La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 12 agosto 2018

T.B. Kennington (1856-1916), Lady Reading by a Window (ca.1911)

SCRITTI DI SILENZIO

 

Francesco Biamonti, Il silenzio (EINAUDI)

 

Giovanni Pozzi, Tacet (ADELPHI)

 

 

– Dev’essere una donna fine, – egli disse.

– Anche troppo. Fine e isolata, – lei rispose. – Cerca pace.

 

Non serve essere esploratori o avere una guida per trovare il silenzio.

Non serve necessariamente raccontarsi o, forse peggio, dare lezioni per scriverne.

Due figure di un altro tempo, lo scrittore Francesco Biamonti e il religioso Giovanni Pozzi, quasi coetanei e purtroppo scomparsi, a distanza di un anno l’uno dall’altro, ormai già da diverso tempo.

Due ultimi testi che quasi non sono neanche libri, ma letture appunto: un inizio di romanzo il primo, un’edizione a tiratura limitata il secondo…

In cui il silenzio, al contrario di quanto si cerchi di far credere oggi, è compagno stretto della SOLITUDINE. Una solitudine sofferta e comunque ricercata, consola e ferisce, come il paesaggio di Biamonti, rifugio segnato da «cose distrutte, altre in via d’estinzione».

In un’intervista, lo scrittore di San Biagio della Cima, Imperia, spiegava: «Nel mio romanzo Dio si allontana, si allontana dal mondo fino alla riva del silenzio […] Lo sfondo del romanzo è che le fedi morenti spargono più veleno che le fedi viventi».

E ancora, in altra occasione: «Lavoro sui personaggi, varie generazioni di personaggi. Anche più giovani, che sono obbligati ad agire in un mondo dove sono stati gettati a vivere senza loro colpa. (…)  perché queste stolte generazioni sessantottine e post-sessantottine hanno basato la loro vita su un atto di fede, una fede stolta appunto. Ora sono rimasti lì, tra cinismo e spettacolo».

Una volta aperto, in realtà Il silenzio non è che una storia d’amore.

Perché Biamonti, pur alla fine della sua vita, di SPERANZA ne ha, più di tanti giovani e meno giovani di oggi: «C’è una polverizzazione dell’uomo, è vero, ma c’è anche una polverizzazione di ciò che lo distrugge. In qualche modo, ci si difende dalla necessità del consumo. M’illuderò, ma penso che gli spazi della libertà  cresceranno…».

 

 

 

Non incontrò nessuno sulla strada che saliva al paese e che, dal paese muto, portava a casa. Lisa si spogliò davanti a vetri carichi di silenzio: immersa in riflessi di madreperla. Dietro la sua testa, la collina si profilava nell’alba. – Perché non mi hai fermata? – chiese.

  1. Biamonti, Il silenzio

 

L’ascesa e la passione, il patimento, movimenti che si ritrovano nel Tacet di Giovanni Pozzi.

Così come la solitudine, la cui radice indica separazione, che è infatti una continua tensione: “Ogni proposito di vita solitaria si scontra col paradosso che, se cercata, la solitudine è inafferrabile; se ti afferra, è insopportabile.

E se è vero che: “Solo capace di solitudine è l’individuo che sa sottrarsi alla banalità quotidiana, il che comporta fuga dal consorzio umano. […] l’uomo non si ritrova solo, perché l’anima porta con sé l’inquietudine e la curiosità che le bollono dentro e sprigionano i suoni delle parole.

PAROLA  e SILENZIO allora: silenzio nella parola, silenzio di chi ascolta, silenzio per la memoria. E: “Dal bulbo della lectio nasce lo stelo della meditatio, sulla cui cima si apre il giglio dell’oratio in forma di parole ricordate, ricombinate, rielaborate, reinventate, ricopiate (…).

PAROLA e LETTURA, PAROLA e SCRITTURA: “l’una attinge dall’alfabeto il senso e lo affonda nello spirito; l’altra ve lo estrae e lo effonde sulla pagina tracciandone il sentiero. È un cammino silenzioso.

È un cammino in salita che se intrapreso può portare alla contemplatio, la quale: “è sguardo e pensiero fisso sull’uno (…). Comporta la riduzione all’uno sia dell’emittente che del mezzo di comunicazione: propria del solitario, cancella il discorso perché abolisce il trascorrere del tempo.

Ma: “Scalatore che raggiunta la vetta non può dimorarvi, il contemplativo è condannato al perpetuo ritorno. (…) è un eterno pellegrino, teso a una meta di solitudine instabile e di silenzio provvisorio.

Non restano che, conclude Giovanni Pozzi: Le stanze della solitudine e del silenzio.

La cella del cuore, “(…) al centro dell’uomo: il cuore che mai non dorme, vigile nell’ascolto (…) cella segreta (…)”, e il libro in quanto: “deposito della memoria, antidoto al caos dell’oblio, dove la parola giace, ma insonne, pronta a farsi incontro con passo silenzioso a chi la sollecita.

Il libro che come il paesaggio di Biamonti: “Colmo di parole, tace.

E come diceva quest’ultimo, compito dell’ARTISTA è proprio: «restituire l’emozione che dà il mondo, la vita, la contemplazione della rovina, la contemplazione del sorgere della vita (…) parte da un’emozione, poi, se non diventa forma, certo rimane un grido, un gemito».

TACERE, leggere ed eventualmente anche scrivere: esercizi per le vacanze?

 

A cura di Giulia Caravaggi