La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 12 novembre 2018

T.B. Kennington (1856-1916), Lady Reading by a Window (ca.1911)

A LONG, LONG TIME AGO…

 

Osvaldo Soriano, Triste, solitario y final (EINAUDI)

 

Breece D’J Pancake, Trilobiti (MINIMUM FAX)

 

 

Ogni verso del disco [Time Out of Mind, 1997] risuonava come una sentenza, una massima, una pagina di diario ripetuta all’infinito. (…) Era il pasto nudo, quando ti accorgi di quello che stai mangiando da una vita. Crudo, secco. Solitario, invischiato, mortifero, triste. Y final.

Marco Rossari, Bob Dylan il fantasma dell’elettricità

 

Proprio nel 1997, il 29 gennaio, all’età di 54 anni moriva Osvaldo Soriano che più di vent’anni prima si infilava tra le pagine di Triste, solitario y final divenendo addirittura coprotagonista della storia.

Un Osvaldo Soriano in difficoltà, quello letterario: “(…) guardò verso il basso e l’orizzonte gli parve una nebulosa, un sogno senza senso. Los Angeles era sommersa nel fumo e si estendeva salendo e scendendo in lontananza, tra le colline, verso il mare. Dall’altra parte, la valle mescolava il verde della vegetazione con alcuni quadrati sgombri in cui si vedeva una villa o un night club. Ancora una volta l’argentino si sentì estraneo nel cuore di quella città. Chiuse gli occhi e si vide mentre camminava per strade deserte, scure per le ombre di edifici alti e interminabili.

Alla ricerca di Laurel e Hardy, in arte Stanlio e Ollio, “Il ciccione e il magrolino”, incontrerà niente meno che l’investigatore Philip Marlowe che nel tentativo di aiutarlo lo trascinerà in una serie di veramente rocambolesche avventure, ai limiti del comico e del romanzo noir. Un perfetto mix che stranamente non è mai stato trasposto sul grande schermo, ma che forse difficilmente si potrebbe rendere al cinema senza banalizzare tutto. E d’altronde, già all’inizio degli anni Settanta, quando questo romanzo è stato scritto: “ – Hollywood non esiste più, – disse la Fonda, alzando le spalle; – rimangono solo un po’ di vecchi, un pugno di spacconi e qualche hippy. La farsa è finita.

Allora il problema non è Marlowe, che come diceva il suo creatore (ma forse sarebbe meglio dire semplicemente narratore?) Raymond Chandler: «è un fallito, e lo sa. (…) Ma una quantità di uomini ottimi sono stati dei falliti perché i loro particolari talenti non si adattavano all’epoca e al luogo in cui vivevano.»

Marlowe stesso, a Soriano: “ – La storia la fa Chaplin, Soriano. Noi siamo soli e il copione ci è contro.

Già, quelli come Chaplin…

Marlowe invece è, parola sempre di Chandler: «un uomo pericoloso, eppure dotato di un forte senso di solidarietà umana, (…) perplesso ma mai veramente sconfitto… ».

FALLITO per la società in cui vive, ma non uno SCONFITTO dalla vita..

Non ancora: “Strinse la sabbia coi pugni e si rimise in piedi. (…) Soriano gli andò dietro. Gli venne in mente che presto sarebbe tornato a Buenos Aires, che si sarebbe seduto davanti a una macchina da scrivere, che tutto questo gli sarebbe sembrato un sogno delirante e audace e allora Marlowe sarebbe stato un’ombra, un fantasma irreale e sciocco. (…) Sentì, all’improvviso, come dalla sua bocca uscivano, con difficoltà, le parole di un tango di Gardel. Marlowe si girò e lo affrontò.

 

 

 

“Una volta nei torrenti di montagna c’erano i salmerini. Li potevi vedere fermi nell’acqua ambrata con la punta bianca delle pinne che ondeggiava piano nella corrente. Li prendevi in mano e odoravano di muschio. Erano lucenti e forti e si torcevano su se stessi. Sul dorso avevano dei disegni a vermicelli che erano mappe del mondo in divenire. Mappe e labirinti. Di una cosa che non si poteva rimettere a posto. Che non si poteva riaggiustare. Nelle forre in cui vivevano ogni cosa era più antica dell’uomo, e vibrava di mistero

Cormac McCarthy, La strada

 

L’apocalittica visione del futuro di McCarthy sembra il “già presente” di Breece D’J Pancake (1952-1979, Virginia, Stati Uniti) negli unici, sotto molti punti di vista, dodici racconti di Trilobiti.

Parole le sue, è stato detto: “sapientemente levigate, piallate quanto i binari di una ferrovia.

Ma se un treno c’è nell’opera di Breece D’J Pancake, passa soltanto e se ne va, non si ferma, attraversando un territorio color RUGGINE per andare da un’altra parte…

Mentre qui, dove tutto è POLVERE, polveroso di TERRA e secco, pronto per prendere fuoco e bruciare, sparire nel vento per sempre, anche i volti e i corpi di chi è rimasto o è tornato sono ossidati o erosi dal tempo, come ferro, come pietre…

Eppure c’è ancora vita: “La luce del giorno accende di verde la montagna, cambia i colori della nebbia, tinge di amaranto le strade di mattoni a Rock Camp. I lampioni si spengono e scatta il semaforo in fondo a Front Street: ma non ferma nessuno, non avvisa nessuno, non mette fretta a nessuno.

Una vita immobile, inanimata. Una vita che cova sotto la cenere, dura, tenace, ridotta all’osso ma ancorata con le radici al terreno.

Un flusso che scorre come sangue nelle vene, come linfa nelle piante, quasi invisibile ma pronto a sgorgare alla prima possibile occasione.

Uno spirito tutto americano e molto poco europeo, a cui si è forse avvicinato un certo tipo di cinema delle nostre parti, alla Ken Loach per esempio (al contrario, dice Colly in Trilobiti: “Voglio parlare, ma le immagini non diventano parole.”), qui però è tutto ancora più scarnificato: “vita vera, vita trascurata, che non si prende cura di sé”, la descrive Martin Amis in London Fields, forse non a caso un altro romanzo anglosassone dal sapore di fine del mondo.

Eppure nonostante tutto, o forse proprio per questo: ogni cosa è “al posto giusto”.

E lasciato un: “paesaggio fragile, spalancato, morto. Tornò in casa, si allungò sul divano in salotto. Si tirò sul petto la coperta piegata, se la strinse addosso come un cuscino. Sentiva il bestiame muggire per la fame, sentiva il respiro roco e sommesso di suo padre che piangeva, sentiva sua madre mormorare un inno smozzicato. Rimase disteso in quel modo nella luce che ingrigiva e si addormentò. La neve oscurò il sole e mormorando la valle si richiuse quieta, quieta come un’ora di preghiera.

Nonostante tutto, o forse proprio per questo: stille di rugiada.

 

A cura di Giulia Caravaggi