società in cui pure vive, di cui è pienamente parte e che però riesce lo stesso a guardare con DISTACCO, dalla GIUSTA DISTANZA.

Erano tempi di sazietà e di sospetto. L’inizio dell’èra risaliva agli Anni Sessanta quando, in una grande città, era scoppiata una bomba provocando morti e feriti. Una strage priva di logica e che perciò aveva ispirato logiche sottilissime. (…) Ora si sequestrava, si storpiava, si uccideva ogni giorno e queste costumanze, piuttosto cruente, appartenevano alla società, come a dire a una maniera di vivere. La meraviglia era cessata, lo sdegno perdurava per una esigenza di buona educazione.

Sono gli anni del Terrorismo: “un foruncolo, e persino un foruncolo salutare, consentiva lo spurgo di cattivi umori che, se non liberati, avrebbero potuto recare guasti peggiori.

A distanza di quasi un ventennio da Morte accidentale di un anarchico il sistema si è rivelato così corrotto da sacrificare parti di sé stesso. La vittima qui è infatti un uomo dello Stato, un commissario di polizia (siamo proprio dall’altra parte della scrivania!) che si ritrova oggetto della sua stessa indagine.

Un giallo che va a finire in…farsa! Un fuoco d’artificio che esplode, dissacrante se fosse rimasto qualcosa di sacro a questo mondo. Ma qui non si salva niente, nemmeno le nostre vite di cittadini che proprio in quanto tali lo Stato dovrebbe salvaguardare.

Grottescamente, in stile La grande bellezza, questo romanzo potrebbe rappresentare l’altra faccia del film di Paolo Sorrentino, il suo rovescio: cosa succede in strada mentre ai piani alti si festeggia, ci si diverte, si gozzoviglia e si intrallazza?

In un mondo dove già: “La vita non è più questione di conoscenza, ma di appartenenza. (…) L’appartenenza fa scattare il diritto di ereditarietà e garantisce un futuro ai figli e ai nipoti.

Ma quale futuro se il virus si diffonde e dilaga in una vera e propria epidemia degna della peste di manzoniana memoria. Inizio-recrudescenza-culmine-conta dei morti e riassorbimento da parte di chi è rimasto: “da questo sistema che si appropria di tutto. Anche del terrorismo. Anche della rivoluzione. Anche della morte.

Delirio apocalittico, fantascientifico, alla Blade Runner (“Guardò in alto e credette di intravedere dirigibili che navigavano verso oriente; un’apparizione che non aveva più nulla di sbalorditivo.”); uno Château en Espagne (come il titolo del quadro di Carel Willink scelto forse non a caso per la copertina dell’ultima edizione Adelphi), qualcosa di impossibile, di irrealizzabile…o piuttosto una sceneggiata alla napoletana, amara come un caffè non zuccherato?

Eh no, questo NON “è solo un romanzo giallo”!

 

 

Giulia Caravaggi