La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 16 aprile 2018

T.B. Kennington (1856-1916), Lady Reading by a Window (ca.1911)

TRACCE DI CINEMA TRA LE RIGHE

 

Peter Handke, La donna mancina (GARZANTI)

 

Emir Kusturica, Lungo la Via Lattea (FELTRINELLI)

 

 

“Cominciò a parlare, ad alta voce: «Pensate quel che volete. Quanto più credete di poter dire di me, tanto più io mi sento libera da voi. Delle volte ho come l’impressione che quel che di nuovo si sa della gente, già non sia più valido. Se in futuro qualcuno mi spiegherà come sono, anche se vuole lusingarmi o incoraggiarmi, respingerò questa sfacciataggine». Stirò le braccia: sotto l’ascella il pullover aveva un buco; lei ci infilò un dito.

Proprio come quel dito infilato nel buco: innocuo, quasi ingenuo…ma mica tanto, non è vero?

Così è questo romanzo breve scritto da Peter Handke nei primi mesi del 1976.

Che alla fine cita il Goethe de Le affinità elettive di più di un secolo e mezzo prima: «Così continuano tutti insieme, ognuno a suo modo, la vita quotidiana, chi riflettendoci e chi no; tutto sembra andare per la via usata, così come, in casi straordinari dove tutto è in gioco, si continua a vivere come se di nulla si trattasse».

E La donna mancina potrebbe di questa conclusione essere la premessa, così come la smentita, il tentativo di sfuggire a quel flusso, senza combatterlo o contestarlo, ma semplicemente sgusciandone fuori…semplicemente?

Girare a sinistra (“«Quel che mi disturba di questa casa sono le curve che si devono fare per andare da una stanza all’altra: sempre ad angolo retto e per giunta sempre a sinistra. Non so perché questo mi infastidisca tanto; anzi, è addirittura un tormento».”): è possibile un incontro girando sempre a sinistra?

Per vedersi l’un l’altro è necessario trovarsi “in mezzo agli altri”? Per riconoscersi è necessario essere “IN UN CONTINENTE STRANIERO”?

Bisogna “tradirsi” per “lasciare un messaggio” e farsi capire?

Oppure è davvero meglio imparare a stare soli, prima di tutto, e (ri)prendere una propria forma. Come dice l’editore: «Scriva di questo, Marianne. Altrimenti, un giorno o l’altro lei non ci sarà più».

Scrivere, tracciare un segno, disegnare: “ (…) dapprima i suoi piedi sulla sedia, poi l’ambiente,la finestra, il cielo, stellato che mutava col passare della notte: ogni oggetto nei suoi particolari. Non disegnava con slancio, ma con tremore e incertezza; però di tanto in tanto le riusciva qualche segno ininterrotto, quasi di slancio. Trascorsero ore, prima che deponesse il foglio. Allora lo guardava a lungo; e poi riprese a disegnare.

Scarno fino all’osso, eppure non qui non manca nulla: l’ Uomo e la Donna, il Padre e la Madre, il Figlio, l’Amica e l’Amante, gli Incontri della Vita, il Lavoro e la Casa, la Città e il Quartiere, la Via, i Negozi e la Spesa, le Strade e il Bosco, i Sentieri, il Cielo, il Paesaggio e gli Alberi, i Pensieri, i SENTIMENTI e per questi non c’è bisogno di Parole che definiscano, ci sono e basta.

Non potrebbe essere altrimenti, quindi inutile dar loro un nome. Chiamarli non serve.

Basta stare attaccati all’osso e lasciar scorrere le frasi, come la vita: ineluttabili, eppure così importanti? Inevitabili, indispensabili, VITALI.

Peter Handke riesce a dare una voce a tutto ciò.

 

 

 

Ma, avendo fatto le scelte che ha fatto, forse per mancanza di immaginazione politica, Kusta si è ritrovato da solo, senza nessuno che contenesse le sue eccessive ambizioni, la sua violenza repressa e i suoi sentimenti. Egli è dotato di un talento naturale, privo di grande cultura, ma per niente ingenuo, e di un’enorme forza creativa. (…) Non ha saputo forse coltivarlo ed evolversi? Ma questo non ha importanza. Lui ha i suoi effetti cinematografici spettacolari, sufficienti ad incantare molti (…)”.

Così la filosofa Rada Iveković commentava Underground, film Palma d’oro a Cannes nel 1995.

Nel suo saggio di psico-politica, Autopsia dei Balcani, uscito qualche anno dopo, inserisce un’analisi del cinema di Emir Kusturica nel capitolo intitolato La “locanda balcanica” come concetto filosofico. Dove conclude che: “la sola cosa veramente interessante del film è la non-intenzionalità, l’inconscio intessuto nella narrazione e proiettato sui personaggi stereotipati.

Un inconscio che la così detta “locanda balcanica” appunto riassume: “(…) laddove il fango è più alto (…) si biasimano soprattutto i costumi cittadini, quelli dei vicini; ci si nutre ancora di gelosie e d’invidie contadine, accompagnate da cattiveria gratuita (…). Che crepi la vacca del vicino, perché dovrebbe avere più possibilità di me? […] La locanda balcanica (ma che non è solo balcanica) non sopporta le correnti d’aria, le finestre aperte, il silenzio o i troppi scambi, come non tollera ciò che minaccia le sue acque stagnanti. Vi è un fumo denso. L’opinione “pubblica”, che in essa si forma, è l’immagine della sua società, ossia di una società degradata e in preda a ogni tipo di violenza.

Sono passati tanti anni ma Kusturica non sembra essere riuscito ad aprire questo cerchio magico e a spezzare l’incantesimo.

Il primo racconto contenuto in Lungo la Via Lattea è Cento dolori, che è anche il titolo originale del libro: Sto Jada.

Ma Cento dolori è la VITA stessa nelle riflessioni dolci e amare di un ragazzino che deve ancora diventare grande, ma che forse non ci riuscirà mai.

Ancorato a se stesso come le rocce più pesanti sul fondo del fiume: “Così anche lui desiderava che la vita lo trasportasse lungo una corrente spettacolare, che il vento che assomiglia ai desideri umani gli portasse qualche novità e gli cambiasse radicalmente la vita. Proprio come le correnti e i venti cambiano la superficie della Neretva!

Nel racconto Lungo la Via Lattea, che chiude invece la raccolta ed è quasi il seguito ideale di Cento dolori, il protagonista si trova alla fine inchiodato in una maledetta routine, costretto a ripercorrere ogni giorno la stessa strada lungo la quale si susseguono eventi fortemente simbolici della vita dell’uomo: un matrimonio, un funerale e una nascita.

Per poi ascendere, sotto il peso di una colpa non meglio delineata, supino e poi addirittura a ritroso, strisciando, una ripida montagna. Solo per ricominciare tutto da capo il giorno dopo: “Il percorso gli era stato imposto dalla sua storia e dalle sventure nate da essa. Kosta sapeva che era quella strada a mantenerlo in vita!

 

A cura di Giulia Caravaggi