La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 12 febbraio 2018

T. B. Kennington (1856-1916), Lady Reading by a Window (c.1911)

COSA RESTA

 

Herta Müller, In trappola (SELLERIO)

 

Patrick Modiano, Dora Bruder (GUANDA)

 

 

Non storie ma frammenti di accenni…

 

Inge Müller, Theodor Kramer, Ruth Klüger: “Questi testi sono palesemente inscindibili dalla vita dei loro autori.

Scrive Herta Müller nel suo In trappola: “I libri di cui voglio parlare sono stati pagati dai loro autori a un prezzo molto alto (perlopiù troppo alto). […] I testi di cui voglio parlare sono la parola stanata dalla paura di morire che ora è sulla carta. Ogni frase conserva questa paura e alla lettura traccia di nuovo gli stessi cerchi da cui è nata.

Questa “paura di morire” è il pericolo che vive chi vive nella trappola della dittatura, che la stessa  Herta Müller conosce molto bene per averla provata in prima persona, sulla sua pelle ma non solo. Allora: “Quel che poi sta su un foglio non è letteratura nel senso comune, ma il ricadere su di sé. È uno scrivere così angusto e senza via d’uscita come il pericolo stesso. Alla lettura la trappola scatta di nuovo. (…) Alla lettura entra in gioco la paura.”

La dittatura è una trappola potente, che scatta anche a distanza di tempo e nello spazio. Ci sono autori, come quelli di cui parla Herta Müller, che: “ (…) furono per un certo periodo «salvati». Ma erano anche a pezzi. (…) Con un incantesimo nascosero i «sommersi» nella parola scritta, trassero a sé i morti con questo filo. Ma ciò poteva riuscire solo perché si tirava ad entrambi i capi del filo. Anche i morti tiravano dall’altro capo. Alla fine furono loro i più forti.

Cosa resta? Una lingua che, come: “Ruth Klüger dice tutto subito nella frase.”, perché: “È dunque ricordo che viene scritto contro il raccontare.”

È una lingua concisa, selezionata in ogni sua singola parola, mentre la storia: “è solo abbozzata, non raccontata. Si conficca in testa, proprio là dove viene consapevolmente tenuta muta.

È una lingua che costringe a tenere una certa altezza, “L’altezza della precisione dello sguardo”, che non lascia scampo, è difficile da sostenere perché inchioda proprio là dove non ci si vorrebbe mai trovare: “Cosa faresti tu se…?

È: «la forma, la lingua poetica, a costituire il sostegno», dice sempre Ruth Klüger. Un sostegno per persone che, scrive Herta Müller, sono: “in frantumi pur continuando a muoversi.

Ma in Curriculum vitae, una delle poesie riportate ne In trappola, osserva: “La parola «porta» per Inge Müller significa quest’altra parola. Vivere. Un mondo senza porte è devastato. Dove non c’è più una porta la terra è aperta, una tomba. Porta, questo è un confine da cui iniziare.

Ed è una porta, dice Inge Müller: “coloratissima/Non era mai chiusa a nessuno.

È una porta APERTA.

Citando Zanzotto: “chi d’abitudine legge i versi raccoglie le briciole che poi lo riportano a casa”.

 

 

 

Se gli uomini di fine Ottocento sembravano riuscire ad appartenere pienamente al loro tempo, senza per questo perdere una propria identità, una propria FORMA, i nati nel Dopoguerra sembrano invece trovarsi costretti ad inventare un nuovo LINGUAGGIO per potersi raccontare e raccontare la loro epoca.

È in tal senso che Modiano anticipa quasi i tempi ed ogni suo libro non è che un’estenuante ricerca, soprattutto di sé stesso. Anche in questo caso, dove protagonista è una ragazza di quindici anni scomparsa il 31 dicembre del 1941.

Se Dora Bruder appare come un romanzo breve, costruito sul niente (su una: “Impronta: segno incavato o in rilievo. Per Ernest e Cécile Bruder, per Dora, dirò: incavato.”), è però di una potenza straordinaria e disarmante.

Patrick Modiano lo ha scritto all’età di cinquantuno anni: “Ho scritto queste pagine nel novembre del 1996. le giornate sono spesso piovose. (…) quelle giornate di pioggia in cui ci si chiede se è davvero giorno o se non si stia attraversando uno stato intermedio, una specie di eclissi smorta che si prolunga sino alla fine del pomeriggio. Allora i lampioni, le vetrine, i bar si accendono , l’aria della sera è più viva, i contorni delle cose sono più netti, vi sono ingorghi agli incroci e la gente si accalca nelle strade. E in mezzo a tutte quelle luci e a quell’agitazione stento a credere di essere nella stessa città in cui si trovavano Dora Bruder e i suoi genitori, e anche mio padre quando aveva vent’anni meno di me.

È davvero un romanzo che si regge su un vuoto, come dice Pietro Citati sul retro dell’edizione italiana. Su una assenza, l’annuncio di una scomparsa, su una fuga: “Ricordo la forte impressione che ho provato durante la mia fuga nel gennaio 1960… così forte che credo di averne conosciuto di rado di simili. (…) Una vertigine che non può durare a lungo. Senza futuro. Di lì a poco, il vostro slancio viene bloccato di colpo. (…) Ciò non toglie che per qualche istante si provi una breve sensazione di eternità. Oltre ai legami con il mondo, avete rotto anche quelli con il tempo. E capita che alla fine di una mattinata il cielo sia di un azzurro tenue e nulla abbia più peso  su di voi. Le lancette dell’orologio del giardino delle Tuileries si sono fermate per sempre. Una formica impiega una vita ad attraversare una macchia si sole.

Cosa resta? Un altrove, dietro ad un MURO: “Mi sono detto che nessuno ricorda più niente. Dietro il muro si stendeva una no man’s land, una zona di vuoto e d’oblio. (…) Eppure, sotto quella spessa coltre di amnesia, si sentiva qualcosa, di quando in quando, un’eco lontana, soffocata, anche se nessuno sarebbe stato in grado di dire cosa, con precisione. Era come trovarsi all’orlo di un campo magnetico, senza pendolo per captarne le onde. Nel dubbio e nella cattiva coscienza, avevano affisso il cartello «Zona militare. Divieto di filmare o fotografare».

Così, sono le STORIE che restano.

 

A cura di Giulia Caravaggi