La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 11 giugno 2018

T.B. Kennington (1856-1916), Lady Reading by a Window (ca.1911)

 

SOLSTIZIO D’ESTATE: VIAGGIANDO VERSO NORD…

 

Martino Menghi, L’utopia degli Iperborei (IPERBOREA)

 

Piero Quirino, Culo mundi (PUNGITOPO)

 

Derek B. Miller, Uno strano luogo per morire (NERI POZZA)

 

 

“(…) e percorrendo uno stretto sentiero arriva a un piccolo cimitero di campagna, delimitato da un alto muro, interamente di ghiaccio, che gli appare come l’estremo confine del mondo.

Abraham B. Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane

 

Non vi servirà di certo il giorno  più lungo dell’anno per leggere il libro di Martino Menghi che venti anni fa inaugurò la collana Iperborea Saggi.

Vista la sua linearità e scorrevolezza, potrebbe anzi bastarvi la notte più breve!

Premesso che l’utopia nasce da: “un’esigenza dell’uomo di figurarsi un altrove fantastico dove veder realizzati i propri sogni di perfezione, armonia, giustizia ed eternità.

Ne L’utopia degli Iperborei, Martino Menghi spiega come le radici del mito del Nord, del Settentrione, affondino nel mondo antico, in cui: “Quella dei Greci, e poi dei Romani, fu una civiltà generalmente etnocentrica, portata cioè a considerare se stessa come il centro del mondo e a vedere lo “straniero” come più o meno lontano da questo centro, quindi la sua “diversità” come la testimonianza di una inferiorità più o meno marcata.

All’utopia l’uomo arriva, idealmente ma anche fisicamente, come si legge nei racconti mitici, quando è: “disperso in mezzo al mare, ab-solutus da ogni punto di riferimento col mondo conosciuto”. Quando si trova in uno stato di: “Smarrimento, perdita delle proprie sicurezza (…), disperazione”.

Così, di fronte alla crisi di valori dell’età imperiale, Roma inizia ad avere uno sguardo diverso sui così detti barbari dell’Europa settentrionale.

Rimane però comunque un LIMITE ESTREMO invalicabile, contrassegnato dal Mar Glaciale Artico: “se più a sud di questo mare la terra è abitata da popolazioni che rispetto alla corrotta civiltà imperiale rappresentano un paradigma di semplicità e virtù, non è sorprendente ritrovare a nord di esse le utopie di armonia e perfezione.

Un limite FISICO e simbolico, NECESSARIO: “Al di là l’ignoto, il nulla, la fine del mondo o forse proprio il suo principio (…)”.

È infatti proprio che si collocano gli Iperborei, “sconosciuti”, “isolati”, “confinati (…) lontano”, “irraggiungibili”, e tali devono rimanere: “così lo scoprimento di questi luoghi leggendari rimane un eterno tabù.

E: “Il timore di togliere il velo al loro mistero mantiene salda, (…) l’integrità della loro perfezione tanto da immaginare che siano gli abitanti di quei luoghi a visitare questo nostro mondo e non viceversa.

 

 

 

Ecco allora profilarsi un nuovo mito, quello di popoli che ancora non hanno percorso il cammino di Roma: popoli primitivi, per certi aspetti selvaggi, distanti dal livello di civiltà e raffinatezza raggiunto dal caput mundi, ma (…).”

  1. Menghi, L’utopia degli Iperborei

 

Culo mundi è infatti il titolo di un minuscolo libricino che riporta la cronaca, narrata in prima persona direttamente dalla voce del suo protagonista, del viaggio di un gentiluomo veneziano del Quattrocento, del suo disastroso naufragio e di come egli arrivò a toccare le coste dei Regni Settentrionali di Norvegia e Svezia: “L’isola, luogo sperduto ed estremo che loro chiamano Culo mundi, distante 70 miglia a ponente dal Capo di Norvegia, era bassa e pianeggiante, eccetto delle collinette su cui sorgevano le loro piccole case.

Partito, “per desiderio di acquistare onori e ricchezze, di cui noi umani siamo insaziabili”, il 25 Aprile 1431, messer Piero Quirino toccherà terra solo a gennaio dell’anno successivo e qui trascorrerà con i pochi uomini sopravvissuti dell’equipaggio l’inverno, in un luogo pressoché deserto e dal clima freddo e inospitale, i cui abitanti sono per lo più pescatori e commerciano con il baratto non avendo una loro moneta.

Ma: “Gli uomini che abitano queste isole sono veramente puri e di bell’aspetto, e lo stesso può dirsi delle loro spose. Tale è la loro semplicità che non curano di chiudere i loro beni […] Per tutto il tempo che vivemmo lì, fummo trattati con molta umanità e ci dettero da mangiare in gran quantità di quel che avevano (…) se questi cibi non fossero stati così sani, saremmo morti per l’eccessivo mangiare.

Segue…

 

 

 

…cosa rimane oggi di tutto questo?

Delle utopie, di questo fantomatico NORD, mentre i ghiacci si sciolgono, l’inquinamento si allarga, la corsa al petrolio è appena cominciata, il welfare esemplare scricchiola sotto il peso della più recente immigrazione e le nuove generazioni si rivoltano indietro…

Il romanzo di Derek B. Miller in realtà non risponde a tutte queste domande, un po’ troppo costruito forse, e un po’ troppo pieno di troppe cose com’è.

Ma: “«Sia ben chiaro, signorina, che non sto varcando il confine con la follia, è il confine che attraversa me».

Sheldon è un anziano ebreo americano che si ritrova nella ‘imperscrutabile’ Norvegia, in fuga dalla polizia e non solo, con un bambino, “Paul, il Vichingo Ebreo Balcanico a rimorchio”, di cui non conosce la lingua ma lo stesso continua a parlare come se potesse capirlo: “Occorrevano più di due ore per raggiungere Kongsvinger e il paesino subito oltre, nei boschi vicino al confine con la Svezia, molto più in là dei limiti dell’universo conosciuto di Sheldon.

L’Europa e la sua storia, le due guerre, l’Olocausto, i Balcani, le ondate migratorie e il Grande Sogno Americano, la Corea e il Vietnam, ancora guerra, i padri e i figli, l’eredità dei ricordi…il tempo che passa, diventare adulti e poi invecchiare: “«È folle che il passato acceleri per venirci incontro prima della fine? Non è forse l’ultimo atto di una mente lucida mentre lotta per comprendere il suo passaggio nell’oscurità? L’ultimo sforzo di coerenza prima della grande rivelazione? È davvero così folle?»

Alla fine, tra miti greci e nordici, tradizioni giudaico-cristiane e cultura americana: “È tutto più chiaro adesso di quanto non lo fosse allora. Rhea direbbe che è il parto fantasioso di una mente invecchiata. Più probabilmente è la lucidità che deriva dall’invecchiamento… dal processo naturale attraverso cui la mente si distacca da futuri immaginati, e permette al presente e al passato di occupare il loro legittimo posto al centro dell’attenzione. Respirate e basta.”

È questo solo Uno strano luogo per morire, o piuttosto in una NOTTE che non è mai, quasi mai, veramente BUIA ci si può RITROVARE?

 

A cura di Giulia Caravaggi