La Lettura Del Mese

Di: - Pubblicato: 10 Mar 2019
Henri Lebasque(1865-1937), La liseuse

DUE DONNE IN TERRA STRANIERA

Herta Müller, Il paese delle prugne verdi (Keller)

Hilary Mantel, Otto mesi a Ghazzah Street (Fazi)

Il naufragio ci sembrava tanto normale quanto il respiro. Lo condividevamo come la nostra fiducia. Eppure ognuno, in silenzio, aggiungeva ancora qualcosa: il proprio fallimento.

Il paese di cui parla Herta Müller in Herztier, titolo originale de Il paese delle prugne verdi, è la Romania del dittatore Ceauşescu e la terra straniera in questo caso non è altro che il suolo natio diventato estraneo e nemico.

Come si fa a parlare di qualcosa che è parte di noi, casa, storia, origini, passato, nel momento in cui ci si rivolta contro. Ci aggredisce, rifiuta, rinnega, costringe a nascondersi, farsi piccoli, fino a sparire diventando invisibili, smettendo di respirare o tentando la fuga.

In questo romanzo del 1994 Herta Müller parla dell’ultimo periodo trascorso nella sua Romania prima dell’espatrio in Germania e il racconto si mescola ai ricordi di bambina: “Mentre sta tra le più stupide piante tagliate, il padre dice: Non bisogna mai mangiare prugne verdi, il nocciolo è ancora tenero e s’ingoia la morte. Nessuno ti può aiutare, allora si muore e basta. Con una febbre chiara il cuore ti brucia da dentro.

Così la Romania degli anni Ottanta è un paese avvelenato: “Perché mangiaprugne era un insulto. Si chiamavano così gli arrivisti, i rinnegatori di se stessi, i leccapiedi privi di scrupoli usciti dal nulla, le persone che camminavano sopra i cadaveri. Anche il dittatore veniva chiamato mangiaprugne. (…) I mangiaprugne erano contadini. Impazzivano per le prugne verdi. Se le mangiavano lontani dal loro servizio. Regredivano all’infanzia, rubando prugne sotto gli alberi del paese. Non mangiavano per fame, ne erano avidi per il sapore aspro della povertà davanti alla quale appena un anno prima abbassavano gli occhi e chinavano il capo come davanti alla mano del padre. Mangiavano fino a svuotarsi le tasche, le stiravano e cacciavano le prugne nello stomaco. Non bruciavano di febbre. Erano bambini troppo grandi. Lontano da casa l’ardore interno si scatenava nel dovere.

Un Nobel è un libro che ha dentro un mondo, un intero pezzo di mondo e tutto il suo autore. E una lingua nuova per poterlo esprimere a parole e potersi raccontare. Herta Müller ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura nel 2009 e la sua scrittura non è facile, ma basta seguirla senza volerla per forza capire subito e lei è la che aspetta.

Oltre la parola scritta, la frase breve quasi recisa, le immagine usate al posto degli oggetti, i nomi scambiati di posto quasi a confondersi l’uno con l’altro. Oltre le righe del testo e la vostra fatica di lettori alla fine c’è una storia semplice. Come tutte le storie, quando le si sa raccontare. [FINE]

Fra i piloni di cemento dei cavalcavia il buio si apriva sul buio, le lande desolate costruite dall’uomo erano vuote e distanti come la superficie della luna. E il pensiero andava molto spesso alla mortalità: saresti potuto morire lì in fuga, davanti alle auto che strepitavano, e spirare nella corsa senza emettere suono come le vittime sacrificali sepolte dentro i ponti. Allora ti saresti aggirato per le superstrade con la bussola impazzita del defunto che cerca la propria casa; ma la città si sarebbe ingrandita secondo le sue normali leggi e avrebbero costruito sopra il tuo fantasma.

Toni noir per Hilary Mantel anche in questo romanzo che racconta di una terra straniera affascinante e spaventosa come la scoperta di un nuovo pianeta abitato.

Un altro mondo tutto da svelare quello dell’Arabia Saudita di metà anni Ottanta dove Frances ed Andrew, i protagonisti di Otto mesi a Ghazzah Street,si ritrovano a vivere per motivi di lavoro (per lui) e di denaro (per entrambi): “«I soldi abbruttiscono le persone», disse Frances, «ma la minaccia di non averli le rende ancora peggiori». «Non fare tanto la moralista,» ribatté Andrew. «Anche tu sei una di loro». «Io parlavo dei sauditi. Anche se a essere onesta, più sto qui, più mi sembra che ci somigliamo. Siamo due facce dello stesso problema, secondo me».

A partire da un’esperienza autobiografica, Hilary Mantel riesce a creare una storia che trasfigura la realtà per meglio raccontarla. E alla fine l’aria nella stanza diventa troppo chiusa, stantia, quasi irrespirabile: “Ci sono volte in cui lo sforzo di evitare qualcosa è maggiore dello sforzo di agire. Ci sono volte in cui l’omissione diventa una tirannide dello sforzo, in cui il compito di distrarre la mente esaurisce il fisico. Frances adesso era tutta concentrata a non pensare, a non fare ipotesi e lo sforzo le serrava la mascella, le irrigidiva le spalle e i muscoli dietro  il collo.

È  un peccato che questo libro uscito in Gran Bretagna nel 1988 sia stato tradotto e pubblicato in italiano solo di recente perché nel frattempo sono successe tante cose nei rapporti tra Occidente e mondo arabo. Cose che hanno portato l’autrice a dover rivendicare una sorta di amaro “ve l’avevo detto”.

Ma si sa, a volte i libri possono essere pericolosi, come scrive la Mantel: “«I libri sono irresponsabili, piantano delle idee in testa alle persone»”.

Basta non leggere, e quelle idee non andranno DA NESSUNA PARTE.

A cura di Giulia Caravaggi