La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 10 Feb 2019

MITI DI IERI E DI OGGI

Joseph Roth, Viaggio ai confini dell’impero (Passigli)

Vincent Delecroix, La tomba di Achille (Excelsior 1881)

Ho pensato che fosse importante ricordarci che con questi sentimenti abbiamo già avuto a che fare”, dichiarava George Clooney al festival di Venezia un anno e mezzo fa a proposito del suo ultimo film da regista Suburbicon.

Ancora una volta, la Storia, il Passato, la Memoria, il Ricordarsi perché non accada mai più. Sembra che la vita del genere umano nel XXI secolo sia destinata a girare in tondo a questo problema: non commettere gli stessi errori.

E di nuovo si parla di ponti che dovrebbero sostituire muri e di confini che dovrebbero unire invece di dividere. E sempre già qualcuno l’aveva detto.

Negli anni Venti del Novecento proprio Joseph Roth (1894-1939) metteva in luce certi aspetti dando loro voce attraverso la parola scritta. Non solo nei suoi romanzi più noti, ma anche con reportages come quelli raccolti dall’editore Passigli in Viaggio ai confini dell’impero.

Un viaggio che percorre l’Europa orientale appena uscita dal crollo dell’Impero austro-ungarico passando per Ucraina, Polonia, Serbia e Bosnia, là dove è iniziata la Grande Guerra, e proprio Sarajevo scrive l’autore dovrebbe essere: “un monumento, a terribile memoria di tutti.

Il conflitto da poco terminato rimane costante sullo sfondo di queste pagine, pronto a riemergere con forza: “Appena un paio d’ore dopo il nostro arrivo a Jablonowka, siamo ripartiti. Avevamo già attraversato molti villaggi devastati. Questo – ma guarda un po’ – è stato risparmiato. (…) Vedete? – sembra dire questo villaggio – si può anche vivere in pace. Le baracche non devono bruciare ad ogni costo, né le granate esplodere. Talvolta può succedere che volteggi un aereo! La domenica le campane possono suonare. Perché no? E le celebrazioni e i giorni festivi non devono per forza essere disturbate.

La NORMALITÀ così semplice e così ricca, mai banale, guai a darla per scontata!

Come le parole di Joseph Roth, la sua scrittura ancora fresca e attuale, giovane ma già matura. Piena, nonostante tutto, di SPERANZA senza alcuna ingenuità. Perché per sperare bisogna essere tutt’altro che ingenui: “Dappertutto germogliava, cresceva, rinasceva qualcosa di nuovo, minuscolo e semplice, gentile e mansueto. Soltanto i segnali chiari, vitrei, duri e rapidi, serrati e sommessi della campanella risuonavano martellanti come il saluto del dinamico mondo in quella quiete rurale, da stazione in stazione ovunque uguali, luminose sorelle disseminate nella pianura infinita del paese che fioriva e dormiva, dormiva e fioriva.” [FINE]

Guardiamo la REALTÀ negli occhi: “La tomba di Achille, presso il Capo Sigeo, è un cenotafio: è nell’urna dell’Iliade che le sue ceneri si mescolano a quelle di Patroclo, ma non si tratta di cenere; è un corpo gigantesco, orgogliosamente acconciato per la morte, più vivo, forse, di quanto non lo saremo mai, noi che distogliamo lo sguardo così facilmente da ciò che invece Achille fissa con intensità.

Chi è Achille? O meglio, che cos’è? Cosa rappresenta veramente?

Un eroe certo, mitico personaggio di una storia che ci precede tutti quanti, precede noi, il nostro passato e le nostre origini, il nostro stesso essere. Atavico e oltre, la sua esistenza ci appartiene e ci prescinde, collocandosi tra due righe in apertura della dissertazione di Vincent Delecroix: “Esiste un’età dell’innocenza.” e “Quell’età non è mai esistita.

Achille fa parte di un mondo che viene prima del mondo: “L’Iliade è il poema del mondo che comincia (e comincia in un bagno di sangue)”.

È il mondo della giovinezza e per questo Achille: “sarà per sempre giovane.

E la sua violenza, inaudita e spaventosa: “semplicemente, non è altro che il linguaggio incandescente di questa certezza, un linguaggio che senza dubbio voi non scandirete mai per davvero. (…) il segno della condizione mortale e della legge del mondo.”

Achille corre per sfuggire la morte sapendo di andarle incontro, sempre più veloce. E la sua collera: “nasce da un affrancamento radicale e procede come in assenza di gravità.

Achille corre come il fuoco che tutto distrugge, senza possibilità di ritorno: “La nostalgia non è estranea ad Achille: è la speranza che gli è del tutto aliena. (…) nella corsa, dilapida tutte le forze che altri conservano per il ritorno, come quando da una nave si continua a gettare tutto a mare, pur di accelerare, senz’altra preoccupazione che raggiungere il porto.

E il suo piede è veloce ma lascia un segno, una traccia indelebile che arriva fino a noi. Noi che discendiamo da Enea e celebriamo Ulisse, quello stesso Ulisse che ereditando le armi di Achille ne rappresenta una parte, ma solo una parte, la riflessione: “mentre la forza pura, Aiace, sprofonda, trascinata via da se stessa, nell’abisso del suicidio.

Così: “Le due metà si separano, e l’età dei valori dell’aristocrazia guerriera lascia il posto all’età della ragione, se così si può dire, perché quest’età saprà inventarsi un’insensatezza che riuscirà a far indietreggiare, per l’orrore, la selvaggia forza che tanto ci turba quando leggiamo le imprese di Achille e di Aiace.

È ora di richiamare Achille a gran voce? Vincent Delecroix risponde.

A cura di Giulia Caravaggi